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Lourdes PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 5
ScarsoOttimo 
Scritto da Stefano Priori   
mercoledì 06 aprile 2011

Lourdes
Titolo originale: Lourdes 
Austria, Francia, Germania: 2009  Regia di: Jessica Hausner  Genere: Drammatico  Durata: 99'
Interpreti: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn, Elina Lowensohn, Katharina Flicker, Linde Prelog, Heidi Baratta, Jacky Pratoussy, Walter Benn, Hubert Kramar, Helga Illich, Thomas Uhlir, Irma Wagner, Gilette Barbier, Gerhard Liebmann
Sito web: www.lourdesilfilm.it
Nelle sale dal: 11/02/2010
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Stefano Priori
L'aggettivo ideale: Disincantato

LourdesIl film di Jessica Hausner, racconta il “ miracolo “ accaduto a “Christine”, (Sylvie Testud), durante un pellegrinaggio “organizzato” a Lourdes, entro la piccola comitiva di cui fa parte.
Una mattina le riesce di alzarsi da sola dal letto. Mentre la sera prima, la sua paralisi era completa, rendendo assolutamente necessarie, le cure delle sorelle crocerossine.
Nel miracolo “Christine” riacquista l’ uso seppur graduale, delle gambe e delle mani, in modo quantomeno meraviglioso.
Il medico di Lourdes che compie la visita diagnostica per attestarne la guarigione, dice che: ”Vi sono notevolissimi miglioramenti rispetto alla sua patologia di sclerosi multipla.”
Ma non pronuncia la parola miracolo.

La rappresentazione scenica è di altissimo livello, colpiscono sia la bravura della Testud, sia le soluzioni sceniche dettate dalla regista. La scena di apertura iniziale, ne rivela appieno l’umore, ed evidenzia attraverso la cura dell’immagine, la significazione cinematografica. Il tessuto narrativo è reso come impalpabile, sospeso. Nonostante questo “apparente” distacco, il personaggio di Christine cresce grazie alla capacità attoriale, di Sylvie Testud, che misurandosi con la direzione della Hausner ottiene come risultato un equilibrio formale elevato.

Le scene della confessione e delle piscine, assumono un aspetto di sacralità, a prescindere dall’aspetto di fede. La loro costruzione è sostenuta da un complesso compositivo di stile poetico che evidenzia un carattere unitario.
Tutto il film vive questa forma rigorosa, escluso il finale.
La Hausner ci mostra all’inizio del film, l’invidia tra disabili in cerca della grazia, in modo inquietante e realistico.
Sylvie Testud ci pone ampiamente, dentro il dramma della condizione disabile, estromesso dal mondo “normale”.
Non vi sono risposte spirituali ecclatanti, di fronte alla condizione di “esclusi. Questa condizione ci è presentata dalla regista, come condizione “sola”. Tutto ciò, potrebbe bastare e saziare compresa la scelta stilistica del miracolo, che avviene silenziosamente. Ma è proprio qui che il film comincia  a vacillare, proprio con l’avvenuto miracolo.
La spiritualità ”mancante” nei personaggi è ben rappresentata sul piano umano e significativo, ma la regista avvenuto il miracolo, è come se perdesse di mano il suo personaggio.
Proprio nel momento di passaggio, dalla condizione infelice a quella “felice”. Ci sono tentativi di deridere il suo personaggio, attraverso applausi teatrali, scenografici, ma un messaggio di verità non appare più credibile. E’ proprio quando la regista deve sostenere questo passaggio di stato del suo personaggio, che il trattamento si blocca e barcolla. Corre come un filo, un senso di vicinanza alla protagonista, ma non tale da disegnarne un destino. Quasi come la Hausner avesse tentato di dirci, meglio vivere da “infelici” che felici.

Allora diciamoci eticamente concordi con l’idea concettuale della Hausner, ma diciamo anche chiaramente che manca nel finale un ribaltamento di piani, che mostri con dei contenuti scenicamente proponibili, il lavoro lineare di tutto il film.
E’ interessante notare come la regista, interpreti il dubbio della fede rispetto al miracolo, quasi in senso Evangelico: “Molti dubitavano  però...” accade più volte nelle citazioni del Vangelo. A mio parere, ai fini strettamente narrativi, il film racconta il “suo”miracolo, quello di Christine, come se trattasse proprio di un miracolo.

Questo è il suo limite. La regista non sa se scegliere di mostrare il miracolo.Tenta di farlo anteponendovi il dubbio.
Lo tratta come un miracolo, “non riconosciuto”. Ci mostra
il dubbio dei componenti il pellegrinaggio, nei confronti della miracolata, forse per dissuadere dal desiderio di miracolismo.
E’ un fine ambizioso il suo “dubbio”, ma non facile. Se il fine di Jessica Hausner fosse di volerci comunicare attraverso una rappresentazione verosimile, l’incredulità del cristiano, come in “dubbio” verso l’idolatria, al piano del film sarebbe valso un carattere spirituale autentico.

Christine miracolata, cammina seppur con fatica e mangia da sola. Si siederà ancora, nel finale del film, sulla sedia a rotelle, suscitando i commenti di alcuni compagni di pellegrinaggio, i quali diranno: ” Lo sapevo che non durava.”

Ribadiamo che nel “dubbio” la Hausner sfiora la perfezione del suo trattamento, che affonda però in un agnosticismo completo, anche della protagonista, la quale non è più credibile, perché sembra aver perso un senso vitale. Ma non è una volontà di regia a determinare questo aspetto è che non subentra un contraltare scenico nel rappresentare al meglio il nuovo personaggio.
Si potrebbe “osare” e dire che il tema del film risulta essere antistorico. Insomma non possiamo credere che Christine possa essere sopraffatta completamente dall’incredulità dei componenti il pellegrinaggio, rimanendo svuotata lei stessa di un minimo carattere interiore, spirituale o umano.
Il bacio con il cavaliere di Malta nel finale, attesta un segno di banalità nel trattamento, che non convince a fondo.
Così come il ballo, il quale risulta insufficiente come finale del film. Insomma a nostro dire, dopo il miracolo non esiste più un contenuto che rappresenti il senso del film nei suoi aspetti reali, manca un’esegesi attendibile. 

 
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