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Scritto da Anna Maria Pelella   
martedì 18 ottobre 2011

Love for life
Titolo originale: Mo shu wai zhuan
Cina: 2011. Regia di: Gu Changwei Genere: Drammatico Durata: 100'
Interpreti: Aaron Kwok Fu-Sing, Zhang Ziyi, Tao Zeru, Pu Quanxin, Jiang Wenli,Wang Baoqiang, Cai Guoqing, Li Dangyang, Li Jianhua, Guo Zetao, Jiang Wen
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Anteprima Festival di Roma
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Sognante
Scarica il Pressbook del film
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Tratto dal romanzo Il Sogno del villaggio dei Ding di Yan Lianke, edito in Italia da Nottetempo

Love for life Durante gli anni Novanta la pratica della vendita del sangue, unita alla totale assenza di norme igieniche e alla scarsa informazione, contribuirono all’estensione di un’ epidemia di AIDS nelle campagne cinesi. Le autorità, non riuscendo ad arginare il problema, preferirono mantenere il silenzio sui numeri effettivi e sulla gravità della situazione, contribuendo a loro volta alla diffusione del male. Il film racconta, senza approfondire troppo, la situazione in uno di quei villaggi.

Per poter comprendere al meglio la reale natura del problema cui si fa riferimento nel film di Gu Changwei, o meglio in quel che resta del film dopo i tagli imposti, bisognerebbe aver letto il libro da cui è tratto, e magari aver anche visto il documentario Together di Zhang Liang, che fornisce ulteriore materiale di approfondimento relativo al villaggio e alle esperienze occorse al cast di Gu Changwei durante la lavorazione del film.
La storia è raccontata in prima persona da un bambino di 12 anni, ucciso da un pomodoro avvelenato nei primi fotogrammi. Il fatto che sia morto in quel modo e il motivo per cui questo è accaduto sono senz’altro più chiari a chi ha letto il libro, o a chi sa intuire il non detto tra le pieghe di una narrazione insinuata, più che realmente filmata.

Il villaggio di cui si parla è preda di una virulenta epidemia di AIDS, come molte altre zone problematiche negli anni Novanta, ma quel che viene lasciato in sospeso è il motivo per cui la situazione è giunta a questo punto, si intravede qualche sprazzo in riferimento alla vendita del sangue, ma il tutto è rimandato alla buona volontà dello spettatore. La storia principale attorno a cui si snoda la narrazione è quella di un uomo e una donna, malati a uno stadio conclamato, che vanno a vivere nella scuola elementare del paese, divenuta il centro di accoglienza dei malati che non possono più restare a casa. La poesia del romanzo fa capolino di tanto in tanto alleggerendo il racconto di quella che alla fine è una storia d’amore tra persone morenti, ma quel che si perde per strada è tutto il sottotesto politico cui il romanzo, invece, aveva dato ampio spazio.

La pratica della vendita del sangue fu incoraggiata dal governo, come fonte di reddito e relativo arricchimento delle popolazioni rurali, il tutto però avvenne senza che venissero effettuati controlli e con una scarsa attenzione alle norme igieniche.
Quando fu evidente che il fenomeno era fuori controllo le popolazioni locali furono isolate e lasciate per lo più da sole a gestire l’emergenza. Il numero di morti fu elevatissimo, e le informazioni basilari per un tentativo di limitare la portata dell’epidemia furono per lo più diffuse in maniera casuale.
Il racconto focalizza la sua attenzione sulle dinamiche interne al villaggio, e questa parte risulta persino divertente, nella misura in cui lo possono essere le situazioni pittoresche di un gruppo di persone che per lo più si arrangia a sopravvivere.
I piccoli stratagemmi e le cattiverie quotidiane rivestono la storia di una patina di attualità, come anche l’amore senza tempo tra persone condannate, che si incontrano in un momento infelice, e finiscono per farsi compagnia nel cammino in salita che li attende. Aaron Kwok e Zhang Ziyi brillano di febbre e amore represso, e l’insieme, seppure leggermente straniante, risulta poetico.

La regia brillante e festosa contrasta col peso del non detto, il quale a momenti tracima nelle inquadrature sbilenche che illustrano la morte, più che motivarla. La sensazione che si avverte, sia pure lasciandosi trascinare dalla poesia e dalla bellezza degli scenari e dei due innamorati, è che ci si trovi di fronte a un’opera monca, la cui prima parte promette cose che poi, nella seconda, non le è stato consentito di mantenere.
Il tutto si tiene in un equilibrio a metà tra la favola e la storia reale, che però invece di allargare il respiro in una conclusione che porti alle motivazioni o perlomeno ne suggerisca il senso, finisce per chiudere il tutto nell’asfittico ultimo respiro di un amore morente.

 
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