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Scritto da Biagio Giordano   
venerdì 23 luglio 2010

Open Water
Titolo originale: Open Water
USA: 2003 Regia di: Chris Kentis Genere: Drammatico Durata: 79'
Interpreti: Blanchard Ryan, Daniel Travis, Saul Stein, Estelle Lau, Michael E. Williamson, Christina Zenarro, Jon Charles
Sito web: www.openwaterfilm.com
Nelle sale dal: 19/08/2004
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Biagio Giordano
L'aggettivo ideale: Deciso
Scarica il Pressbook del film
Open Water su Facebook

openwater_leggero.jpegOpen Water uscito nel 2003 negli USA é diretto da  Chris Kentis che ricordiamo volentieri nel  lungometraggio Grind del 1997  in una coinvolgente storia drammatica dai risvolti sociali tristi.
Chris è un autore completo nel senso che segue tutta la lavorazione del film, dimostrando di essere oltre che un buon regista anche un capace sceneggiatore, nonché un montatore provetto esperto di fotografia.
Chris  inoltre è un vero professionista delle immersioni subacquee, cosa che gli ha permesso di curare personalmente in Open Water gli aspetti più  professionali delle immersioni, contribuendo a dare al film una precisione tecnica che a volte rasenta la perfezione.

Open water è un film della serie acquatico, un genere noto per il suo contenuto drammatico, intenso, teso, il cui esempio classico è rappresentato dal film Lo squalo di Spielberg, pellicole i cui finali sfociano normalmente in un parziale o totale scioglimento delle tensioni estreme messe in gioco dalla narrazione.
In questo caso, un po’ a sorpresa, il finale prende vie del tutto inusuali lasciando alcuni spettatori insoddisfatti e altri, forse quelli più inclini a sviluppare sintomi nevrotici, appagati,  in un certo senso ammaliati,  forse sinistramente assuefatti dal grigio fascinoso della morte, in arrivo nel film con gli squali provenienti dal profondo habitat oceanico.
Open water  in un primo momento non ha avuto una sufficiente affluenza al botteghino, né una buona valutazione da parte della critica, nonostante ciò con il passare degli anni è diventato un film cult, dimostrando attraverso il successo delle proiezioni nel privato e in quelle televisive  di saper suscitare  un interesse sempre maggiore, forse più sintomatico che legato a un gusto preciso, riconoscibile, classificabile, una sorta di mania per la morte non giustificata dalle qualità fotografiche del film o dalle tensioni degli intrecci, né da altri valori strettamente cinematografici: caratterizzanti  forme e contenuti dell’opera.
Il post-successo di Open Water non è facilmente  interpretabile con le tradizionali logiche di spettacolo calcolate a tavolino, perché  è di tipo effettuale lontano perciò da metodi capaci di spiegarne il senso avvalendosi di strutture logiche sistematiche.
Open Water  è legato  in buona parte a un fascinoso che ha preso campo  irrazionalmente, imprevedibilmente,  toccando negli spettatori corde psichiche particolari, a volte aprendo addirittura in loro sensibilità inconsce, pre-psicotiche, di difficile formulazione estetica, e i cui aspetti poetici-onirici non possono comunque essere messi in discussione perché il cinema ha la capacità e il diritto di confondere  i confini percettivi tra normalità e anormalità, tra ciò che è dominio del conscio inteso come assiduo e instancabile dominatore della realtà, e ciò che è dominio dell’inconscio recepito come luogo e tempo di formazione dei desideri immaginifici: a volte impossibili o strani.

Apprezzabile il film per semplicità  e scorrevolezza narrativa , straordinarie in un regista che non si è mai concesso completamente al cinema preferendo continuare a coltivare diverse professioni. Chris  ha saputo inoltre mettere in campo un   potente contrasto, tra pulsioni di vita e pulsioni di morte tale da lasciare stupefatti per il gioco creativo del sintomo conseguente, evidente nel linguaggio speranza-morte che funge in un certo senso addirittura da intrattenimento ed è parlato, dai due protagonisti  in acqua per quasi 24 ore, fino alla loro fine.
Kentis ha rinunciato  ad ogni compromesso con le convenzioni filmiche più usuali, storicamente felicemente cristallizzatesi in cineteche-studio, rifiutando con grande determinazione ogni tipo di interesse merceologico, e proprio per questo ha pagato, in un primo momento, al botteghino un prezzo altissimo.
Kentis ha sofferto per il prolungato snobismo della critica intorno al suo concetto di arte cinematografica,  intesa come gioco di emozioni autenticate dalla realtà più ovvia del quotidiano, compresa la vacanza, il lavoro e il divertimento, un concetto che per originalità si allontana da ogni forma visiva dell’emozione già vista, riprodotta in stile fotocopia, precisamente Kentis prende le distanze da quelle  emozioni più artificiali o troppo indirette, inserite in un messaggio filmico filosofico, ideologico.
Kentis rinuncia a riverire, semplicemente non imitandone i codici visivi, autori anche famosi.
 Da un punto di vista un po’ più filosofico, il film andando al di là degli usuali e già conosciuti meccanismi narrativi su questo genere e rimanendo sordo, del tutto incondizionato dai metodi di critica e teoria cinematografica classici, riesce paradossalmente a  svelare  aspetti  psicologici fino a questo momento poco conosciuti della nostra epoca, che è  sempre più complessa, che corre storicamente come non mai in direzioni multiple, imprecise, impedendoci una aggiornata conoscenza e visione dei suoi processi più variabili, un’epoca dove il fascino della vita si coniuga sempre più con il gioco della morte lasciando  spesso a quest’ultima, inspiegabilmente, il potere e il cinismo di dimostrare tutta la sua forza soverchiante su una vita desiderata e affermata fino a un attimo prima e poi abbandonata.

Open Water si riferisce a un fatto vero, accaduto nel 1998 a due subacquei statunitensi, Tom ed Eileen  Lonergan, in Australia nella barriera corallina. Per un errore nel conteggio dei subacquei riaffiorati la coppia viene abbandonata poco prima che riemergesse dal fondo. I superstiti non verranno più rintracciati e tempo dopo nello stomaco di uno squalo, catturato nella zona, verrà ritrovata una macchina fotografica subacquea gialla, simile a quella usata dalla coppia nella tragica immersione.
Il regista Kentis prova a immaginare cosa può essere successo in quelle quasi 24 ore passate dai naufraghi in mare, precisamente dalla ripartenza  della imbarcazione di appoggio dal  luogo dell’immersione alla messa in moto delle ricerche con elicotteri e mezzi nautici veloci per soccorrere i due subacquei.
Il film inizia con Susan (Blanchard Ryan)  e Daniel (Daniel Travis), una giovane coppia con la passione per l’attività subacquea, che decidono di interrompere la pesante attività lavorativa per una breve vacanza estiva nei Caraibi, il viaggio organizzato  prevede   brevi e contemplative immersioni nella zona di mare denominata  regno magico ricca di murene colorate, pesci gatto, pesci pappagallo, pesci balestra, piccoli squali inoffensivi e il panorama di una collina corallina.
Giunti sul posto dell’immersione con un battello,  19 turisti subacquei alle 9,45 si immergono fino a 18 metri, mentre un subacqueo che ha dimenticato la maschera a casa rimane sul battello insieme alle tre guide. Dopo qualche minuto emerge una coppia,  la donna chiede alle guide di salire sul battello perché  non è riuscita a fare compensazione e avverte un grosso fastidio alle orecchie. I due saliti a bordo vengono marcati sul block notes del capo guida come rientrati, con due lineette verticali al fianco della lineetta del subacqueo non disceso. Il subacqueo che non aveva potuto immergersi chiede in prestito la maschera della donna e si cala in acqua insieme al compagno della donna. Questo movimento non viene registrato dall’addetto ai conteggi del personale a bordo, portando in seguito a un fatale errore nel conteggio finale dei rientrati a bordo.
Alle 10,20 il battello decide di rientrare in sede perché dal conteggio sul block notes i 20 turisti subacquei risultano tutti a bordo, la partenza prevista per 10,30 viene quindi anticipata di 10 minuti, lasciando nei guai Susan e Daniel che riemergono alle 10,25 trovandosi soli e sperduti in una zona di mare del tutto diversa dalla precedente perché i due nel frattempo, avendo fatto escursione sottomarina separati dagli altri, sono stati spostati da una corrente a loro ignota.

La coppia, isolata in pieno oceano, dapprima rimane stupita di quanto gli sta accadendo rimanendo comunque  animata da buone speranze di salvarsi, in seguito col passare del tempo le loro aspettative di vita si attenuano e i due piombano in una pesante depressione. Essi a un certo punto acquisiscono la consapevolezza che chi ha commesso l’errore o le altre guide della gita, a distanza di molte ore non hanno ancora scoperto i segni della loro assenza dal battello: cioè le loro borse da sub sotto le sedie-panchina e le due bombole di ossigeno mancanti dai loro usuali posti.
Ma è la presenza degli squali che decide in anticipo il loro destino, troncando  per la coppia ogni possibilità di aspettare più a lungo i soccorsi che seppur partiti in ritardo sarebbero riusciti probabilmente  a salvarli; dapprima gli squali si presentano isolati, studiando il movimento  dei loro corpi e la loro reazione ai piccoli urti sulle loro gambe, poi  diventano sempre più numerosi e aggressivi giungendo a colpire l’uomo con piccoli morsi di attesa, in profondità, sulla carne irrigidita dallo stress, dentate che non lasciano scampo e che colorano di  sangue la zona, finché gli squali allontanatisi dapprima per precauzione non ritornano poi inferociti  a finire il corpo.
Perso il suo compagno e sempre più circondata da nuovi grossi squali la donna decide di suicidarsi, stacca le bombole dal corpo e si riempie i polmoni di acqua marina, cosa che  porterà il suo corpo morto ad affondare e ad essere divorato dagli squali.
Il film girato totalmente in digitale mostra una fotografia non sempre all’altezza della situazione, spesso i colori sono eccessivamente saturi, i panorami sfuocati o indistinti; si salvano le riprese ravvicinate.
Solo alcune inquadrature sull’alba e il tramonto sono superbe, degne del miglior cinema subacqueo.
I particolari scenici girati in modo più dettagliato, come quelli legati alla scrittura  metonimica dell’immagine o quei particolari che vanno direttamente a completamento di un incastro scenico, sono molto apprezzabili, essi facilitano al meglio la comprensione di ogni parte del film contribuendo a godere indisturbati di ciò che la narrazione offre di essenziale.
Anche questi  aspetti  dimostrano il talento linguistico del regista, tuttora assente dopo 7 anni dalla scena cinematografica.
Da sottolineare il linguaggio delle musiche, scelte con grande acutezza e competenza, che accompagna fedelmente i vari stati d’animo dei protagonisti rafforzando notevolmente la drammaticità e l’intensità emozionale delle scene chiave.

 
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