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Il Petroliere PDF Stampa E-mail
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Scritto da Niccolò Cavagnola   
lunedì 19 maggio 2008

Il Petroliere
Titolo originale: There will be blood
USA: 2007. Regia di: Paul Thomas Anderson Genere: Drammatico Durata: 158'
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Dillon Freasier, Kevin J.O’Connor, Ciaran Hinds, Russell Harvard
Sito web:
Nelle sale dal: 15/02/2008
Voto: 7,5
Recensione di: Niccolò Cavagnola

ilpetroliere_leggero.jpegDietro il petrolio, oltre la brulla terra, si svela la storia universale delle idee di Dio, Morale e Civiltà. E delle barbarie che nascondono.

Il Petroliere (“There will be blood” il titolo originale), ispirato a “Oil!” di Upton Sinclair, è un film crudo, inquietante, tutt’altro che “piacevole”, ma allo stesso tempo estremamente pittoresco (ottima la fotografia da Oscar di Robert Elswit, ed eccezionali le musiche del chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood), acuto, stimolante e dissacrante, il che ne fa probabilmente uno dei migliori film prodotti da qualche tempo a questa parte (e fiore all’occhiello del sempre migliore Paul Thomas Anderson), oltre che uno dei migliori della stagione, assieme a “No country for old men” dei Coen.

Innanzitutto ritengo che il film presenti due livelli narrativi: uno più concreto, strutturale, naturalistico, rappresentante quella parte della storia americana dedicata alla “corsa all’oro nero” (e descritta da Sinclair); e uno astratto, morale, sovrastrutturale, da ricercarsi nella lotta incessante dei “demoni” ideali-ideologici che muovono i fili della storia umana in generale, e le vicende di Daniel ed Eli in particolare. Pur ritenendo estremamente valido l’aspetto narrativo-strutturale, ritengo che la vera forza del film risieda negli interrogativi e negli stimoli intellettuali sovrastrutturali che solleva, e pertanto mi propogo di analizzarne il livello astratto e allegorico. Per quanto il film per sé non presenti particolari tratti di post-modernismo trovo che le problematiche sollevate dallo stesso si pongano pienamente in un ambito di discussione pienamente post-moderno, avendo sostanzialmente a che fare coi “falsi profeti” della morale che intrecciano la fabula del racconto filmico.

L’aspetto più palese sotteso all’azione dei due principali (se non unici) personaggi, cioè Daniel Plainview ed Eli Sunday, il Petroliere e il Pastore, è la lotta per la Potenza. Lotta che fin dal principio si serve di categorie morali per dominare e depredare, lotta che necessita di una giustificazione all’asprezza e alla violenza (vuoi fisica, vuoi psicologica) scatenata nell’agone che altri non è che la misera vita dell’uomo. Per introdurre il principio della morale come mezzo per addivenire alla Potenza ci viene in aiuto Nietzsche: «Per quella specie di uomini che […] desiderano la potenza, una specie sacerdotale, la décadence [della morale, ndr] è soltanto un mezzo: questo genere di uomini trova un interesse vitale nel rendere malata l’umanità e nel rovesciare, in un senso pericoloso per la vita e denigratorio per il mondo, i concetti di “buono” e “malvagio”, “vero” e “falso”». [1] Per quanto il concetto di “specie sacerdotale” parrebbe applicarsi più facilmente a Eli, in realtà si applica altrettanto bene a Daniel. La fabula altro non rappresenta che la lotta senza esclusione di colpi tra due sacerdoti.

L’intero film potrebbe essere tutto sommato inteso come sintesi della storia universale. Come già in “2001: Odissea nello spazio” la civiltà nasce con un atto di violenza (qui il petrolio sgorgherà a prezzo di un sacrificio umano, uno dei lavoratori del pozzo di petrolio, invece che con l’invenzione della clava): Daniel “adotterà” il figlio dell’operaio morto, come a portare il marchio del peccato originale che simboleggia la cacciata dell’uomo dal Paradiso terrestre e la nascita della società direttamente dalla terra fecondata dal sangue del primo sacrificio rituale. Nelle prime immagini del film troviamo un Daniel solo, immerso in una natura brulla, silenzioso, che ricorda “l’uomo dei boschi” di Jean Jacques Rousseau. E seguendo Rousseau il passaggio allo stato “civile” dell’uomo è dato dal «concorso fortuito di parecchie cause esterne che potevano anche non verificarsi mai e secondo le quali l’uomo sarebbe rimasto eternamente nella sua condizione primitiva» [2], così come fortuito è stato l’ingresso del petrolio nel lungo cammino della civiltà. E assieme all’ingresso nello stato civile si sviluppa quel sentimento di superiorità e amour propre, «primo passo verso la disuguaglianza e al tempo stesso verso il vizio» [3], secondo Rousseau, assieme alle “imposture della morale”, secondo Nietzsche. E proprio di tali “imposture” si servirà Daniel per rimediare i primi contratti di estrazione, ammantandosi dei valori della “famiglia cristiana” grazie al figlio adottivo H.W., e sviluppando un discorso tendenzialmente morale (promessa di scuole e servizi alle famiglie della comunità di Eli grazie ai soldi del petrolio, oltre a una, sempre promessa, donazione in dollari alla chiesa della comunità, guidata dal Pastore). Così Daniel per agguantare il profitto “vero”, farà breccia nella piccola comunità di contadini e allevatori grazie all’abile e cinico utilizzo dei loro valori e all’amicizia con Eli. E proprio qua risiede in nuce il conflitto per la Potenza: Eli, grazie alla nascenda “Chiesa della terza rivelazione”, attirerà le “pecorelle” attorno a sé, “curerà” gli ammalati e chiederà di poter benedire il pozzo petrolifero, così da ergersi a demiurgo della dispersa comunità contadina di cui fa parte, in contrapposizione a Daniel. Qui il Pastore subirà la prima sconfitta, scontrandosi con il sacerdote avversario, che deciderà di benedire egli stesso il pozzo, raggiungendo la Potenza servendosi del sentimento religioso della comunità, seguendo l’insegnamento di Pareto: «L’arte di governo sta appunto nel sapersi giovare di tali sentimenti, e non nel consumare le forze nell’opera inutile di volerli distruggere, il che spessissimo vale invece a ingagliardirli. Chi sa sottrarsi al cieco dominio dei propri sentimenti è capace di valersi degli altrui per i propri fini». [4] Il sacerdote-petroliere mantiene il controllo grazie alla morale, diventa re.

Ma alla mancata benedizione del pozzo seguirà il disastro: un altro operaio morirà nel pozzo, e a seguito dell’ennesimo sacrificio umano (richiamante il sacrificio iniziale) dal suolo ri-scaturirà il petrolio, il che provocherà la caduta dalla torre di H.W. Plainview e la sua conseguente sordità. In una sequenza dall’incredibile effetto scenico, accompagnata da una colonna sonora rimembrante sonorità “tribali”, assistiamo alla fuoriuscita del petrolio e alla trasformazione della torre di trivellazione in un gigantesco rogo, attorno al quale festeggiano i piccoli uomini, partecipi di un rito sacrificale, di purificazione e di rinascita. Ma il dono del progresso chiede il conto. La pioggia di petrolio (e non più d’acqua) simboleggia la rinascita della “terra desolata” di eliotiana memoria («Quindi un umida raffica \ Apportatrice di pioggia \ Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate \ Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere \ Si raccoglievano molto lontano, sopra l’Himavant. \ La giungla era accucciata, attratta in silenzio. \ Allora il tuono parlò» [5]), da accompagnarsi al “rito del fuoco” di purificazione « nella forma di falò accesi in punti speciali: […] il fuoco è considerato promotore della crescita dei raccolti, e del benessere dell’uomo e delle bestie, o positivamente stimolandi, o negativamente stornando i pericoli e le calamità che li minacciano» [6]; così come il sacrificio di H.W. può rappresentare il sacrificio del “figlio del re”, dovuto a un dio pagano, per mantenere la Potenza, come riportato nel famoso “Ramo d’oro” di Frazer: «[In Cambogia] il re doveva morire in qualità di dio o semidio [al fine di delegare un successore che perpetuasse la fertilità della terra:] quindi il sostituto che moriva per lui doveva essere investito, almeno per l’occasione, dei divini attributi del re. [E] nessuno doveva così bene rappresentare il re nel suo carattere divino come suo figlio che si poteva supporre dividesse le divine ispirazioni del padre. Nessuno perciò poteva morire così acconciamente per il re e in suo nome per l’intero popolo come il figlio del re». [7]

Come breve inciso mi pare qui di poter affermare un possibile parallelismo tra “Il petroliere” e un altro capolavoro focalizzato sulle menzogne della morale, cioè “Apocalypse now” di Coppola. Ivi, come in “There will be blood”, lentamente si scopre come la morale della “civiltà” altro non è che un velo che ne copre le barbarie: mentre Willard (per Coppola) e Marlowe (per il Conrad di “Cuore di tenebra”) svelano il “demone flaccido” della violenza e i massacri perpetrati in nome della “civiltà”, Daniel Plainview rivela i propri tratti tribali e “selvaggi” nel rito del rogo della torre di trivellazione, mentre Eli lo spia silenziosamente da una finestra. Più volte, d’altronde, Daniel rivela la propria vera natura: spiegando la propria weltanschauung al millantato fratello (“voglio che nessuno riesca tranne me” e “lo spirito della competizione è in me”), per poi ucciderlo a sangue freddo nei boschi una volta scoperto l’inganno. A togliere il “velo della civiltà” ci viene in soccorso Freud, nel suo noto carteggio con Einstein: «Questo è dunque lo stato originario [dell’uomo, ndr], il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità». [8]

La lotta per la Potenza continua nel prosieguo della trama, e se fino ad ora il petroliere-re ha dominato, viene il momento in cui dovrà sottomettersi all’egemonia del sacerdote Eli, facendosi battezzare e facendo espellere da sé “il demonio” per poter ottenere una concessione di transito sul terreno di un membro della comunità della Chiesa della terza rivelazione. Anziché servirsi del sentimento religioso della comunità dovrà per la prima volta sottomettervisi. A questo punto il Pastore diventa egemone, riuscendo in ciò in cui non era riuscito con la tentata benedizione del pozzo: riportare anche Daniel (con tutto ciò che rappresenta) all’interno della propria visione morale del mondo. Sconfitta che non può essere tollerata dal Petroliere, già Signore, e che coverà in un senso di ressentiment (ben ritratto nello sguardo d’invidia di Plainview verso Eli, quando partirà dalla comunità per raggiungere altre “pecorelle smarrite”, ringraziato come l’unico ad aver fatto qualcosa per la gli abitanti), che si sfogherà esclusivamente nel climax conclusivo.

Dalla partenza di Eli abbiamo quindi un salto temporale piuttosto lungo: il figlio di Plainview, H.W., è cresciuto e si è sposato, mentre Daniel è diventato ancora più ricco e crapulone. A questo punto Daniel svela al figlio le sue origini di orfano, e lo caccia: è la fine del ciclo morale del personaggio di Daniel Day-Lewis. Abbandonando il marchio che aveva battezzato la civiltà (il figlio dell’operaio morto in nome del progresso), Daniel si libera degli ultimi freni etici, e si sprigiona in tutta la sua potenza distruttrice. Anche Eli è cambiato. La sua egemonia morale non l’ha portato lontano, ed è arrivato a capire di non poter servire Dio senza servire mammona. Rinnega, tutto sommato senza uno sforzo eccessivo (non paragonabile alla sottomissione al battesimo di Daniel), la sua fede per ottenere un prestito: “Io sono un falso profeta e Dio è una superstizione”. Ma anche Daniel è un falso profeta, attorno a sé ha creato solo odio, morte e solitudine. Siamo quindi sfociati nella post-modernità, dopo la dissoluzione dei lunghi giochi dei meta-discorsi morali. «La funzione narrativa perde i suoi funtori, i grandi eroi, i grandi pericoli, i grandi peripli ed i grandi fini […] La nostra vita è così votata all’accrescimento della potenza. La sua legittimazione in materia di giustizia sociale e di verità scientifica consisterebbe nella ottimizzazione delle prestazioni del sistema, nell’efficacia [dreeenaggiooo, Eli!, ndr]. L’applicazione di questo criterio a tutti i nostri giochi non è disgiunta da certi effetti terroristici, velati o espliciti: siate operativi, cioè commensurabili, o sparite». [9] Ma la rivincita “spirituale” su Eli non è più sufficiente, non è più moneta in corso, il ressentiment può essere estinto solo con l’estinzione dei suoi presupposti: gli schemi morali sono saltati, la civiltà è ormai un sistema di capitalismo barbaro votato all’accrescimento del profitto e della Potenza senza più bisogno di coperture ideologiche. Così Daniel afferra un birillo e massacra Eli, saltando per il bowling come lo scimmione armato di clava di “2001: Odissea nelo spazio”. Con lo stesso atto e con lo stesso sangue (there will be blood, per l’appunto) che ha fecondato la terra e dato i natali alla civiltà, Daniel la abbatte, semplicemente con un paio di rapidi colpi, chiudendo il ciclo su sé stesso (“ho finito”, “it’s done” in originale). E il futuro è storia nota.

 

Note:
[1] Friedrich Nietzsce, “L’anticristo”, Adelphi, Milano, 2006, p. 30.
[2] Jean Jacques Rousseau, “Scritti politici”, Laterza, Roma-Bari, 1994, Vol. I, p. 171.
[3] Ibid, p. 179.
[4] Vilfredo Pareto, “Trattato di sociologia generale”, §L1843.
[5] Thomas Stearns Eliot, “The waste land”, in “Poesie”, Bompiani, Milano, 2006, pp. 279-291.
[6] James G. Frazer, “Il ramo d’oro”, Boringhieri, Torino, 1973, Vol. II, pp. 989-990.
[7] James G. Frazer, “Il ramo d’oro”, Boringhieri, Torino, 1973, Vol. I, p. 449.
[8] Sigmund Freud, Alber Einstein, “Perché la guerra?”, Bollati Boringhieri, Torino, 2006.
[9] Jean François Lyotard, “La condizione postmoderna”, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 6.

 
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