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Scritto da Nicola Picchi   
giovedì 20 settembre 2007

Nightwatching
Titolo originale: Nightwatching
Gran Bretagna, Polonia, Canada, Olanda, Germania, Francia: 2007. Regia di: Peter Greenaway Genere: Drammatico Durata: 134'
Interpreti: Martin Freeman, Emily Holmes, Michael Teigen, Anna Antonowicz, Eva Birthistle, Christopher Britton, Agata Buzek, Micheal Culkin, Jonathan Holmes
Sito web:
Voto: 4
Recensione di: Nicola Picchi

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nightwatching_leggero.jpgC’era una volta Peter Greenaway, che ci folgorò nell’ormai lontano 1982 con I misteri del giardino di Compton House, fulminante metafora sull’autenticità dello sguardo dell’artista e sul suo ruolo all’interno della società, scandita dalla musica di Michael Nyman. In seguito vennero le straordinarie invenzioni visive de lo Zoo di Venere, dove cigni mitologici provocavano incidenti stradali, tra citazioni da Vermeer, una Leda senza gambe e due gemelli troppo innamorati della caducità della carne, e ancora Giochi nell’acqua, pirotecnico catalogo delle personali ossessioni combinatorie e numerologiche del regista, venato di un irresistibile humour nero. Seguirono le pance e le cupole del Ventre dell’architetto, il brillante e sarcastico Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, il kitsch più efferato ma molto british de L’Ultima Tempesta, nobilitato da un grande John Gielgud, e poi i video, The Falls, Dante’s Inferno, M is for Man, Music, Mozart…
C’era una volta Peter Greenaway, che a un certo punto iniziò a scivolare nel manierismo e nell’autocompiacimento, un autore intrappolato nelle proprie sterili teorizzazioni, ed il gesto cominciò ad essere non più libero ma a diventare compulsivo, a trasformarsi in tic.
E allora vennero il barocco e tonitruante The Baby of Macon, il cinema non più cinema de I Racconti del cuscino, ibridato sciaguratamente con la videoarte, almeno nelle intenzioni, ma più vicino ad uno zapping lisergico su MTV, l’autoparodia di 8 donne e mezzo.
Per concludere con Le valigie di Tulse Luper, progetto ancora in fieri ma che, dati gli esiti, ci auguriamo vicino alla conclusione. C’era una volta Peter Greenaway, ma ora non c’è più. Al suo posto c’è un pallido clone che ripete stancamente vecchi clichè, il suo Nightwatching parla, dice lui, di “sesso e morte” (sai che novità) e, aggiunge, “ Non aspettatevi un cinema alla Scorsese “, sottintendendo che lui è di molto superiore e che il suo cinema è riservato ad un pubblico di eletti dai gusti ben più raffinati. In realtà l’imitatore arranca goffamente, rasentando l’autocitazione: c’è un delitto e, guarda caso, ci sono un pittore ed un quadro rivelatore, in questo caso la celeberrima Ronda di notte di Rembrandt. Solo che in quel di Amsterdam, al contrario di quanto accadeva a Compton House, si cede al didascalismo più becero convinti che basti un’impostazione stucchevolmente teatrale (difficile fare teatro al cinema, a meno che non ci si chiami Peter Brook) ed una teoria di inerti tableaux vivants, naturalmente con la luce giusta e “rembrandtiana”, per far emettere gridolini di stupore ad un pubblico di bocca buona. Che poi si filmi alla luce di candela, e qualcuno ha disgraziatamente tirato in ballo Barry Lyndon, conta davvero poco.
Dove il film di Kubrick metteva in scena una seduta spiritica riuscita, tanta era la forza evocativa delle immagini, qui ci troviamo davanti a uno spettacolo di marionette ripreso per lo più con minimi movimenti di camera, quasi impercettibili, riservati perlopiù ai rarissimi esterni dal sapore cartolinesco. Questa volta la metafora s’inceppa, collassa su se stessa, accompagnata da una colonna sonora da Nyman dei poveri e passando da un set all’altro come tante stazioni di una Via Crucis, in primis dello spettatore. Nonostante siano assenti, e si vede, i collaboratori storici di Greenaway, gli scenografi Ben Van Os e Jan Roelfs, naturalmente non potevano mancare le microcitazioni dei quadri di Rembrandt, dal bue squartato ad alcune impacciate ricostruzioni d’insieme, croce e delizia di tutti i film sull’arte che rischiano sempre la scivolata nell’ovvio sfiorando il calendarietto commemorativo da Art Store.
Persino Jarman in Caravaggio non si sottrasse, per quanto il suo film risulti mille volte più vitale di questo. L’unica cosa che si salva in questo naufragio annunciato sono gli ottimi Martin Freeman (incredibilmente appena visto in Hot Fuzz), nei panni di Rembrandt, ed Eva Birthistle, nella parte di Saskia. Peter Greenaway è morto, viva Peter Greenaway.

 

Commenti  

 
+3 #1 heidi 2011-05-05 11:29
L'ennesima recensione sul cinema, senza che si parli di cinema. E' evidente che l'auore di questo testo ha capito poco o niente della poetica di Greenaway. Vergognosa la pigrizia e l'ignoranza di chi vuole fare critica cinematografica .
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