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La passione di Cristo
Titolo originale: The Passion of the Christ
USA: 2004 Regia di: Mel Gibson Genere: Drammatico Durata: 126'
Interpreti: Jim Caviezel, Maia Morgenstern, Monica Bellucci, Rosalinda Celentano, Claudia Gerini, Sergio Rubini, Mattia Sbragia, Hristo Shopov, Luca Lionello, Christo Jivkov, Sabrina Impacciatore, Francesco De Vito, Toni Bertorelli, Fabio Sartor, Giacinto Ferro, Olek Mincer, Adel Ben Ayed, Luca De Dominicis, Pedro Sarubbi, Chokri Ben Zagdan, Roberto Bestazzoni, Francesco Cabras, Giovanni Capalbio, Matt Patresi, Jarreth Merz, Romuald Klos, Andrea Coppola, Tom Shaker, Giovanni Vettorazzo, Roberto Santi, Federico Pacifici, Maurizio Di Carmine, Danilo Maria Valli, Francesco De Rosa, Arianna Vitolo, Paolo Dos Santos, Valerio Isidori, Abraam Fontana, Nuot Arquint, Vincenzo Monti, Danilo Di Ruzza, Davide Marotta, Luciano Dragone, Francis Dokyi Baffour, Evelina Meghangi, Lucia Stara, Micelle Bonev, Ornella Giusto, Gabriella Barbuti, Rossella Longo, Noemi Marotta, Daniela Poti, Andrea Ivan Refuto, Roberto Visconti, Emilio De Marchi, Lello Giulivo, Abel Jafry, Ivan Gaudiano, Nicola Tagliarelli, Antonello Iacovone, Valerio Esposito, Omar Capalbo, Luciano Federico, Dario D'Ambrosi, Giuseppe Loconsole, Emanuele Gullotto, Lino Salemme, Franco Costanzo, Adel Bakri, Paco Reconti, Lucio Allocca, Sheila Mokhtari, Angelo Di Loreta, Ted Rusoff
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Nelle sale dal:
Voto: 8
Recensione di: Biagio Giordano
“La lotta tra bene e male e l’immenso potere dell’amore vengono prima della razza e della cultura.
Questo film è sulla fede, sulla speranza, sull’amore e il perdono.
Queste sono cose di cui il mondo potrebbe fare maggior uso, specialmente di questi tempi.
Questo film vuole infondere speranza, non offendere”. Mel Gibson
Intervista a Mel Gibson rilasciata alla Agenzia cattolica Zenit nel Marzo del 2003.
Il film non pretende di sostenersi su inedite precisazioni storiche della vita di Cristo o su personali e originali interpretazioni visive del senso religioso.
E’ tratto e ispirato dai quattro “vangeli”. Le “sacre scritture” così come ci sono state trasmesse forniscono gran parte della significazione verbale e logica al film.
La pellicola però, per quanto riguarda il linguaggio più visivo, si rifà ad alcune invenzioni stilistiche e linguistiche ideate da Mel Gibson. Lo stile che prevale è una sorta di naturalismo accompagnato da sfondi scenici costruiti con accurate simbolizzazioni che si avvalgono dello strumento del colore. Ad esempio è molto riuscita durante la cattura di Cristo l’associazione tra il colore blu iniziale dell’ambiente esterno e i dialoghi che intervengono in aramaico, perché si crea un effetto di iperrealtà territoriale che trasforma l’intrepido immaginario della finzione in forti impressioni di vero.
Una delle chiavi per capire questo film, che ha fatto molto discutere soprattutto per l’insistenza visiva della macchina da presa sulla sofferenza carnale del corpo di Gesù, sta secondo me nell’intento preciso della sceneggiatura di dare allo spettatore una dimensione sensoriale straordinaria della passione di Cristo, qualcosa che riuscisse a richiamare dall’inconscio di ciascuno figure carnali dell’intensità religiosa delle origini. Intensità che i “vangeli” non riescono a dare, in quanto limitati dalla sola espressione scritta e dall’epoca moderna in cui viviamo che si è allontanata molto dalla cultura originaria del cristianesimo. Mel Gibson riesce pienamente nel suo compito, anche se l’intensità della sofferenza e la disgregazione visiva del corpo creano negli spettatori dualismi pulsionali complessi che portano a forme per alcuni aspetti segnate dal disgusto e dal rifiuto e anche ad un erotismo sublimato velato di sadismo.
Il regista mette in atto un visivo filmico tutto preso in una funzione sensoriale localizzata sulla carne, focalizzando tecnicamente in modo magistrale il martoriamento della carne del Messia in ogni particolare e costruendo una scrittura di sangue vivificata da lunghe sequenze di ripresa della macchina da presa. Lo spettatore sorpreso è costretto a una scelta riflessiva sul senso della passione.
La macchina da presa sembra in questo film non curare i tempi estetici dell’esposizione bensì inoltrarsi in quelli prolungati dello scavo psicologico ossessivo teso ad intendere meglio quasi con disperazione i legami significanti della passione della via Crucis che il sentire moderno tende sempre più a metaforizzare anziché drammatizzare. Uno scavo che trova la complicità di intrattenimento del colore rosso sangue sempre al passo con la passione fino al punto di diventare il vero dominatore cromatico e significante del film.
Gibson come regista-artista ma anche come uomo comune immagina qualcosa del significato della passione del Messia che non c’è più e cerca di restituircelo oggi come valore configurando nel film una metafora dell’amore assoluto tormentato dalla carne. Ciò ha senso perché avviene in un tempo presente sempre più dominato dalla coscienza del mercantilismo di molti sentimenti.
E’ un significato etico della passione che si tende a rifiutare perché siamo avvolti da una presa seduttiva quasi perfetta composta da nuovi stili di vita.
Quest’ultimi si fondono con ogni sorta di ricerca di comode e piacevoli ambizioni mondane.
Mai come in questa epoca si è coscienti del condizionamento profondo del sociale sull’etica.
Ma vien da pensare anche che il mondo della fede religiosa cristiana dell’occidente sia da tempo malato di una razionalità sociale totalizzante che porta ad essere sempre meno liberi di scegliere e valutare strategie di valori etici. Una fede che sembra imprigionata nella sua articolazione operativa nella rete ferrea della globalizzazione. E’ una razionalità sociale che si muove su binari obbligati producendo rigidità comportamentali o crisi di identità. Forse la fede oggi è anche qualcosa che ruota come un volano intorno ad una ragione globalizzata accettando compromessi sul senso del reale fino a ieri inimmaginabili.
Da ciò sembrano verificarsi in occidente invisibili e progressivi stemperamenti dell’intensità emotiva della religione. Lo stesso vale per le ideologie.
Sia il cristiano che il laico attratto dalla grandezza etica dei vangeli rischiano di trovare con questo film qualcosa di straniante perché l’oggetto del film e il modo con cui viene rappresentato riguardano l’archetipo della carne che l’inconscio collettivo custodisce da millenni.
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