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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 10 ottobre 2011

Poongsan Dog
Titolo originale: Poong-san-gae
Corea: 2011. Regia di: Jun Jae-hong Genere: Drammatico Durata: 121'
Interpreti: Yoon Kye-sang, Kim Gyu-ri, Kim Jong-soo, Han Ki-joong, Choi Moo-sung, Yoo Ha-bok
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Anteprima Festival di Roma
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Demilitarizzato
Scarica il Pressbook del film
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PoongsanUn uomo attraversa la DMZ tra le due Coree recapitando lettere e videomessaggi, contrabbandando oggetti di valore, aiutando le persone a sconfinare.
Viene notato dal NIS, il servizio segreto sudcoreano, che decide di utilizzare le sue abilità per far uscire dalla Corea del Nord In-ok, amante di un ufficiale nordcoreano che ha disertato.
L’uomo riesce a portare via la donna da Pyongyang, ma durante la fuga tra i due nascerà un sentimento destinato ad avere profonde ripercussioni sulle vite di entrambi.

Scritto e prodotto da Kim Ki-duk come il precedente “Beautiful”, questo secondo film del suo aiuto regista Jun Jae-hong si configura, seppur nelle forme e nei modi sempre frustrati di un action-movie, come una dolorosa riflessione sull’identità coreana, irrimediabilmente divisa in due, scissa da una separazione che è sia politica che identitaria. La DMZ è la cicatrice sanguinante che corre sul corpo stesso della nazione, separando famiglie, affetti, sentimenti.

Il protagonista, soprannominato “Poongsan” dalla marca delle sue sigarette (ma Poongsan è anche un feroce cane da caccia nordcoreano), si è assunto il compito di sanare quella lacerazione, di ricomporre l’unità perduta. Sceglie i suoi clienti tra coloro che lasciano messaggi, appelli o invocazioni ad un tratto di recinzione al termine del cosiddetto “Freedom Bridge”. Come un’ombra, attraversa recinzioni elettrificate, bunker e campi minati perché un vecchio morente possa rivedere il volto di sua moglie, o per riportare indietro un bambino.
Poongsan rifiuta di schierarsi, di assumere una posizione definita. La domanda che gli viene rivolta con insistenza dagli agenti dei due schieramenti avversi è però la medesima: “Lavori per il Nord o per il Sud?”.
Posto davanti al quesito, Poongsan non trova una risposta perché è al di fuori della logica della contrapposizione, alieno allo stolido fanatismo che impregna sia i “capitalisti” sudcoreani che i “comunisti” di Kim Jong-il. Sceglie il silenzio anche perché non è una figura realistica ma un archetipo, uno dei tanti fantasmi che abitano il cinema di Kim (Kang in “The Coast Guard”, Tae-suk in “Ferro 3”, Hae-jin ne “L’Isola”), il simbolo dell’aspirazione della maggior parte dei coreani a superare le differenze ideologiche e a tornare un’unica nazione, non più dimezzata. Un “fantasma” che porta su di sé il filo spinato della DMZ come un cilicio, il cui compito è lenire le sofferenze causate dalla separazione.

La visione di Kim è disillusa, ma non priva di un certo umorismo nero. Gli apparati di potere delle due nazioni, ci suggerisce con macabra ironia, non sono poi tanto diversi. Entrambi cercano di avvalersi delle abilità di Poongsan, gli uomini del NIS per fargli riportare indietro una spia che è stata catturata, i nordcoreani per fargli giustiziare l’amante di In-ok.
Entrambi non esitano a torturarlo, anche se i mezzi utilizzati dai sudcoreani sono più tecnologici, mentre quelli dei nordcoreani più primordiali. Entrambi, chiusi in una stanza, non trovano di meglio da fare che malmenarsi come hooligans, costringersi a vicenda a intonare canzoni patriottiche o spararsi addosso. In questo contesto sclerotizzato e immutabile, s’inserisce l’attrazione tra il protagonista e In-ok. Un amore sottaciuto e sconfessato, ma intuito dal disertore nordcoreano che, reso paranoico dal terrore di essere assassinato e folle di gelosia, renderà la vita di In-ok un inferno.

Un amore silenzioso (ancora “Ferro 3”, ma anche “Bad Guy”) che esploderà con un bacio, rubato nel momento più inaspettato. Nelle mani di un altro regista, “Poongsan Dog” avrebbe potuto diventare un blockbuster simile al “The Man from Nowhere” di Lee Jeong-beom, ma Jun Jae-hong abbassa i toni nelle scene d’azione con un montaggio tronco, quasi osteggiando il genere del thriller spionistico a cui il film potrebbe a buon diritto appartenere.
La DMZ è uno spazio astratto ancor prima che reale, un non luogo in cui i viventi brancolano come spettri; tutta la messa in scena è agli antipodi del realismo e i protagonisti sono costretti entro rigide coordinate da teatro dell’assurdo.

Efficacissimi Yoon Kye-sang (Come Closer) e Kim Gyu-ri (Hahaha, Portrait of a Beauty), mentre si segnala un cameo di Joe Odagiri nelle vesti di una guardia nordcoreana; “Arirang”, cantata da Kim Ki-duk nell’omonimo film-confessione, viene qui intonata da un’anziana donna al Freedom Bridge.
Girato a basso costo in soli 30 giorni, “Poongsan Dog” ha ottenuto un buon successo al botteghino superando nel primo mese di programmazione gli incassi dei film americani, confermando che quello della divisione è un tema che tocca profondamente i coreani.

 
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