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Il Petroliere PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 11 febbraio 2008

Titolo: Il Petroliere
Titolo originale: There will be blood
USA: 2007. Regia di: Paul Thomas Anderson Genere: Drammatico Durata: 158'
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Dillon Freasier, Kevin J.O’Connor, Ciaran Hinds, Russell Harvard
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 15/02/2008
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Meritevole
Il Petroliere su Facebook

ilpetroliere_leggero.jpeg“Il petroliere”, liberamente ispirato al romanzo “Oil!” di Upton Sinclair (1927), è una secca parabola dagli accenti hustoniani sull’avidità, quanto mai attuale in tempi di “blood for oil”.
Il film è ambientato a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, agli albori del capitalismo americano.

Daniel Plainview è un personaggio “bigger than life”, uno speculatore senza scrupoli che, accompagnato dal figlio H.W., di cui sfrutta l’immagine per ammantarsi di un alone di rispettabilità, cerca di accaparrarsi la maggior parte di terreno possibile nella California del sud, acquistandolo a prezzi inferiori al valore di mercato. Diventato un uomo di successo, viene avvisato da Paul Sunday che il ranch della sua famiglia sorge su un terreno saturo di petrolio.

Plainview si affretta a rilevarlo, promettendo in cambio una consistente donazione a favore della chiesa locale, guidata da Eli Sunday, fratello di Paul, invasato quanto ipocrita predicatore evangelico. Un giorno uno dei pozzi prende fuoco ed il figlio H.W., coinvolto nell’incidente, perde sia l’udito che l’uso della parola.
Da quel momento il ragazzo sviluppa una fortissima ostilità nei confronti del padre, e, quando cerca di incendiare la loro casa, Plainview si vede costretto a mandarlo in un istituto. H.W. rappresenta però l’unico legame di Plainview con l’umanità, che disprezza in sommo grado, e la sua assenza lo fa sprofondare sempre più nella misantropia, mentre i contrasti con Eli, ormai capo spirituale della piccola comunità, si acuiscono ulteriormente, fino a sfociare in un drammatico confronto finale.

Paul Thomas Anderson sembra aver abbandonato il suo nume tutelare, ovvero il Robert Altman che vegliava su “Boogie Nights” e “Magnolia”, per intraprendere un percorso più personale, già evidente in “Punch-Drunk Love”, anche se non mancano influenze e rimandi anche importanti. Questa volta i riferimenti più immediati sono non tanto a “Il gigante”, quanto a “Greed” e, in parte, a “Citizen Kane”.
Il personaggio di Daniel Plainview sembra infatti un’evoluzione più articolata di quello di McTeague nel capolavoro di Von Stroheim, mosso esclusivamente dall’avidità e di una diffidenza ai limiti con la paranoia. In lui non c’è nulla di epico, ma solo un’ossessività quasi psicotica, resa da Daniel Day-Lewis con la consueta mostruosa maestria e senza fagocitare il film (come avveniva in “Gangs of New York”), anche se con qualche tecnicismo di troppo. Come evidenzia benissimo il primo quarto d’ora de “Il Petroliere”, senza dialoghi e con la bellissima e straniante colonna sonora dei “Radiohead”, Plainview è una figura ctonia, condannata a strisciare per cunicoli e gallerie alla ricerca del suo Graal personale, ovvero il petrolio ed il denaro e il potere che ne derivano, ma anche un lungimirante profeta del secolo a venire.

Quello che interessa a Paul Thomas Anderson è infatti stabilire dei parallelismi con il presente, mettendo in scena il conflitto tra le due anime fondanti dell’America, il capitalismo allo stato brado e senza scrupoli e la religiosità predicatoria ed ipocrita che ne costituisce il contraltare.
Il Sogno Americano si trasforma in incubo, e Plainview, rimasto solo nella grande casa che si è costruito, diventa una moderna incarnazione di Charles Foster Kane a Xanadu, senza neanche il conforto dei feticci della sua infanzia (Rosebud).
Il film ha dalla sua l’intensità quasi allucinatoria di alcune scene (il forzato battesimo di Plainview, lo scontro con Eli) ed una ferocia dal sapore quasi biblico, come ben evidenzia il titolo originale, ma il punto è che di questa ennesima rivisitazione di personaggi archetipi propri della cultura americana non si sentiva esattamente la mancanza, e che il commento dello spettatore potrebbe riecheggiare la famosa battuta conclusiva di Clark Gable in “Via col vento”.
Per gli amanti delle curiosità, segnaliamo che Daniel Day-Lewis ha riprodotto la parlata di John Huston nel personaggio di Noah Cross in “Chinatown”, e che il film è stato girato al confine tra Texas e New Mexico, esattamente come il suo diretto avversario nella corsa agli Oscar, ovvero “No country for old men” dei fratelli Coen.

 
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