|
Il nastro bianco
Titolo originale: Das weisse Band
Austria, Francia, Germania: 2009 Regia di: Michael Haneke Genere: Drammatico Durata: 144'
Interpreti: Christian Fieldel, Leonie Benesch, Ulrich Tukun, Ursina Lardi, Fion Mutert, Michael Kranz, Burghart Klaussner, Steffi Kuhnert, Maria-Victoria Dragus
Sito web: www.thewhiteribbon.co.uk
Nelle sale dal: 30/10/2009
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Sonia Cincinelli
L'aggettivo ideale: Capolavoro
Il nastro bianco, ultimo film del regista austriaco ( ma nato a Monaco di Baviera) Michael Haneke, è ambientato in un villaggio protestante della Germania del nord nel 1913, alle porte dello scoppio della prima guerra mondiale.
La pellicola racconta la storia degli adolescenti e dei bambini di un coro diretto dal maestro del villaggio, le loro famiglie: il barone, l'intendente, il pastore, il medico, la levatrice e i contadini.
In questo contesto si verificano strani avvenimenti che prendono un poco alla volta l'aspetto di un rituale punitivo.
Kolossal in bianco e nero, Il nastro bianco, pensato inizialmente come miniserie televisiva in tre parti, illustra “un sistema di educazione dal quale è emersa la generazione nazista”. Un film collettivo composto da magnifici quadri fissi. Con una serie di strani fatti che disturbano la tranquilla quotidianità del villaggio, come l'episodio del figlio del barone che viene ritrovato frustrato a sangue.
Il personaggio più inquietante si rivela il pastore protestante. Egli educa i suoi figli ad una totale obbedienza, sottomettendoli in onore “dell'innocenza”, rappresentata dal nastro bianco che l'uomo gli lega addosso dopo che hanno scontato i loro peccati attraverso la punizione. Addirittura uno dei ragazzi viene legato al letto per evitare che si masturbi.
Anche il medico non è da meno, incestuoso e corrotto, presunto omicida della moglie, e padre del figlio down della governante con cui fa sesso con disprezzo.
La splendida fotografia di Christian Berger infonde un'atmosfera noir che ci lascia con il mistero irrisolto in un finale aperto.
La potenza di Haneke ( studioso di psicologia e filosofia e regista di teatro) si rivela nell'eversione dei gesti e delle immagini ( pensiamo al bellissimo La pianista- 2002 ), l'estetica del regista si basa su l'amore per il perverso che spesso viene generato da un sistema di vita, del singolo o della comunità, rigido, dovuto da un certo tipo di educazione. A volte è la religione ad imporre questa rigidità ed in questo film è lampante.
L'operazione di Haneke è di indignare e scuotere le coscienze.
Questo è, o perlomeno dovrebbe essere, lo scopo del cinema e dell'arte in generale.
Haneke sa come rivoluzionare l'animo dello spettatore, in modo che si alzi dalla poltroncina disturbato per quello che ha visto, perchè segretamente è quello che nessuno vorrebbe vedere. Ma questa operazione, finalmente, è in grado di raccontarti la realtà cambiandoti dentro nelle viscere.
Il contrasto tra atti crudeli e disumani e tranquillità mortifera del paese è netto.
Il villaggio del film è una specie di palestra per l'allenamento dei nazisti della seconda guerra mondiale alla vigilia della prima. Il regista sembra osservare questo scenario apocalittico da lontano affidando la voce narrante al maestro del paese, il personaggio illuminato, che si pone come memoria storica di queste mostruosità.
In realtà la repressione rende i bambini del film non “innocenti” anzi, probabilmente responsabili di orrori e crimini.
I misfatti degli abitanti non vengono mai mostrati, solo poche immagini, come per esempio un uccellino decapitato ed infilzato in una forbice, ci mostrano l'orrore che in realtà serpeggia invisibile in questo luogo.
Un film gelido, morboso di cui il regista spiega che sono dieci anni che lavora a questo soggetto ed è sua intenzione parlare non solo di Germania pre e post nazista. La sua visione delle cose è probabilmente molto più globale, infatti spiega: “In realtà in qualsiasi società se un principio diventa assoluto si disumanizza.
Se l'obbiettivo da raggiungere, mettiamo da un educatore verso i propri figli, è talmente alto da diventare un ideale allora non è più raggiungibile e rischia di creare mostri.
Un meccanismo che abbiamo conosciuto nelle religioni, nelle ideologie, nei terrorismi di ogni segno”.
Ancora una volta il maestro Haneke non delude.
|