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Scritto da Denis Zordan   
venerdì 27 marzo 2009

Gran Torino
Titolo originale: Gran Torino
USA, Canada: 2008 Regia di: Clint Eastwood Genere: Drammatico Durata: 116'
Interpreti: Clint Eastwood, Christopher Carley, Bee Vang, Ahney Her, Brian Haley, Geraldine Hughes, Dreama Walker, Brian Howe, John Carroll Lynch, William Hill, Scott Eastwood
Sito web: www.thegrantorino.com
Nelle sale dal: 13/03/2009
Voto: 8
Trailer
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Recensione di: Denis Zordan

grantorino_leggero.jpegQuando noi animali da sala ci immergiamo nella visione di Gran Torino, il nostro fiuto intorpidito si risveglia improvvisamente. Sentiamo subito… il predatore, piuttosto che la preda!
E bisogna capirci: ormai usi a tutto, capaci di ingurgitare anche 400 film l’anno nei più svariati formati (legali o meno), abbiamo in uggia ogni cosa. Saporiti manicaretti che fanno la felicità di altri, più fortunati di noi, ci fanno un baffo. Andiamo a vedere Slumdog Millionaire e ci accorgiamo solo del calcolo con cui è girato, per blandire il pubblico occidentale; affrontiamo The Reader, L’Onda, Il Dubbio, Appaloosa, Nemico Pubblico, ma è roba grigia, convenzionale, magari vedibile, ma niente più… Con altri film va anche peggio, un senso di muffa, o di plastica, ci invade la bocca.
Gran Torino, invece, è un UFO. E’ talmente diverso da tutto quello che gira di questi magri tempi, da costringerci ad abbandonare il letargo, sia pure con scetticismo malcelato.
Guarda quel Kowalski… è così razzista, misantropo, antimoderno, rancoroso, da sembrare una caricatura. Clint si prende in giro (?) come ha già fatto altre volte nel suo cinema (ricordate Bronco Billy? E Heartbreak Ridge in cui il sergente “Gunny” Highway leggeva le riviste femminili?). Sulle prime la cosa non ci convince. Però è anche vero che non c’è traccia di plastica o di convenzionalità.
Poi la sceneggiatura ha un primo scarto: Kowalski deve confrontarsi con i vicini, prima tentando di escludere tutti, poi accettando di affrontare la compagnia e il rischio di mettersi in gioco in senso paterno (e non può non venire in mente Million Dollar Baby) con i due ragazzini Hmong. Pare quasi un intermezzo, con il burbero che insegna al ragazzo ad essere uomo, con l’esempio più che con i precetti. Ma la violenza è in agguato. E la violenza chiama violenza, come in fondo Kowalski sa benissimo, visto che convive con il peso insostenibile degli errori del passato bellico (proprio come il Munny di Unforgiven sentiva il disagio di chi non poteva sfuggire ai suoi misfatti di pistolero sanguinario e crudele). E allora, come la mettiamo? Che facciamo?
Clint risponde. Ed è il secondo, decisivo scarto dello script. A differenza dello sceriffo Red Garnett, che in A Perfect World riusciva solo a concludere rabbiosamente “I don’t know nothing… not one damn thing”, Kowalski qualcosa sa. E va all’ultimo duello disarmato, all’opposto di quello che avrebbero fatto il Biondo/Straniero dei film con Sergio Leone, o l’ispettore Callahan, o il predicatore di Pale Rider, o lo stesso William Munny. E all’imbocco di un finale inedito nel cinema eastwoodiano, e davvero straordinario, Kowalski prende la mira con le dita e non fallisce un colpo. Quando poi fa per prendere l’accendino (…quando sta cioè per aprire il fuoco…), quella è la sua rovina. Prevista e calcolata. Voluta. Accettata.
A questo punto, noi animali da sala siamo basiti. Non sappiamo che pensare. Eastwood ci ha messo nel sacco. Possiamo cercare qualche scusa per dire che non ci convince. Forse. Ma come dice Kowalski al giovane amico che sta educando alla vita “da uomini”, gli attrezzi che servono si mettono insieme in tanti anni, con pazienza (film dopo film, verrebbe da dire aggredendo la metafora). E un lavoro immenso e inclassificabile quale Gran Torino si può comporre di tanti momenti in sé non necessariamente perfetti. Eastwood accetta l’imperfezione, la necessità dell’imperfezione. Non per quieto vivere (o per pacifismo generico), ma semplicemente perché – in un film così stratificato da costituire l’apogeo e probabilmente pure il testamento del suo cinema – non c’è alternativa. Neppure quella dell’autorità (vedi qui la Chiesa, rappresentata nei panni di un pretino sbarbato che nulla sa della vita e della morte).
L’animale da sala aspetta la fine dei titoli di coda e se ne va.
Ciondolante, perplesso, tramortito. Ma forse un po’ più speranzoso, perché l’oggetto della sua passione, il Cinema, annovera ancora un grande, grandissimo narratore come Clint Eastwood.

 
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