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Scritto da Anna Maria Pelella   
martedì 16 novembre 2010

Parade
Titolo originale: Paredo
Giappone: 2009  Regia di: Isao Yukisada Genere: Drammatico Durata: 118'
Interpreti: Tatsuya Fujiwara, Kento Hayashi, Shihori Kanjiya, Karina, Keisuke Koide
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Coabitato
"
Vincitore del premio della critica-Premio FIPRESCI Film della sezione "Panorama a Berlino 2010"

ParadeQuattro giovani, due ragazze e due ragazzi, dividono un 2LDK, soluzione abitativa a basso costo assai in voga nelle città giapponesi. Una mattina sul divano del soggiorno rinvengono un giovane che nessuno ricorda di aver invitato. Il ragazzo si accampa sul loro divano per un po' e riesce, misteriosamente, a fornire a ciascuno di loro quel piccolo sostegno di cui non erano consapevoli di aver bisogno.

Basato su uno scritto di Shuichi Yoshida, vincitore del Premio Yamamoto Shugoro nel 2002, Parade mette l'attenzione sulla capacità tutta giapponese di condividere spazi ristretti senza per questo arrivare a conoscersi realmente. O per meglio dire, ci si può capire e a volte amare senza mai conoscersi davvero, condividendo la più diffusa forma di coabitazione nelle città giapponesi: il 2LDK. Si tratta di una serie di piccoli appartamenti con due stanze da letto, soggiorno e cucina in comune. In questo caso gli abitanti sono cinque e si dividono gli spazi senza quasi mai sovrapporre le loro esigenze. Gli inquilini rappresentano una fascia piuttosto eterogenea di popolazione giovanile della Tokyo attuale.
C'è Naoki, un impiegato in una compagnia di distribuzione cinematografica, Kotomi, disoccupata che aspetta le telefonate del suo ragazzo, un attore di soap piuttosto famoso che la incontra di tanto in tanto negli alberghi di nascosto dalle sue fan, Ryosuke, uno studente che intreccia una relazione con la ragazza del suo migliore amico, Mirai, un'illustratrice che passa le sue serate in un bar gay e quasi sempre viene  riportata a casa dai suoi amici in stato di incoscienza.
La mattina seguente una di queste serate alcoliche, Mirai rinviene sul divano dell'appartamento Satoru, un giovane vagabondo che si guadagna da vivere come prostituto per gay. Nessuno si ricorda di averlo mai visto, ma lui sostiene di esser stato invitato da Mirai, che a sua volta non ricorda nulla, e resta a dormire per un po' nell'appartamento.
Curiosamente la sua presenza funge da catalizzatore per una serie di eventi, venuti a maturazione quasi in contemporanea, e che si concluderanno con la scoperta dell'identità del misterioso aggressore che terrorizzava da tempo il condominio.

Sguardo impietoso sul rischio serio di alienazione, all'interno della definizione classica di età adulta, in una società complessa e poco conosciuta all'estero come quella giapponese, Parade regala più di un'occasione di comprensione delle condotte apparentemente inspiegabili dei giovani. Il tutto viene in realtà mostrato, ma mai apertamente spiegato, se non nell'ottica di una condivisione di emozioni e sentimenti di cui raramente si fa parola. La presenza di un catalizzatore aiuterà in più di un'occasione i ragazzi a fare luce sulle proprie motivazioni, e magari a tentare una correzione di quelle più distruttive. Ma tutto questo è rimandato al dopo, a un momento altro in cui sarà possibile metabolizzare l'accaduto, senza per questo farsi travolgere dal portato emotivo dell'esperienza occorsa.
Il tono del racconto è minimale, la rappresentazione quasi televisiva, composta da immagini fisse in interni, con passaggi di strani personaggi e situazioni quasi sempre su un unico sfondo: il soggiorno di casa. Gli esterni, per lo più in notturni piovosi e poco rassicuranti, svelano pochissimi ma consistenti dettagli. Quasi a insuinuare la nascosta significatività di passaggi inconsapevoli tra silenziosi complici, che spesso senza nessuna motivazione scelgono di sostenersi l'un l'altro.

La regia è complice attiva dei passaggi emotivi tra i protagonisti, con il semplice stratagemma di mostrare senza mai sottolineare il portato sentimentale dei labili contatti umani, intessuti in un microcosmo fatto di silenzi e di comprensione.
Il racconto si arricchisce a mano a mano con lo svelamento di condotte mai motivate, ma che finiscono per cementare legami mai dichiarati, ma non per questo meno vitali.
Anzi spesso il suggello della complicità è dato da un silenzioso assenzo, da una comprensione di sguardi, che poco hanno a che vedere con le spiegazioni in uso in un maturo mondo adulto. I ragazzi vivono alle soglie dell'età adulta senza mai farsi tentare dalla vita responsabile e, per certi versi omologata, che viene richiesta ai giovani della loro età.
Gli stratagemmi messi in atto sono molteplici, e tutti condividono il silenzio e l'oblio su tutto quel che non si riesce a spiegare. Emblematica in questo senso è la bellissima scena finale, in cui uno spaestato e bravissimo Tatsuya Fujiwara apprende dai soli sguardi dei suoi coinquilini, non solo di esser sempre stato compreso, ma addirittura di non esser mai stato giudicato, e tutto questo per il semplice fatto di far parte di un microcosmo che condivide l'unico valore indissolubile in siffatte situazione: la paura di crescere.

 
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