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Factory Girl
Titolo originale: Factory Girl
USA: 2006. Regia di: George Hickenlooper Genere: Drammatico Durata: 99'
Interpreti: Sienna Miller, Guy Pearce, Jimmy Fallon, Shawn Hatosy,
Hayden Christensen, Tara Summers, Beth Grant, Illeana Douglas, Mena
Suvari, Edward Herrmann
Sito web: www.factorygirlmovie.net
Nelle sale dal: 23/11/2007
Voto: 5
Recensione di: Ruggero Mignani
In seguito alla visione di questo “Factory Girl” sorge spontanea una domanda: a cosa serve un film come questo? Trattasi infatti del classico lavoro inutile, sconclusionato, senza capo né coda. Il presupposto alla base di quest’opera di George Hickenlooper sarebbe quello di narrare la storia di Edie Sedgwick, musa dell’artista della pop art Andy Warhol, che la scelse negli anni ‘40 come interprete, tra l’altro, di alcuni corti, permettendole così di entrare nella sua “Factory”, un vero e proprio laboratorio in cui si radunavano artisti di vario genere. Il film purtroppo si pone due obiettivi che non riesce a raggiungere pienamente: da una parte parlare dell’ascesa (e discesa) di Edie, ponendo particolare attenzione alla sua personalità e ai suoi stati emotivi, e dall’altra descrivere una città (Manhattan) e un’epoca dominata appunto dalla figura dell’eccentrico artista. Peccato che il tutto sia condito da dialoghi banalissimi, che penalizzano le pur buone interpretazioni degli attori Sienna Miller, bella ed espressiva nella parte di Edie, e Guy Pearce, che si cala anima e corpo nella figura di Warhol. Ma come possono nonostante ciò venire fuori le doti degli attori quando sceneggiatura e regia fanno acqua da tutte le parti? L’intento biografico del film è trattato con eccessiva superficialità, e proprio in virtù di questo le figure che si dipanano all’interno della vicenda risultano poco credibili, rasentando il ridicolo con la figura della rockstar di cui si innamora la giovane modella, un Bob Dylan interpretato da Hayden Christensen di cui si poteva decisamente fare a meno. Ad irritare ulteriormente è il modo banale e volutamente morboso con cui vengono trattati temi scomodi come la droga, i problemi psicologici e l’omosessualità, che sembrano messi all’interno del film tanto per fare colore e non per andare incontro all’esigenza di voler raccontare la storia di una persona e di un’epoca. Il rapporto tra Edie e Andy inoltre è scarsamente tratteggiato, lasciando spazio a numerosi (troppi) quesiti sulla natura di quest’ultimo. Il compito di chiudere questo Factory Girl spetta poi ad uno scontato happy ending, che non risolleva affatto la qualità generale del film.
Insomma cosa si può salvare in quest’opera di Hickenlooper? Sicuramente i colori, l’accurata ricostruzione dell’epoca, e la resa, nonostante la debolezza della sceneggiatura, di una figura fragile come Edie, che alla fine cade miseramente vittima del mondo che pareva averla accolta a braccia aperte, divenendo così il simbolo stesso della difficile sopravvivenza all’interno del crudele mondo dello spettacolo.
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