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Marpiccolo
Titolo originale: Marpiccolo
Italia: 2009 Regia di: Alessandro Di Robilant Genere: Drammatico Durata: 93'
Interpreti: Giulio Beranek, Anna Ferruzzo, Selenia Orzella, Michele
Riondino, Roberto Bovenga, Nicola Rignanese, Giorgio Colangeli,
Valentina Carnelutti
Sito web:
Nelle sale dal: 06/11/2009
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Roberto Fedeli
L'aggettivo ideale: Sferzante
Dopo l’attacco frontale de ''Il giudice ragazzino'', Alessandro di Robilant arriva a toccare i cuori ed i palati dei fruitori, grazie ad una pellicola di grande spessore sociale.
Il regista riporta con taglio documentaristico, l’utopia della fuga di un ragazzo pugliese (Tiziano).
Questi sa amare il padre indebitato, la madre martire, la fidanzata innamorata e la sorellina inconsciamente immersa nella sporcizia del proprio presente.
La fabula di questo Cinéma vérité è stretta tra un inizio simbolico e due finali possibili.
La pellicola si apre con l’immagine di una vacca esanime che galleggia sul mare, quale carcassa onirica, memore del surrealista L'âge d'or di Bunuel.
Le successive panoramiche dall’alto veicolano il nostro sguardo tra l’inquinamento delle fabbriche e lo squallore delle architetture locali.
Di Robilant enfatizza la prossimità con il protagonista della storia, attraverso l’uso insistito di macchina a mano e jump cut, che fondono alla perfezione la realtà dei fatti con la finzione del cinematografo.
Il figlio è costretto a pagare per gli errori commessi dal padre giocatore di video poker, rubando continuamente per estinguere i debiti dello sconsiderato genitore .Il regista espleta la colpa del papà che pesa sul figliolo, attraverso un montaggio alternato che accosta il pestaggio del primo, con le medesime vessazioni inflitte al secondo.
Eppure il volto sanguinante e duro di Tiziano, trascende la violenza esteriore, per scoprirsi tenero e disponibile, in ambito domestico, con la sorellina e la madre. Questa sua dicotomia caratteriale viene rafforzata dai suoi incontri sentimentali con Stella, che gli fanno assaporare il sesso e la compassione.
Di Robilant costruisce un racconto ricco di figure maschili perdenti e costellato da donne forti e freudianamente mascolinizzate. Le mamme degli scolari manifestano contro l’installazione di antenne pericolose, limitrofe allo spazio scolastico; la professoressa cerca di svelare a Tiziano la magia della lettura di Conrad; Stella tenta di far comprendere all’amato che mentre ella studia e lavora tutti i giorni, Tiziano ruba e picchia per sopravvivere. Il destino finale di Tiziano è segnato fin dal principio: egli deruba il boss, ma la merce viene riconsegnata dal padre; uccide un macellaio per ordine del capo e finisce nella prigione minorile. Alla professoressa che lo invita a rintracciare la dimensione oscura in “Cuore di tenebra”, egli risponde:” io il buio lo conosco bene, voglio trovare la luce”.
Anche in prigione continua a pagare per l’omicidio commesso, poiché viene frustato a sangue dagli adepti della vittima.
Il regista continua ad alternare le immagini della lotta ancestrale tra il protagonista ed un compagno di cella, con quella del padre che litiga in un bar.
Tiziano riesce ad evadere dalla prigione solo attraverso le parole di Conrad, che ricorrono in voice over in varie parti dell’opera; ma la tragedia del nostro eroe non si esime dal presentarsi gaudente anche all’uscita dal penitenziario, allorché trova una bella dimora, pagata con i soldi sporchi del boss che ha assoggettato il padre.
Tiziano non ci sta e progetta una fuga a Bologna con la sua ragazza. Di Robilant chiude la pellicola in modo surreale (come l’aveva iniziata) presentando la morte dell’eroe e la sua utopica e possibile fuga verso un destino migliore.
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