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Scritto da Biagio Giordano   
martedì 09 marzo 2010

Invictus
Titolo originale: Invictus
USA : 2009 Regia di: Clint Eastwood Genere: Drammatico Durata: 134'
Interpreti: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Grant Roberts, Langley Kirkwood, Robert Hobbs
Sito web: www.invictusmovie.warnerbros.com
Nelle sale dal: 26/02/2010
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Biagio Giordano
L'aggettivo ideale: Intenso

“Non c’è nessuna strada facile per la libertà”
(Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libertà)
“Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid” (Nelson Mandela)

Invictus Invictus è un film ispirato alla vita di Nelson Mandela, primo Presidente nero del Sud Africa  dopo la fine dell’apartheid, premio nobel per la pace nel 1993 insieme a Frederik Willem de Klerk.
Il titolo del film è lo stesso di un poema di William Earnest Henley scritto nel 1875 che lo stesso Mandela amava moltissimo, citandone a volte dei brani, come questo: “Nella feroce morsa delle circostanze non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia. Sotto i colpi d’ascia della sorte il mio capo è sanguinante, ma indomito” .
L’apartheid (da africaans che significa separazione)  è stata una politica di segregazione razziale messa in pratica dal Partito nazionale dei bianchi dopo la vittoria elettorale del 1948 contro i neri del Sud Africa e terminata solo nel 1990 con il successo  del  movimento antiapartheid di cui faceva parte lo stesso Nelson Mandela come leader, che è anche ricorso alle armi per difendere le sue idee organizzando delle  vere e proprie guerriglie.

Mandela venne condannato nel 1962 a  5 anni di  carcere per esortazione allo sciopero  e per viaggi  non  autorizzati  all’estero,    nel  1964   gli  venne  inflitto  l’ergastolo  per  sabotaggio   e   tradimento  verso  le  istituzioni,  uscirà    nel   1990   grazie    alle   insistenti   pressioni    della  comunità   internazionale  e  alle reiterate  proteste del African National Congress (ANC) che ebbe un ruolo importante per la fondazione  nel 1955  della  Carta  delle  libertà, un straordinaria elaborazione dei  principi fondamentali della  causa anti-apartheid che tanto eco ebbe  nel mondo di allora.
La politica dell’apartheid   imponeva  molti  divieti nella vita sociale di allora,  come i matrimoni misti e le coabitazioni, la frequentazione  degli stessi locali pubblici e lo sport misto dove non era possibile per i neri stare con i bianchi nella stessa squadra. Nei trasporti pubblici l’apartheid prevedeva il divieto ai neri di sedere accanto ai bianchi, come era accaduto nel passato negli Stati Uniti.
Nel film Mandela, una volta eletto presidente del Sud Africa, stringe un’alleanza con il campione di rugby Francois  Pienaar (Matt Demon) prospettandogli attraverso il rugby un particolare progetto politico-sportivo per unire il paese, diviso allora, drammaticamente, dai conflitti razziali tra bianchi (Africaans) e neri.
La squadra del Sud africa, gli Springbook, bandita in precedenza dalle partite ufficiali perché composta da giocatori misti, bianchi e neri, secondo Nelson Mandela doveva cercare, con un impegno eccezionale, di vincere i mondiali del 1995 a Città del Capo per trasmettere al paese un forte messaggio nazionalista, unitario, capace di portare la pace e la tolleranza tra le diverse etnie del paese. Il campione Francois Pienaar, entusiasta, accetta l’idea assumendosi in prima persona la responsabilità del gravoso impegno.
Nonostante alcuni deludenti risultati ottenuti durante la preparazione ai mondiali, la squadra degli Springbook, animata da un grande pubblico, dal carisma di Mandela e da un campione di alto rendimento come Pienaar, crescerà a tal punto, come psicologia di squadra e tecnica di  gioco,  da divenire in breve tempo competitiva per la vittoria finale.
La verosimiglianza del film con la realtà è esaltata dai dialoghi in lingua originale, con la recitazione in vari dialetti sudafricani, cosa che ha richiesto agli attori un lungo lavoro supplementare.
La scena simbolo del film è rappresentata dall’entrata in campo di Nelson Mandela, durante l’inaugurazione dei giochi con la maglia del giocatore Jersey dello Springbook, accolto da un’ovazione di pubblico grandiosa che politicamente lasciava ben sperare per l’imminente futuro.

Il film è girato a Cape Town, Johannesburg, ed è tratto dal libro di John Carlin “Ama il tuo nemico. Nelson Mandela e il giorno che fece una nazione.” (Edizioni Sperling & Kupster).
Invictus  è  una lieta conferma delle grandi promesse pubblicitarie della vigilia, nonostante  numerose e ingenerose critiche lo considerino  al di sotto delle attese e deludente nello sviluppo della drammatizzazione intermedia incapace a loro dire di compensare un finale in gran parte scontato.
Eastwood si mantiene  su  piani fotografici-sonori del tutto validi,  alcuni finora poco esplorati, altri che  appaiono addirittura originali dando al film  inquadrature acustiche memorabili; ne è un esempio la scena della mischia finale nella partita di  Rugby, una delle decisive per il match, che viene  ripresa facendo sentire i respiri e i forti  rumori gutturali, prolungati, dei giocatori ormai stremati ma indomiti, presi nell’immane sforzo di spinta per conquistare il pallone. Una scena da antologia del cinema, del tutto inedita nella storia dei film, con una messa a fuoco stupefacente di tutto un contesto di gioco, compreso il drammatico sfondo scenico di una folla ormai delirante esaltata dalla concreta possibilità di una vittoria della propria squadra.
In Invictus  ritroviamo puntuale  la bravura tecnica, la penetrante ispirazione artistica, le grandi energie creative che animano da lungo tempo il regista settantanovenne  Clint Eastwood.

A differenza delle precedenti opere del grande regista americano, che riuscivano a portare al massimo della tensione episodi di vita sociale e istituzionale sempre di grande impatto mediatico, mostrandone a sorpresa le pieghe più sconosciute, insolite e cruente, qui sul piano storico nulla appare che già non si sapesse, e la biografica su Mandela scorre,  senza scosse o problematiche particolari,  come un onesto documentario di  una rete televisiva politicamente neutrale.
In Invictus la giostra dell’intreccio narrativo sembra voler cedere  il posto alla visionarietà  pura, alla fotografia per eccellenza, come non se ne vedeva da lunga data, mostrandone i dettagli più vivi, impensabili, sconosciuti, mettendo al centro immagini di rara impressionabilità, ravvivate sorprendentemente da una luce solare esplosiva, penetrante, che non conosce soste giornaliere,  come può essere solo quella del Sudafrica; bagliori di raggi che entrano  prepotentemente nelle sale cinematografiche, che esaltano  il cinema nella sua specificità più nobile, che è quella della resurrezione  visiva sullo schermo del reale ignoto, con le sue serie di immagini svelatrici capaci di divenire vere protagoniste relegando il dialogo verbale ai margini, come  sostegno alle scene  tra tanti.
E’ un’immagine fotografica quella di Invictus dominata da una luce che sembra voler unire ciò che è diviso, con la forza della sua uniformità,  una luce non artificiale, lontana da quella dei film-videogiochi, ispirata da un desiderio soggettivo di coniugazione innovativa del digitale con la tradizione dei colori, in grado di mettere al centro del film un’icona proveniente dalla realtà, registrata in essa, non quella virtuale prodotta nelle sedi del film-studies, un’immagine che parla, che questiona, stupisce mantenendo un rapporto diretto con il reale;  qualcosa di  difficile realizzazione  perché tutto ciò sembra poter nascere solo durante le riprese, sul set, giorno per giorno, attimo per attimo, senza il comodo appoggio di una sceneggiatura, di una guida sicura di riferimento, di una traccia guida già pensata  precedentemente, elaborata e pronta all’uso, senza l’appoggio dei sofisticati meccanismi presenti nei film-studies.
Ecco allora che Clint Eastwood non perde neanche un dettaglio del sonoro e delle immagini significative in gioco, in una partita di rugby memorabile, drammatica, come la finale della coppa del mondo giocata a Città del capo nel 1995 tra Sudafrica e Nuova Zelanda, mostrando indimenticabili scene di gioco, in una varietà espressiva di volti e situazioni impressionante, anche tra scorrettezze fisiche e  azioni molto pericolose, tra placcaggi al collo o al braccio non piegato, tra pugni involontari, sgomitate, testate, mischie, scontri fisici cruenti ben distribuiti lungo la narrazione con una sapienza registica non comune.
Rispetto ad altri film di Clint che sapevano caricare a dovere il desiderio dello spettatore portandolo poi a delle  forme di scarica di grande spettacolo, di intensa realizzazione immaginifica legate più a delle rappresentazioni che a un vero diretto, in Invictus  troviamo  un Clint  Eastwood essenziale, sobrio, con dettagli scenici che sono in una relazione equilibrata con gli argomenti storici più forti e intensi; la sua è una narrazione lontana dalla suspense e dalla drammatizzazione noti, ma capace lo stesso di suscitare forti emozioni.
Qui Clint Eastwood è molto attento, fino ad arrivare al capolavoro, solo alla eccelsa composizione della  fotografia delle scene sportive, vero e proprio punto di forza estetico, poetico del film, con un alto rischio di incasso per il botteghino popolare che vuole per tradizione al centro del film personaggi da commedia, più finti che veri, capaci però di far sognare e sperare.

 
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