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Scritto da Elena di Nardo Fusaro   
martedì 18 dicembre 2007

Pater familias
Titolo originale: Pater familias
Italia: 2003. Regia di: Francesco Patierno Genere: Drammatico Durata: 110'
Interpreti: Luigi Iacuzio, Federica Bonovolontà
Sito web:
Nelle sale dal: 14/03/2003
Voto: 6
Recensione di: Elena Di Nardo Fusaro

paterfamilias_leggero.jpgAgghiacciante nei contenuti quanto glaciale nello stile da reportage contemporaneo, “Pater familias” gioca su un montaggio che sembra procedere a salti, tra eventi rovinosi di cui mostra solo una parte o un’ angolazione, lasciando allo spettatore il completamento dell’ ambigua linea cronologica.
Il tempo infatti procede per sequenze simboliche, cucite tra loro dall’ immagine ricorrente di quel “salto tra le rovine” che è la sintesi delle vite dei ragazzi.
Il regista Francesco Patierno trae la sceneggiatura dal romanzo omonimo di Cacciapuoti e con la diretta collaborazione dello stesso autore ritrae la propria Napoli senza la minima concessione al sollievo del pubblico, ma sputando in faccia allo spettatore tutta l’inadeguatezza di genitori che allevano figli non voluti, destinati a divenire a loro volta genitori inadeguati di figli non voluti, in una spirale senza uscita dominata dalla Signora Violenza come unico mezzo di comunicazione. Persino l’amore è stanco prima ancora di essere vissuto, perché già consapevole della frustrazione che lo attende…vediamo allora, nella luce bluastra del lungo flashback che costituisce l’intero film, Rosa che organizza la propria rovina e Matteo che la consiglia e la ama sommessamente…
Il rapporto paradossale tra Matteo e suo cugino, il quale gli rimedia la pistola con cui si rovinerà la vita ma “solo perché gli vuole bene” …l’unico barlume di sentimento reale sovverte le regole del microcosmo, ed è punito severamente: per Matteo il carcere dopo l’omicidio, per la sua ragazza l’incesto obbligato con il fratello.
Chiediamo dunque in un incontro col regista napoletano: l’unica soluzione è la fuga?
Lui ci risponde, ma contraddicendo in parte, nei fatti, ciò che ci ha mostrato per immagini.
Se nel film intravediamo per Matteo, il “diverso”, la possibilità di una flebile redenzione dopo la caduta rovinosa (egli salva Rosa dal calvario del suo matrimonio), il regista invece non nega di aver scelto a priori, nella sua personale vicenda autobiografica, la via della fuga.
Egli ammette infatti di far parte della schiera dei “sopravvissuti” proprio grazie a questa sua scelta –vive a Roma da 18 anni- , e si legge nei suoi occhi la soddisfazione per la vittoria personale che questa decisione ha comportato, ma anche il senso di impotenza e la sconfitta dolorosa di chi non ha avuto la forza di restare e combattere, anche se contro implacabili mulini a vento.
Il film si è rivelato intrinsecamente portatore di un messaggio cristiano che l’autore afferma di non aver coscientemente inserito, ma che si incarna nelle uniche due figure pienamente positive: il piccolo prete, gioviale e sorridente, che professa la sua inalterata fiducia in Matteo, e la suora-filosofa che infonde nel ragazzo il coraggio di mobilitarsi per cambiare una vita – seppure non la sua- ed accetta di andare contro le ferree regole della chiesa per seguire un innato principio etico: tra istituzione e legge di natura, come un’Antigone moderna, sceglie la seconda.
Ecco allora in questa suora l’altra via d’uscita che Paterno e Cacciapuoti ci propongono, una salvezza che non è statica attesa di una giustizia ultraterrena, ma attiva solidarietà, qui e ora.

 
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