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La vita sognata degli angeli PDF Stampa E-mail
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Scritto da Alessandro Beria   
mercoledì 07 maggio 2008

Titolo: La vita sognata degli angeli (La vie rêvée des anges)
Regista: Erick Zonca
Interpreti: Elodie Bouchez, Natacha Régnier, Gregoire Colin, Murielle Colvez, Frederique Hazard, Francine Massenhave, Patrick Mercado, Louise Motte, Zivko Niklevski, Lyazid Ouelhadj, Jo Prestia.
Genere: Drammatico
Nazionalità: Francia, 1998
Produzione: Les Productions Bagheera France 3 Cinema Diaphana – Distribuzione: Bim-Columbia Tristar Film Italia – Medusa – Mondatori - 2005
Dati tecnici: 108 min. – 5 Singola faccia, doppio strato (Formato video 1.85:1, 16/9) - PAL Area 2
Lingua audio: Italiano, Dolby Digital 2.0 - Italiano, Dolby Digital 2.0 - Francese
Lingua sottotitoli: italiano

Voto del recensore: 10/10 – film da non perdere


lavitasognatadagliangeli_leggero.jpegLa vita sognata degli angeli (e non dagli angeli!): ovvero, ogni percorso ha il suo destino…

Lo sfondo: la città francese di Lille e le persone che girovagano nei suoi ‘teatrini sociali’.
L’azione: il viaggio e l’itinerario di due ragazze nel mare della provvisorietà e nei crocicchi delle molteplici scelte di vita.
La scena: la vita (?)

L’incedere faticoso di uno zaino da turista, sulle spalle di una testa increspata e nera, segna l’inizio del film e dei percorsi che in esso si dispiegano. È Isa (Elodie Bouchez: forse chi vede la serie Alias la ri-conosce), che cerca un amico a Lille ormai trasferitosi altrove e che per vivere vende cartoline fatte di ritagli di giornale, passandole per produzione di emarginati o diversamente abili, e sorride alla gente. Incontra così in un bar un signore che coglie l’occasione per offrirle un lavoro (subito un fremito nello spettatore, non sarà forse…no, non è così, no ai luoghi comuni: siamo nel mondo più reale del reale che dipinge Zonca) in una fabbrica di tessuti (un ‘atelier’, per dirla alla francese), che richiama un po’ le tinte fosche delle fabbriche cinesi (tanto quelle reali, quanto quelle presenti in altre produzioni cinematografiche o documentarie), dotate di poca sicurezza, poco rispetto, poco salario e tanto lavoro.
Questo incipit in dettaglio, giusto per inquadrare il luogo da cui trae momento l’azione.
Nella fabbrica Isa incontra Marie (Natacha Régnier): si scoprono entrambe ventenni ed entrambe coinvolte nel regime di provvisorietà della Francia di fine Millennio. E subito si sente marcata una differenza: Isa, sincera e immediata, che racconta i suoi trucchetti per vivere; Marie, più chiusa e altera, che vanta una esperienza passata (sa un po’di falso), presso un altro atelier, da cui si è licenziata perché le, si passi l’espressione, stava sul ‘di dietro’ il padrone e l’ambiente. E qui, si premura di evidenziare a Isa, mica ci sarebbe stata per tanto: il tempo di fare quattro soldi e saluti a tutti quanti…
Insomma, i caratteri sono decisamente polari, ma un filo li unisce, e non è solo il fumo di un tiro di sigaretta condivisa. Entrambe infatti sopravvivono e cercano di vivere, pur da basi e con attese diverse. Entrambe soffrono, ognuna nel proprio modo e mondo: Isa forse più forte, senz’altro più vitale; Marie forse più debole o solo con attese più elevate. Entrambe sono alla prova e, una volta che Isa trova riparo nella casa di Marie (anzi no, di una certa donna e di sua figlia Sandrine, la prima deceduta, l’altra in coma presso l’ospedale della città…), proprio entrambe possiamo osservare in parallelo e nelle reciproche interazioni, attraverso sequenze tanto semplici quanto chiarificatrici ed esemplari di due approcci possibili, ed entrambi leciti, alla vita.
Isa vive di semplicità che non è (bene precisarlo) ingenuità: è apertura alle cose che accadono nonostante contengano elementi dolorosi o momenti intensamente difficili, dove non si sa che cosa scegliere, eppur si deve.
Isa è orientata alla vita, a 360 gradi, anche a quella di Sandrine, 15 anni, una vita sospesa nel limbo del coma, ma che subito Isa si sente di riempire, continuando il suo diario, avvicinandosi alla storia della ragazzina, cercando un significato nel suo operare verso di lei, nel suo andare all’ospedale a trovarla, nel cercare di far riflettere Marie sulla non banalità di una casa che è salvezza originata dalla distruzione. Isa accetta e ri-conosce chi le offre spunti per arricchire il ‘sopravvivere’ di ‘vivere’, come i buttafuori incontrati nel bar e quasi co-protagonisti nel teatro di Lille, o l’amica un po’ ingenua con cui pattina come ragazza-cartellone e che, infine, siglerà la scena finale insieme a lei.
Marie non è meno attaccata alla vita, ma la aggredisce, non ne accetta le deficienze, cerca di elevarsi materialmente, ma non riesce nel contempo ad elevarsi, per dir così, spiritualmente, in quanto il rifiuto prevale sull’accettazione: degli altri, sicuramente, ma innanzitutto di se stessa. Non si riflette in quella che è, ha una determinata volontà a rifiutarsi, e accoglie così le vite di chi la usa, cercando di interpretare gli sfruttatori come potenziali elevatori sociali. Eppur si rifiuta e, in fine, definitivamente.
Da un lato Marie è sempre in situazione di sfida, però è sfid-uciata; dall’altro Isa accetta la sfida, ma sa anche declinarla, e comunque non dif-fida di se stessa. Entrambe hanno momenti di crisi, di rottura in loro e fra di loro ma, se la rottura è la figura dell’essere di Marie, non lo è mai del tutto per Isa. Per quest’ultima la rottura è un modo di trasformar-si, di diventare altra da sé e di accettarsi nella trasformazione; per Marie la rottura deve essere sempre una pro-tensione verso l’alto (e non verso l’altro) e deve consentirle di realizzare un salto, altrimenti è solo rovina.
Qui occorre fare estrema attenzione: non si dice (e il regista non lo dice) che sia meglio l’una o l’altra ‘vitalità’; l’esito è diverso e, se una abbandona il mondo, e l’altra, compromettendosi, lo vive (in fondo un lavoro probabilmente sottopagato e ripetitivo in una fabbrica, il tram tram quotidiano), il giudizio non si ha da porre. Non a caso, verso la fine del film, Isa scrive a Marie: “Ti auguro di avere la vita che vuoi, quella che sogni. Ogni giorno, ogni istante”. E ognuno sogna ciò che vuole o ciò che può permettersi di volere e di sognare: la vita sognata degli angeli sta proprio in questa apertura e libertà.
I temi del film sono tanti, ma si possono ricondurre ai temi dell’amicizia, dell’amore, del lavoro, della volontà e/o velleità. Il film si apre infatti a una densità di senso davvero stupefacente, proprio perché, con modalità estremamente semplici, sa andare oltre l’ordinario e, dunque, stupire. Il racconto è lineare, lento, ma sempre affascinante, perché il punto di vista usato è così vicino alla vita normale di tutti noi (sarà anche che è girato in 16mm e che è realizzato da un regista di lunga esperienza nel corto-metraggio e nelle viste in soggettivo e da-vicino) che non puoi non rimanerne penetrato. La recitazione è eccezionale: entrambe le attrici, in Isa e in Marie, realizzano così bene la (a)normalità del dolore e della gioia quotidiana del vivere, dalle dita con-torte con cui fumano pacchetti di sigarette, alle grida e alla rabbia dei momenti più critici, alla serenità degli spazi e tempi di solitudine o compagnia, che non sembra di vedere un film, sembra quasi di essere immersi nella vita che, tramite la pellicola, scorre intorno, dentro, fuori, sempre accanto a noi.
Di altri film si può dare un commento piuttosto definitorio. Di questo credo non sia possibile o, almeno, io non ci riesco. Guardarlo, sentirlo, leggerlo e viverlo: per questo film non credo ci sia alternativa. Dunque, coraggio!

Post Scriptum: non potendo del film dire di più, perché è il vederlo il suo più bel commento, dico qui qualcosa intorno al film.
Parliamo di Erick Zonca: di origine italiana, ‘trascorsi’ alcuni anni negli Stati Uniti, vissuto e vivente in quel di Parigi, è un regista a sé. Non ha prodotto molti film, ma tantissimi documentari per la tv. Questo back-ground gli ha forse dato l’occhio magistrale con cui ha documentato e guidato le vite di Isa e Marie nel film.
Film che, a parte i premi a Cannes e altrove, è forte dell’interpretazione (quasi più azione e partecipazione vera, vitale, che interpretazione) di Elodie Bouchez e Natacha Régnier, che fanno dei loro personaggi delle ‘persone vive’, che si proiettano, consistenti e psicologicamente convincenti, al di là dello schermo.
In rete si possono trovare tutti i dettagli del regista, così come dei singoli attori, tra cui Grégoire Colin (nel film, il gestore del locale e proprietario del ristorante, Chriss, per intenderci), quest’ultimo chiave di lettura significativa nel bivio narrativo in cui Isa e Marie si incontrano/scontrano. Così, quello cui desidero accennare in queste righe, è essenzialmente l’architettura, il teatro in cui gli attori giocano la scena, la maglia leggera con cui Zonca li coordina in un dramma coerente dai primi passi datati di zaino sino alla colonna sonora finale con la camera a carrello che scorre, osservando le ragazze nella fabbrica di componenti elettronici. Architettura chiusa e composta e che, grande ed elegante pregio, non si s-compone neppure nel momento della tragedia, quando non crolla o cede all’eccesso, ma piuttosto vibra tutta intera, richiamando a sé i fili dipanati nella struttura e, della fine, facendo semplicemente un altro inizio. È un’architettura paesaggistica: inizia osservando il mondo, scendendo, per dir così, al piano dei viventi e dei m(ovi)menti della vita, si sofferma a quel piano e non lo lascia mai, non sale, non scende, ci porta orizzontalmente sino alla fine dello spezzone di vita individuato, poi ci lascia e ri-lascia l’obiettivo andando fuori scena. La visione di uno spezzato. Un po’ come un gabbiano che plana sull’acqua e per un po’ vi vola a pelo; un po’ come un tram, che attraversa la città e, giunto a destinazione, la riattraversa, torna indietro, e vede il mutare delle cose, e delle persone.

 
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