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Scritto da Piergiorgio Ravasio   
giovedì 22 marzo 2007

L'albero della vita
USA: 2006. Regia di: Darren Aronofsky Genere: Drammatico Durata: 96'
Interpreti: Hugh Jackman, Rachel Weisz, Marcello Bezina, Alexander Bisping, Ellen Burstyn, Cliff Curtis, Sean Gullette, Mark Margolis, Sean Patrick Thomas
Recensione di: Piergiorgio Ravasio

lalberodellavitaleggero.jpg"Il Signore Dio scacciò l'uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all'albero della vita" (Genesi, 3-24).
Con questo incipit "L'albero della vita", narrando allo stesso tempo tematiche sconfinate e vicende molto intime, è una storia sull'amore e sull'accettazione della mortalità, che si svolge in tre epoche molto diverse tra di loro. Partendo dallo spunto che in molte culture esistono storie sul desiderio di vivere in eterno, il regista Darren Aronofsky stende una sceneggiatura decisamente insolita nel panorama cinematografico contemporaneo, realizzando un film intriso di simbolismi e visionarietà molto marcate. Preoccupato dalla condizione fisica, spesso il genere umano dimentica di nutrire il proprio spirito. Da questo punto di partenza nascono gli interrogativi che questo film vuole sollevare. La morte ci rende umani? E se potessimo vivere per sempre, perderemmo la nostra umanità? Il film si snoda tutto attorno alla figura di un uomo impegnato a salvare la donna che ama nel suo lungo viaggio a cavallo di vari secoli. Tomas, Tommy e Tom: i tre nomi della stessa persona.
Il conquistador nella Spagna del sedicesimo secolo, incaricato di trovare la Fontana della Giovinezza per proteggere la sua Regina da un nemico che ha giurato di vendicarsi di lei. Lo scienziato che sta cercando di trovare una cura per il cancro che ha colpito la moglie, prima che la malattia la divori completamente.
L'uomo, che ha vissuto molto più tempo del limite umano, in un viaggio metafisico su di una navicella spaziale, verso Xibalba, una lontanissima nebulosa, cercando di ricongiungersi con la sua amata.
Non si sta parlando di un film sui viaggi nel tempo. Piuttosto di una combinazione di tre periodi temporali diversi, in cui i protagonisti rappresentano tre aspetti diversi della stessa persona.
Tomas il conquistador ha un'energia incredibile e una passione infinita verso la sua Regina.
La stessa risolutezza e inflessibilità contraddistingue lo scienziato Tommy che non accetta la morte della moglie Izzi, nonostante questa cerchi di istruirlo sul fatto che morire fa parte del nostro codice genetico e che passare attraverso questa esperienza potrebbe contribuire alla nostra crescita spirituale.
Medesima determinatezza anche per Tom che, dopo la morte della moglie Izzi, vagherà nello spazio con l'Albero della vita verso cui ha trasferito l'amore per la consorte nella convinzione che l'esplosione di Xibalba farà risorgere le anime trapassate.
Izzi, a differenza dell'uomo che trascende spazio e tempo, è una persona normale, conscia della propria condizione di salute e che alla fine accetta il suo destino in maniera serena, volendo dire addio con molta grazia a tutti quelli che ama.
Avendo scoperto un senso di pace nel corso della sua malattia, vorrebbe affrontare la sua dipartita con Tommy accanto, sentendolo presente e trasmettendogli la stessa sensazione. Ma solo alla fine Tom comprenderà il vero significato del suo viaggio.
Tre storie che si intrecciano in un'unica soluzione e conclusione allorquando i vari Thomas (guerrieri, scienziati ed esploratori), saranno pronti ad accettare la vita, l'amore e la morte.
Il fulcro di tutta la trama è una "semplice" storia d'amore sul perdere una persona cara e sugli insegnamenti che ne derivano; primo fra tutti quello di vedersi sfuggita la possibilità di condividere con qualcuno gli ultimi bei momenti, perché troppo impegnati a trovare il modo di continuare a vivere assieme.
Pellicola tutta giocata su una profusione di immagini oniriche al punto da elaborarla in un prodotto d'élite per una platea oltremodo ricercata e dalle pretese filmiche indiscutibilmente raffinate.
Ma ciò non ci impedisce di afferrare lo squillante invito a vivere la propria vita, ad andare avanti e morire in maniera completa; ad accettare la propria mortalità per non avere più paura; ad utilizzare il proprio coraggio non per combattere la morte, ma per affrontarla ed ottenere la liberazione più grande.
Cercare di rimanere attaccati ad un determinato momento per paura di perderlo è come vivere in uno stato di morte, perché l'unico modo di essere vivi è quello di farlo nel presente.

 
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