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Pride and glory - Il prezzo dell'onore PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 7
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Scritto da Alessandro Beria   
sabato 01 novembre 2008

Pride and glory - Il prezzo dell'onore
Titolo originale: Pride and glory
USA: 2007. Regia di: Gavin O'Connor Genere: Drammatico Durata: 125'
Interpreti: Edward Norton, Colin Farrell, Noah Emmerich, Jennifer Ehle, Michalina Almindo, Carolyn Barrett, Lake Bell
Sito web: www.prideandglorymovie.com
Nelle sale dal: 31/10/2008
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Alessandro Beria

prideandglory_leggero.jpegGenere: poliziesco? O forse thriller? Io dico drammatico, e ci aggiungo tragico.
Tragico perché fa scorgere l’orribile e la coerente assurdità dell’esistenza all’interno dei clan che la vita propone (siano questi la propria famiglia, il ‘corpo’ della polizia, la ‘malavita’ o quant’altro), tentando di superarla attraverso un equilibrio instabile sulla lama di tanti e troppi compromessi. È un racconto sull’insostenibile pesantezza (necessità?) della corruzione? È la dichiarazione di un teorema sull'inevitabile degenerazione e deriva dei ‘corpi’ complessi, tra cui, non per niente, quello di polizia e la famiglia allargata?
Queste le domande che mi ha scagliato in testa la visione di un film a dir poco inquietante.
Esco dal cinema e sento un pugno nello stomaco.
Dalla trama sembrerebbe, invece, il classico ‘police movie’.
E allora, iniziamo proprio da qui, cercando di non svelare più di tanto sul film, per il piacere di chi ancora deve vederlo.


La trama (non sto qui a ripeterla, ché la si trova un po’ ovunque) sembra scontata. Sembra quella, appunto, del classico ‘Police Movie’ (ammesso che esista un genere ‘classico’ così? Boh?), dove un gruppo sociale in genere estremamente coeso, nella maggior parte dei casi il classico “corpo” di polizia rigorosamente statunitense (siamo a New York, manco a dirlo), subisce il lutto di quattro agenti trucidati in un agguato.
Sempre in questo genere di film, e sempre… in genere J, in risposta a tale atto la parte “sana” del “corpo” di polizia reagisce con estrema fermezza -e talvolta pure ferocia- per elaborare il lutto: o scatenando una guerra contro il nemico, se esterno (che so, la malavita, la mafia, l’organizzazione X…); o individuando e sradicando il cancro interno al “corpo” stesso. In quest’ultimo caso la suspence e, di fatto, il film “in sé”, si fonda sul tentativo di sciogliere l’intrigo predisposto da autore/regista/sceneggiatore & C. mediante la solita (anch’essa importata dagli States) dicotomica separazione dei buoni dai cattivi, dei corrotti dagli incorruttibili, dei leali dai traditori, degli appartenenti alla propria famiglia dagli estranei.
Chi sei, e da che parte stai? Questo è il dilemma. Che si ripropone anche in questo film di Gavin O'Connor, sin dal titolo, già in sé orizzonte di incontro e poi di scontro tra due potenti valori: “Pride and (o vs?) Glory”, Signore Orgoglio, diremmo noi, e Signora Gloria. La variante, in quest’opera, è che l’intrigo, pur in sé semplice, è squisitamente complicato dal tentativo che il regista fa di emulare la realtà e l’opposizione di valori -pur in sottofondo sempre netta, all’americana- che si scatena in maniera piuttosto convincente almeno nel quartetto dei personaggi principali che animano la scena (3 per famiglia Tierney e 1 per il tragico Jimmy Egan, di famiglia pure lui). Insomma, ogni personaggio porta in sé, in proporzione diversa, quanto offerto nel titolo. Sui cui due elementi dicotomici è bene dunque soffermarsi. 
Primo elemento, Orgoglio. Esso è dignità e fierezza ma, qualora non sia radicato in un animus integro, può scivolare in una eccessiva considerazione di sé, che porta a ritenersi superiori agli altri e, soprattutto, a trasformare la soddisfazione per ciò che si ottiene o si realizza con impegno e dedizione in (auto)-compiacimento: in altre parole si può inquinare. In altre parole, si può usare per gli scopi più diversi, anche i più, per farla semplice, egoistici e malvagi.
Secondo elemento, Gloria. Essa è fama straordinaria, onore grandissimo ottenuto per meriti o capacità eccezionali, non a caso appannaggio di eroi sia in chiaro sia in scuro. E, non a caso, poiché induce spesso al successo ed alla notorietà, essa promuove una sorta di auto-esaltazione per conseguirne ancora di più, per ampliare a dismisura il momento di notorietà raggiunto, affinché la gloria dell’azione possa sfiorare, nella percezione di chi ne gode, la grandezza divina. Dunque, anche la gloria si può inquinare, laddove si trasforma in desiderio di onnipotenza. Per il riconoscimento della quale si può chiudere un occhio. Magari due. Magari vivendo lo stile di vita improntato al ‘il fine giustifica i mezzi’, sentenza pure citata nel film e da un padre che sta dando lezione di vita ai figli.

Orbene, i personaggi del film si muovono, quasi danzano, tra i Signori potenti citati sopra: si potrebbe dire che fanno dell’orgoglio di essere parte di un ‘corpo’ la materia da cui trarre energia per sostenere la gloria ed il potere che, si sa, sono spesso oneri pesante da (sop)-portare.
Ed infatti il prezzo da pagare, quel “Prezzo dell’onore” contenuto nella traduzione del titolo in italiano, e di cui il regista ha, magistralmente, reso “viscerale” la percezione, è un prezzo che pagano un po’ tutti: come a significare che nessuna bella vita è gratis e men che meno facile. Tanto più se l’onore e la gloria derivano non dalla propri azione, ma da un ruolo assegnato, simbolicamente identificato in un distintivo (con il quale, sintetizza in breve un agente corrotto, ‘possiamo andare dove ci pare e fare quello che ci pare’).
Il peso del fardello di cui sopra ce lo dice, prima di ammazzarsi, un personaggio che in quale  modo è anch’egli nodale nel film: “ero una persona buona […] Pride and Glory: abbiamo gettato via tutto”.
Perduto l’ideale, un po’ come una bussola, perduto tutto. Bum! O si va alla deriva ancor di più o ci si toglie di mezzo.
La retromarcia pare vietata. Il film, sotto questo punto di vista, è di una violenza sconcertante. Non la violenza esplicita, meccanica, che pure non manca, ma la violenza-violazione dell'anima: il tradimento presenta qui una delle sue più potenti espressione. Si consuma tradimento per salvare solo la “famiglia” o il “clan”, che ognuno intende a proprio modo, come in fondo farà capire Jimmy Egan mettendo alla prova un Ray Tierney in cerca di risposte. Il film, laddove fa porre domande ai protagonisti, è davvero una tragedia: non ci si può esimere un istante dalla scelta tra valori che si intrecciano, contrastano, spingono in direzioni opposte.
Ma, qualunque sia questa scelta, non esiste e non si dà nessun tipo di riconciliazione, neanche a considerare l’etichetta salva-eroe di fine film, dove, diciamolo pure, il regista si sente in dovere di tagliare un senso in una certa direzione.
Al posto della conciliazione abbonda il compromesso, inteso come modalità necessaria per vivere la geografia sociale newyorkese, tanto da parte delle forze dell'ordine quanto da parte di tutti i clan che ivi prolificano, siano di malavitosi o di diseredati. Peccato che il compromesso, e non è un gioco di parole, compromette tutti e non salva nessuno. Non garantisce neppure un adeguato stato di ordine: la vita, in ogni clan/corpo/famiglia, è segnata dalla proliferazione incontrollata del dis-ordine.
Si pensi al cancro della moglie del detective della narcotici Francis Tierney Jr., a quello metaforico della polizia corrotta o al traffico di droga e di mazzette. Durante il film c’è un continuo, incessante sforzo di negare il disordine di fare giustizia ricollocando la verità al suo posto, ma l’unico mezzo per farlo tende a concludersi in un’azione dis-ordinata, compromissoria, violenta, al limite disperata.
L'uscita sta nella morte o nella radicale negazione dei valori. Il gioco di equilibrismo per muoversi senza andare alla deriva comporta sovente il ‘tenere il piede in due scarpe’: per ogni personaggio questo è un gioco rischioso. Devastante. Angosciante. Pure per lo spettatore, che si a-spetta sempre il peggio.
Ma intorno alla rappresentazione dell’equilibrio mancato per lo spettatore c’è il massimo contributo di questo film: che consiste, a mio giudizio, nell'aver tentato di esprimere narrativamente la maledetta complessità propria dell'esercizio (in armonia pubblica e privata) del potere e del funzionamento alla base delle strutture sociali metropolitane che in altri ‘police movie’ baluginava sì, ma mai aveva la potenza interiore, disturbante, passionale che qui viene offerta, in particolare attraverso le interpretazioni suggestive di Noah Emmerich e di Edward Norton, inquieti e turbati. Ogni personaggio, del resto, si muove in una terra psichica articolata e vivace. Per esempio tutti (proprio tutti) hanno paura, perchè sentono e vivono il baratro esistenziale appena appena celato dalla doppia porta all’inglese o dal doppio whisky irlandese.
Gli uomini soffrono nel gioco di potere, le donne soffrono per questo gioco che ogni tanto fa capolino, i bambini innocenti mettono in ansia lo spettatore perchè questi li vede in balia della follia accecante di gloria e onore/orrore propria degli adulti.
La pietà, il sentimento che dovrebbe unire i protagonisti, ri-piegarli alla loro condizione di persone comunque normali, si rivela esclusivamente nei gesti disperati: lo stesso Jimmy Egan, lasciandosi andare al destino da lui stesso creato, chiede un gesto di pietà che è ipocrita vedere come rivolto ad altro da sé; quel che si legge è, infatti, pietà verso se stessi, perché anche il valore della pietà è subordinato al convincimento di un mondo in cui uscire non si può. Nell'intreccio con-fuso di bene e male, tutto è inquinato: non tanto o non solo perché la volontà manchi, ma perchè la no-lontà diviene unica modalità di sopravvivenza.
Narra all’inizio la narrazione: cedere e stare in disparte pare l'unica via. Una volta “rientrati nel giro”, ben sa il personaggio interpretato da Edward Norton, si ricomincia daccapo. Che nel ricominciare si percorra una strada diversa? Per come va a finire il film (con tutte le riserve da riservare ad una fine, come si è scritto, un poco forzata), bé, forse sì, forse l’esperienza che re-dime e ri-equilibra è l'unica (vecchia) novità.

Per l’impressione che ho ricevuto, mi sento di dare un ‘consiglio per gli acquisti’: se volete trascorrere una piacevole serata cinema-dopo-cinema con amici, bé, magari per questa volta scegliete un film diverso!
Potreste pagare “Il prezzo dell’onore” con un abbassamento del tono dell’umore!
 


 
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