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Scritto da Samuele Pasquino   
giovedì 26 febbraio 2009

Il cielo sopra Berlino
Titolo originale: Der himmel uber Berlin
Germania: 1987 Regia di: Wim Wenders  Genere: Drammatico Durata: 130'
Interpreti: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois, Lajos Kovács, Teresa Harder, Bernard Eisenschitz, Daniela Nacincova, Scott Kirby, Hans-Martin Stier, Sigurd Rachmann, Elmar Wilms, Beatrice Manowski, Bruno Rosaz.
Sito web:
Nelle sale dal: 1987
Voto: 8,5
Trailer
Recensione di: Samuele Pasquino

Il cielo sopra Berlino Berlino. L’angelo Damiel (Bruno Ganz) si innamora della bella trapezista Marion (Solveig Dommarting) e per lei rinuncia all’immortalità. Compie il volo e diviene uomo.
Grazie ai consigli di Peter Falk, che era anche lui un angelo, imparerà a vivere e ad amare.  

Uno dei più bravi registi europei ha saputo creare e dirigere con autorevolezza un film che è passato alla storia. Wim Wenders è famoso per le dettagliate descrizioni di grandi città, come Lisbona e, in questo caso, una Berlino ancor divisa.
Il titolo è il primo tratto significativo, il cielo è l’unico elemento che riesce ad unire una città disgregata e sofferente. L’ambientazione è una sorta di teatro metropolitano fatiscente, in cui vivono persone scontente della propria vita, ossessionate dalla quotidianità e da un alone di nostalgia. Con loro sono presenti angeli invisibili, affascinati dalla complessità dell’essere umano, desiderosi di esistere, invidiosi delle emozioni che gli uomini riescono a provare, lasciandosi trasportare fra gioie e dolori, pensieri e tristezze. In fondo questa è la storia di una scelta che uno di loro compie avvalendosi di un principio ineluttabile, il libero arbitrio, la libertà di decidere.
Il film è diretto con rara maestria, eleganza e un’indubbia genialità. Le scene vengono girate in un primo tempo in bianco e nero, poi Damiel diviene umano e il film acquista colore. Il motivo risulta semplice: il bianco e nero rappresenta l’apatia con cui gli angeli stanno tra gli esseri umani, mentre il colore rappresenta la vita vera, con i suoi sentimenti e le sue implicazioni romantiche, la sua sofferta intensità.
Le immagini di una Berlino appartenente al ricordo di tutti, con vittime ebree ammassate per le strade, mantengono vivo il ricordo di una metropoli che faticosamente si è conquistata una propria autonomia e voglia di essere centro di una Germania finalmente unita. Wenders mette in scena non solo storie dal forte sapore nostalgico e malinconico, ma anche stati d'animo ed esistenze sospese in un limbo personale in cui predominano lievi tracce d'angoscia e rimorso per un'era storicamente drammatica, persino tragica, che ha sollecitato le coscienze spingendole verso una riflessione sul passato. Il troppo dolore che ha funestato gli anni del conflitto mondiale è, secondo il regista tedesco, ancora presente e celato nella tranquillità urbana, il ricordo delle sofferenze prodotte e perpetrate dal nazionalsocialismo in quanto movimento politico e socialmente tendente all'odio razziale si percepiscono in ogni dove.

La metafora dell'angelo impegnato a capire tale situazione è significativa perchè offre una prospettiva in grado di tener viva la memoria di un'epoca che caratterizza una nazione e la esorta a migliorarsi nell'era moderna.

 
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