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Ploy
Titolo originale: Ploy
Thailandia: 2007. Regia di: Pen-Ek Ratanaruang Genere: Drammatico Durata: 105'
Interpreti: Pornwut Sarasin, Lalita Panyopas, Apinya Sakuljaroensuk, Ananda Everingham, Phorntip Papanai
Sito web:
Inedito in Italia
Voto: 7
Recensione di: Nicola Picchi
(Il sesso tra due persone ha una data di scadenza, proprio come il cibo in scatola, ma, al contrario di quest’ultimo, non ti avverte quando sta per scadere)
(Ploy)
Wit e sua moglie Dang tornano in Thailandia dopo dieci anni di assenza, per partecipare ad un funerale. La coppia atterra a Bangkok alle prime luci dell’alba, e raggiunge un Hotel nei pressi dell’aereoporto. Wit incontra al bar dell’albergo una ragazza diciannovenne, Ploy, che deve incontrare sua madre la mattina successiva.
Dato che mancano ancora alcune ore all’appuntamento, Wit le propone di salire a riposare nella sua stanza, provocando l’irritazione di Dang. L’arrivo di Ploy sembra incrinare il legame tra i due, portandoli a mettere in discussione il loro matrimonio, tanto più che Dang troverà nelle tasche di Wit il numero di telefono della misteriosa Noy.
Il plot di “Ploy”, ultimo film di Pen-Ek Ratanaruang, è davvero tutto qui, nè altro serve al regista thailandese per un’impeccabile ricognizione sulle dinamiche relazionali di una coppia. Come sempre nel suo cinema, le immagini comunicano più delle parole, ed il film si sottrae all’infausto chiacchericcio che ci avrebbe certamente afflitto se la medesima storia fosse stata girata da un regista americano o, Dio non voglia, italiano. Ratanaruang mantiene “Ploy” sospeso in un’atmosfera onirica e rarefatta, incrociando tradimenti reali e immaginari, e le fantasie dei tre personaggi principali: Dang immagina di uccidere Ploy soffocandola con un cuscino, mentre Ploy fantastica su un’ipotetica relazione tra Tum, una cameriera intravista nel corridoio, e Nut, il barista dell’albergo. Nel frattempo Wit immagina che la moglie, ex attrice di cinema, lo abbia lasciato per incontrarsi con un suo ammiratore, il quale poi la stuprerà e tenterà di ucciderla in una discarica.
Il ritmo sonnanbolico del film, che alcuni spettatori potrebbero trovare spossante, ha però una sua ragion d’essere, visto che la regia usa lo spaesamento da jet lag come metafora dello stato emotivo dei suoi protagonisti, un sogno lucido che ne rende perfettamente lo stato di confusione tra sonno e veglia, dove tutto accade ai margini del campo visivo. In realtà, “Ploy” è un’analisi di un matrimonio che rifugge dalla psicologia a buon mercato, ed una riflessione non banale su quello che tiene insieme le persone, nonostante la sessualità abbia perso ormai buona parte della propria attrattiva. Nonostante questo, il film ci regala alcune tra le più intense e credibili scene erotiche viste sullo schermo negli ultimi tempi, tanto che in Thailandia la produzione è stata costretta dalla censura ad effettuare alcuni tagli.
Il sesso può essere declinato in forma di passione erotica esclusivamente dalla giovane Ploy, ancora piena di aspettative nei confonti della vita, mentre Wit e Dang riescono ad interpretarlo solamente come minaccia (la presunta relazione di Wit con Noy) che può portare alla dissoluzione della coppia, o come violenza brutale (lo stupro di Dang), che può condurre ad un abbandono definitivo. Tra l’altro la frase di Wit, che equipara attrazione sessuale e cibo in scatola, ricorda curiosamente l’episodio di “Chungking Express”, di Wong Kar-wai, che vedeva protagonista Kaneshiro Takeshi.
“Ploy” vede il ritorno di Ratanaruang alla sceneggiatura e, seppur meno riuscito di “Last life in the universe” o di “Invisible Waves”, può dare molto allo spettatore che non si lascia intimidire dal suo passo narcolettico: un “Eyes Wide Shut” in agrodolce salsa Thai, senza le fantasie senescenti dell’ultimo Kubrick e che, al posto di un “Let’s fuck”, si conclude con un più prosaico “Let’s go”.
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