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Scritto da Marzia Gandolfi   
giovedì 24 luglio 2008

Invincible
Titolo originale: Invincible
USA, Germania, Regno Unito, Irlanda: 2001 Regia di: Werner Herzog Genere: Drammatico Durata: 131'
Interpreti: Tim Roth, Jouko Ahola, Anna Gourari, Max Raabe, Jacob Wein, Gustav-Peter Wöhler, Udo Kier, Herbert Golder, Gary Bart, Renate Krößner
Sito web:
Nelle sale dal: 25/07/2008
Voto: 7
Recensione di: Marzia Gandolfi

invincible_leggero.jpegZishe Breitbart è figlio di un fabbro ebreo e ha la forza di Sansone. Battuto in un circo un forzuto energumeno, viene notato da un impresario di Berlino che vorrebbe condurlo in città e al successo. Convintosi che la sua potenza fisica sia un dono di Dio, Zishe lascia il suo villaggio in Polonia per raggiungere a piedi Berlino. Ingaggiato da Hanussen, un sedicente mago e preveggente che pronostica l'avvento di Hitler e sogna di istituire il Ministero dell'Occulto, si esibisce nel suo teatro interpretando Sigfrido, l'eroe epico della mitologia germanica in grado di piegare metallo e nemici. Invaghito di una bella pianista e intuito l'antisemitismo diffuso, Zishe si persuade di dover guidare il suo popolo verso la salvezza. Ma un chiodo arrugginito e l'esasperato razzismo avranno la meglio sul Sansone dello shtetl e sul popolo di Israele.
Il cinema di Werner Herzog è da sempre restio ad una definizione, ad una classificazione o all'individuazione di precise influenze e derivazioni. Nei suoi film documentarismo e finzione si fondono senza soluzione di continuità. La sua macchina da presa rimane puntata su un "paesaggio" (la Germania del '33 che elesse Hitler tramite regolari elezioni) e capace di creare immagini-simbolo (le sequenze oniriche dei granchi rossi aggrappati agli scogli) che disvelano una mitica e incontaminata purezza al fondo dell'uomo. Zishe Breitbart è un altro eroe semplice e dimesso che va ad aggiungersi alla galleria degli outsiders di Herzog, accanto ai suoi trovatelli, ai reietti, agli aborigeni australiani, ai nani, ai muti, agli avventurieri e agli ingegneri aeronautici.
Un "Giusto" provvisto di una dignità radicalmente umana, che lo pone al centro di una società borghese distorta e deformata, un visionario portatore di un'irriducibile diversità rispetto all'uomo borghese.
Anticipando di quattro anni l'esplorazione sulla natura umana di Grizzly Man, Invincibile è una cupa ma efficace storia sulla follia collettiva, che contrappone l'eccesso di pathos e il calore privato della cultura minoritaria alla freddezza della ragione e del potere della cultura allora dominante. Presentato nel 2001 alla Mostra del Cinema di Venezia e poi dimenticato in un cassetto per sette anni, Invincibile subì il duro e unanime giudizio della critica, che si affrettò a deprecare una regressione nella filmografia herzoghiana e a certificarlo come mero prodotto "televisivo". Eppure la prima metà del film di Herzog, licenziata come fiction dai più, è al contrario ispirata alla tradizione e all'estetica "debole" del cinema yiddish. Se il lavoro di riscrittura del Nosferatu di Murnau si inseriva nella volontà di recuperare il rapporto col momento più alto del cinema tedesco (l'espressionismo) prima dell'avvento del nazismo e prima della codificazione hollywodiana del racconto, Invincibile si confronta con il cinema yiddish di prima della guerra e vi attinge direttamente.
È un invito alla riflessione religioso-magica sul tempo più oscuro della Germania, quello che preannunciava le Leggi di Norimberga e riduceva gli ebrei a fuorilegge privi di ogni personalità giuridica.
Invincibile riproduce la tipologia di personaggi e situazioni di una cinematografia prodotta da una cultura di intrattenimento itinerante: il protagonista in viaggio dalla campagna alla città per avanzare verso un futuro migliore, il fortissimo senso di appartenenza, la perdita dolorosa, il felicissimo ricongiungimento, i progetti destinati a naufragare, il sentimento di perdita che infonde nostalgia e folclore.
Se il viaggio è metafora primordiale del cammino esistenziale dell'uomo, rappresentando uno dei modelli narrativi più antico e universale, al viaggio di Zishe si aggiunge l'esperienza dell'emigrazione di massa di un popolo perennemente in movimento, che ancora non vive come dovrebbe poter vivere.

 
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