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In questo mondo libero
Titolo originale: It's a Free World
Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna: 2007 Regia di: Ken Loach Genere: Drammatico Durata: 96'
Interpreti: Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Zurek, Faruk Pruti, Branko Tomovic, Serge Soric, Radoslaw Kaim, Frank Gilhooley, Raymond Mearns, Steve Lorrigan
Sito web:
Voto: 8
Recensione di: Piergiorgio Ravasio
Definita – forse non a torto – “il laboratorio del mondo”, la Gran Bretagna può tranquillamente essere considerata a tutti gli effetti lo specchio di una società dalle radicali trasformazioni.
Una campagna che, negli anni, ha ceduto il passo al repentino diffondersi di fabbricati, capannoni, depositi e supermercati dove la gente lavora spesso sottopagata e il lavoro saltuario e a termine è ormai il cuore di questa enorme trasformazione che si sta verificando nel mondo dell’occupazione.
Accanto alla moltitudine di immigrati che hanno trovato un regolare posto di lavoro, convivono gli stranieri senza alcuna specializzazione, che sono divenuti la nuova forza lavoro: arrivano con la speranza di un salario e di un lavoro a tempo pieno e, invece, finiscono a far parte di quella vasta e transitoria cerchia di operai giornalieri che ignorano se quel determinato giorno lavoreranno o meno. Questo è il mondo in cui la protagonista Angie (la poco conosciuta Kierston Wareing) si muove abilmente e sogna di costruire il proprio futuro. Donna forte, energica, problematica e piena di ambizioni, proviene da una famiglia operaia. Senza una posizione lavorativa soddisfacente e con un figlio alle spalle (che però vive coi nonni), le sue ambizioni sono rimaste fortemente frustrate e il sogno di un futuro certo per lei la porta a sfruttare questa occasione perché capisce che questo è il momento adatto.
Con una certa continuità nell’essere passata da un lavoro all’altro e temendo di non garantirsi un futuro dignitoso, Angie non vuole fare una brutta fine ed è così che inizia a vivere alle spalle dei lavoratori stranieri creando, assieme all’amica Rose, un’agenzia di lavoro temporaneo per accaparrarsi quel rispetto che non le è mai stato tributato.
Sullo sfondo di una città dove la presenza di una grande varietà di culture diverse la rende adatta per rappresentare questa tematica, dove ognuno parla la sua lingua e l’assenza di comunicazione contribuisce a non far emergere un certo tipo di problemi, il regista Ken Loach si muove egregiamente dietro la macchina da presa tornando alle tematiche sociali tanto care alla sua regia.
Nel 2000 con “Bread and Roses” parlava degli immigrati messicani a Los Angeles; in “Un bacio appassionato” ha narrato le vicende della seconda generazione degli immigrati pakistani; con “Paul, Mick e gli altri” si è concentrato su un gruppo di operai della ferrovia che lottano contro la privatizzazione.
Ora, dopo la Palma d’oro a Cannes l’anno scorso per il film “Il vento che accarezza l’erba”, e fresco di anteprima al recentissimo Festival del Cinema di Venezia, Loach torna a condannare il sistema sociale in cui le imprese prosperano grazie alla disperazione di una moltitudine di gente, che fugge dalla guerra o dalla disoccupazione, per arrivare in Europa nella speranza di trovare lavoro.
Precariato, turni e modalità di lavoro, interesse verso il fenomeno dell’immigrazione e verso gli immigrati, vita che conducono, ragioni che li spingono a venire in Europa, difficoltà burocratiche per ottenere un visto di soggiorno.
Tematiche tutte elencate in una pellicola dal ritmo ben sostenuto, che appassiona lo spettatore nei novanta minuti circa di durata e che dipinge situazioni economiche diffuse ovunque e che ormai rappresentano il cuore del nuovo sistema economico con la sua malcelata forma di ipocrisia: un sistema che, senza queste forze lavoro, non potrebbe continuare a sussistere, ma che nel contempo non nasconde il desiderio di espellere dal proprio paese (per altre ragioni) la stessa forza lavoro.
Puntando non tanto il dito sugli sfruttati, quanto sui comportamenti e sulla mentalità dello sfruttatore che ne trae profitto, il regista vuole analizzare la “normalità” di quel mondo e modo diffuso che, nella sua apparente non violenza, è finito per assumere una forma di tolleranza e di accettazione pressoché diffusa.
Frutto, sicuramente, di scelte politiche della “modernizzazione e della tanto invocata globalizzazione” davanti alle quali tutti sembrano aver assunto un atteggiamento di rassegnazione.
Nell’insieme la pellicola merita di essere certamente vista anche solo per farci sbattere in faccia (forse ne abbiamo bisogno …) quel mondo che un po’ tutti noi tendiamo ad ignorare e che Angie, moderno personaggio dei nostri tempi, ben caratterizza con la sua doppia personalità: donna che sa essere amabile ma anche altrettanto spietata e dura, egoista ma anche passionale e generosa.
Seguire la sua storia significa cambiare anche il nostro punto di vista su una vicenda che porta il pubblico – inizialmente dalla sua parte - a non identificarsi più con la sua ambizione che la rende aggressiva, perseguendo i suoi obiettivi senza più curarsi delle persone che la circondano.
Lo sfruttamento dei lavoratori invisibili quanto appartiene alla nostra società contemporanea?
Quante Angie incarnano lo spirito di questa nostra epoca?
E soprattutto: quanto ci fanno comodo personaggi come lei che nascondo alla nostra vista tante situazioni vergognose che si consumano nei luoghi di lavoro e che anche a noi può far comodo il non voler vedere?
Un “mondo libero” da leggere nelle mascherate pagine di un ottimo manuale di regole imprenditoriali, economiche e di marketing.
Ma leggiamolo fino all’ultima pagina; perché è solo alla fine che possiamo renderci conto di quanto davvero viviamo (e se viviamo) in un mondo libero e di come la società possa spingerci a lavorare all’interno di esso senza guardare in faccia a nulla e a nessuno.
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