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Scritto da Anna Maria Pelella   
lunedì 08 novembre 2010

Poetry
Titolo originale: Shi
Corea del Sud: 2010  Regia di: Lee Chang-dong Genere: Drammatico Durata: 139'
Interpreti: Yun Jung-hee, Lee David, Kim Hira
Sito web: 
Nelle sale dal: 01/04/2011
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Intimista
"Premiato per la sceneggiatura a Cannes 2010"

PoetryMija è una gradevole signora di mezz'età che si occupa del nipote adolescente e, per lavoro, accudisce un anziano immobilizzato. Quando le viene diagnosticato l'Alzheimer la donna decide di tacere la notiza alla famiglia e di procedere come se non fosse accaduto nulla. Ma la condotta del nipote la metterà presto di fronte alla propria impotenza e alle difficoltà della vita.

Mija si è appassionata tardi alla poesia. Seguendo un corso di composizione poetica decide di provare a scrivere. Si arma quindi di un quaderno e là appunta ogni pensiero che le viene in mente, semplicemente osservando il suo mondo con occhi nuovi. Oltretutto la malattia che le è stata diagnosticata è di quelle che non perdonano, e un quaderno su cui annotare i propri pensieri può essere di aiuto. Ma quello che di certo lei non immaginava, quando ha iniziato ad osservare il mondo sia pure in tarda età, è il fatto che si sarebbe trovata ad aprire gli occhi anche su tutta una serie di cose che non aveva notato in precedenza. Ad esempio il fatto che suo nipote è una persona arida e che il suo comportamento ha forse spinto al suicidio una ragazza. Contattata dai genitori dei complici di suo nipote, lei scopre la verità dei fatti e si fa carico anche di risarcire la madre della vittima. Ma le sue entrate sono misere e suo nipote neanche si rende conto di quel che lei deve fare per affrontare i suoi problemi. Mija continua così in silenzio a osservare e appuntare quel che vede, mentre cerca faticosamente di uscire dalla difficile situazione in cui si trova.

Mija è l'ultima delle eroine tragiche di Lee Chang-dong. Un regista che ama appassionatamente le sue protagoniste, ma la cui devozione le spinge di frequente in situazioni estreme. Le sue donne sono spesso sole, e la loro forza viene sempre messa a dura prova dalla vita. Mija non fa eccezione, come altre prima di lei nei lavori di Lee, si trova costretta a fare cose che mai avrebbe immaginato, per porre rimedio a situazioni che neanche ha provocato.
La poesia nel suo cuore è soffocata dalla realtà che i suoi occhi le rimandano, e quando lei si accorge che quest'ultima ha alla fine vinto, si trova gravida di una poesia in cui non può più credere. Le sue parole, scaturite da un cuore pieno di bellezza che però non le è di nessun aiuto per resitere alla vita, verranno alla luce soltanto l'ultimo giorno del suo corso di poesia.
E sarà l'unica della sua classe ad aver prodotto qualcosa.

Il parto di Mija è in realtà il suo lascito e l'unica traccia di quello che lei ha sentito nell'ultimo periodo della sua vita. La poesia può certo alleviare il dolore ma mai, in nessun caso, si può opporre a quello che la vita riserva. Lee segue con amore la sua protagonista nelle sue peregrinazioni e le sue scelte ci vengono offerte come momenti in cui la donna oppone se stessa e la sua scarna forza al mondo che la travolge a causa delle sua immotivata ingenuità.
Dopo tutto stiamo parlando di una donna che è nonna e accudisce il nipote, quindi ci si aspetterebbe un'incisività maggiore, se non altro nell'educazione del ragazzo.
Ma Mija è debole, illusa e si fa carico delle malefatte altrui, come se fosse il suo destino quello di pagare per gli altri.

Lee Chang-dong racconta con la consueta maestria un'altra storia di donne tre anni dopo Secret Sunshine e, ancora una volta, senza nessuna possibilità di lieto fine. Il suo racconto si ammanta di poesia, come a voler diluire l'impatto di una vita tragica, che dolorosamente si trascina fino alla fisiologica fine delle illusioni: la morte per avvenuta consapevolezza che nulla potrà esser cambiato. Quindi il tutto è rimandato ai silenzi di cui la storia si fa portatrice e alle lunghe pause tra i pensieri sconnessi della fragile Mija. E in quei momenti in cui nulla pare accadere vediamo mutare la sola espressione dello sguardo di una persona che, quando la situazione si fa insostenibile, ha una sola possibile scelta.
E non è mai una scelta facile quella che porta alla rinuncia.

La regia accurata è ormai il marchio di fabbrica di uno dei più abili cineasti coreani dell'ultima generazione e, anche in questo caso, Lee crea un universo interiore affascinante, ma straordinariamente angusto.
Il luogo della poesia è anche quello delle illusioni e quindi la spaesata Mija non ha nessuna possibilità di scrivere una poesia, se prima non trova il coraggio di guardare alla sua vita.
E la sua vita ci è raccontata nel silenzio, col solo ausilio di immagini dolenti e delle magnifiche espressioni di una convincente Yun Jung-hee, che motivano fortemente la scelta della fuga, una fuga operata dapprima attraverso le parole, poi con l'aiuto della malattia che induce a dimenticare e infine con la morte.

 
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