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Jude PDF Stampa E-mail
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Scritto da Biagio Giordano   
venerdì 02 ottobre 2009

Jude
Titolo originale: Jude
Gran Bretagna: 1996 Regia di: Michael Winterbottom Genere: Drammatico Durata: 123'
Interpreti: Christopher Eccleston, Kate Winslet, Liam Cunningham, Jane Whitfield, Rachel Griffiths
Sito web:
Nelle sale dal: 1997
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Biagio Giordano
L'aggettivo ideale: Valido

jude_leggero.jpgMichael Winterbottom alla sua terza uscita con un lungometraggio, dopo Butterfly Kiss (1994), Go now (1996), non delude le attese  e si consacra con Jude autore filmico di razza, dalle buone e originali capacità letterarie.
Jude, uscito in Gran Bretagna nel 1996, è tratto dal romanzo di Thomas Hardy Jude the Obscure  (1896), e racconta la storia di un giovane scalpellino di Wessex dal nome Jude (Cristopher Eccleston), un uomo con un passato difficile, tormentato dai ricordi di un’ adolescenza segnata dalla miseria e da vessazioni morali di ogni genere, che, fallito il matrimonio con Arabella (Rachel Griffiths), sua paesana, si trasferisce a Christminster sede di una famosa Università, nella speranza  di cambiare vita e riuscire ad ottenere una prestigiosa laurea  nel campo umanistico, un sogno a lungo accarezzato.
In città Jude rivede sua cugina Sue ( Kate Winslet), già sposata, con la quale, dopo alcune reticenze della donna, inizia una lunga e travagliata relazione d’amore che  porterà alla nascita di due figli.
La coppia, che la gente considera  illegittima, si fa carico anche del figlio nato dalla relazione di Jude con Arabella. Il bambino, particolarmente sensibile ai problemi del suo nucleo familiare, non sopporta le  umiliazioni patite da Jude e Sue  nel cercar casa e pensando che la causa di tutto ciò risiedesse nel elevato numero di figli, impicca i fratellastri e si uccide.
Sue, abbattuta dall’episodio e psicologicamente sempre più insicura abbandona Jude  ritornando dal marito, Phillotson, un uomo colto e benestante (Liam Cunnigham).
Jude che nel frattempo era stato dissuaso dai docenti a proseguire gli studi all’Università per le sue precarie condizioni sociali e la cattiva condotta morale, riprende la relazione con Arabella.

Il film è vivace e fa ben meditare, anche se per buona parte del racconto è di una tristezza non sempre ben dosata, a tratti coinvolgente, e a volte addirittura travolgente come la scena dei tre bambini cadaveri su cui la macchina da presa si sofferma a lungo evidenziando numerosi dettagli macabri quasi a sottolineare la cifra più significativa del film: rappresentata dalla morte degli innocenti per mano dei pregiudizi presenti nella comunità .
La pellicola gioca molto sui contrasti di classe dei protagonisti, che diventano a un certo punto  veri e propri test sulle reali possibilità di godere l’essenza della vita. Essi si tramutano ad un certo punto in conflitti sociali dinamici, rappresentando il motore psicologico della narrazione, perché animati da soggetti con uno spirito competitivo forte, costante, assillati  da  intensi desideri che anelano il raggiungimento o il consolidamento delle  bellezze culturali e naturali della vita per il tramite  dell’affermazione sociale  simbolico-borghese.
L’atmosfera creata dalla pellicola a  volte  è  cupa,   buia, ma quando questa tenebrosità si presenta e si impone, viene dopo qualche istante  felicemente addolcita dai sorrisi dei giovani protagonisti, che tramite i loro volti paiono voler dire di non avere alcuna intenzione di arrendersi alle sfortune della vita  illuminandosi spontaneamente di intense speranze, colorate vivacemente da sogni-miraggi. Sono  fantasie di reazione al male, un po’ sorprendenti per gli spettatori ma piacevoli a vedersi che configurano e prospettano, quasi magicamente,  una  vita migliore, immaginata attraverso i poteri  misteriosi dell’amore-passione.
La grande speranza, suscitata dall’innamoramento  tra Sue e Jude,  si attenua, via via che la narrazione scorre, sotto i colpi sferzanti dei pregiudizi sociali e religiosi della gente, di tutte quelle persone con cui la coppia viene  a contatto per mero bisogno esistenziale; esse dimostreranno brutalmente tutto il loro cinismo, la loro natura di cristiani ipocriti, incapaci di aver pietà per l’ umiliante situazione di Sue e Jude, dove povertà e immigrazione incarnano il “prossimo” del nuovo testamento; essi  li respingeranno e rimprovereranno loro lo stato illegittimo di coppia non sposata preparando, da unici e veri responsabili, la tragedia finale.
La speranza della coppia innamorata si spegne del tutto quando la tragedia dei figli uccisi richiama Sue e Jude, sconvolgendola, alle illusioni sociali e individuali che stanno vivendo.
Con essa sembra morire anche il loro amore che forse, adombrato da una oscura colpa inconscia, non osa più manifestarsi in tutta la sua autenticità.
Winterbottom non  sfuma al meglio i passaggi tra i vari episodi del racconto, dapprima ciò potrebbe facilmente portare a credere a dei difetti di montaggio, ma conoscendo le capacità tecniche del regista verrebbe piuttosto da pensare a una scelta stilistica a lungo accarezzata, fermamente voluta, di tipo scritturale, molto originale, non del tutto sperimentale. Sembrerebbe che l’autore abbia cercato di  rendere i collegamenti tra una sequenza di scene e l’altra, molto bruschi, netti, privi di un cuscinetto di senso, quasi a voler conseguire un falso zoppicamento della scorrevolezza narrativa, per  poter dare meglio agli spettatori  l’idea del  senso della vita stessa dei personaggi, che non è mai  fluida ma sempre claudicante, scissa, annebbiata  da esperienze estremamente negative.

Da un punto di vista un po’ più filosofico sembra imporsi al centro del film, per la sua insistenza scenica e la profondità delle formule espressive, un tema etico particolare che tocca la famiglia come istituzione, il suo senso più profondo, a volte indiscutibile, di cellula sociale, eternamente indivisibile, unica. Il film tocca la questione della sua cinica e violenta protezione tramite le istituzioni che la sostengono, che a volte si scagliano impietosamente verso tutto ciò che pare minacciarla parallelamente dall’esterno, come la coppia di fatto, minacce inesistenti che in realtà testimoniano della patologica chiusura delle istituzioni-famigliari verso  comportamenti atei e scelte di vita simili ma libere, spesso legate al semplice amore di coppia.
Quello di Winterbottom è un freddo e distaccato interrogativo sui valori sociali ed etici più diffusi racchiusi nel nucleo famigliare e sulla  capacità della famiglia nel conservare e sviluppare l’amore di coppia allontanando lo spettro di quel adulterio che la divide irrimediabilmente ma che è il sintomo di un male originato dal l’istituzione stessa.
Il pregiudizio popolare, di chiara origine cattolica, contro le unioni di fatto, che prende di mira le coppie non sposate, con figli,  che hanno trovato l’amore più autentico, domina gran parte della pellicola, il regista lo lega senza mezzi termini, lasciandone intendere anche  le responsabilità, ad una  forte atmosfera religiosa integralista, ben presente sul finire del ‘800 in gran parte della vita pubblica e privata dell’Europa del centro-nord.

 
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