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Professione: reporter
Titolo originale: Professione: reporter
Italia: 1975. Regia di: Michelangelo Antonioni Genere: Drammatico Durata: 126'
Interpreti: Jack Nicholson, Maria Schneider, Ian Hendry, Jenny Runacre, Angel Del Pozo, James Campbell, José María Caffarel, Stephen Berkoff, Ambrose Bia, Manfred Spies, Eva Maria Schneider, Steven Berkoff, Jean-Baptiste Tiemele, Gustavo Re, Charles Mulvehill, Narciso Pula, Miquel Bordoy, Jaime Doria, Joan Gaspart
Sito web:
Nelle sale dal: 1975
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Samuele Pasquino
Il reporter David Locke (Jack Nicholson) viene inviato in Africa per un servizio giornalistico. Quando David Robertson, un uomo d’affari conosciuto sul luogo, muore nella sua stanza d’albergo, decide di assumerne l’identità.
Tale scelta porterà l’uomo ad essere inseguito dalla polizia, tuttavia una ragazza (Maria Schneider) gli starà accanto.
Uno dei registi italiani più impegnati ed affermati rende omaggio a Pirandello portando sulla scena cinematografica il celebre “Il fu Mattia Pascal”, anche se non ci sono precisi riferimenti al romanzo dello scrittore teatrale. “Professione reporter” è un film che nasce con pretese filosofiche ed introspezioni psicologiche, ma il tema da trattare appare estremamente difficile perfino per un grande maestro del nostro cinema.
Antonioni carica la struttura narrativa di elementi talvolta tangibili ma molto spesso evanescenti, da intuire e cogliere all’interno di una vicenda dalle sottili quanto vaghe sfumature. Partendo dalla scenografia, assistiamo alle lunghe ed estenuanti peregrinazioni di David Locke prima in Africa, dove affronta la calura del deserto, e poi in Europa, precisamente in Spagna.
Proprio la prima parte risulta maggiormente interessante, Antonioni si sofferma su descrizioni paesaggistiche su cui non tornerà più nel corso del film, per dare spazio unicamente ad un ritratto psicologico complesso che stenta a rivelarsi. I personaggi che compongono la storia non sono mai decisivi, nonostante la loro funzione indichi uno sviluppo narrativo molto meditato e teso in alcune fasi. Dal momento che David Locke diviene David Robertson, la sua prospettiva del tempo e dello spazio muta inevitabilmente, ne risentono soprattutto i rapporti con persone, luoghi e situazioni che gli si propongono. Convinto di trarre giovamento dalla nuova identità, l’uomo precipita invece in una solitudine subdola che finisce per disorientarlo, come se dovesse reggere il peso di una vita a lui estranea, cosa che di fatto accade.
Presto egli acquisisce consapevolezza della sua scelta socialmente discutibile, ma il meccanismo si è ormai messo in moto. Jack Nicholson sembra eccessivamente timido in questo ruolo, finendo per subire il suo complicato personaggio, cerca di dargli espressioni e movenze consone alle sue problematiche, tuttavia non sempre ci riesce.
Antonioni costruisce inoltre una regia che non si addice ad un film commerciale ma piuttosto ad un lavoro cinematografico culturalmente collocato: ogni scena viene appesantita dalla staticità delle inquadrature e il ritmo stanca la narrazione a causa dei frequenti movimenti di macchina lenti e riflessivi, tali da prolungare troppo una sequenza la cui prolissità talvolta risulta scenicamente valida ma contenutisticamente immotivata.
Il cineasta italiano si avvale quindi poco del montaggio, preferendo uno stile più aderente alla concezione del deus ex machina che privilegia l’osservazione ossessiva e l’indagine attenta. La storia proposta da Antonioni è un amaro trattato sull’insoddisfazione esistenziale e la volontà di mettersi in gioco esplorando le possibilità di una diversa collocazione sociale.
La sceneggiatura è formalmente pregevole ma complessa sul piano contenutistico, tale da lasciare insolute alcune questioni di fondamentale importanza, inoltre si approda ad un finale misterioso che richiede allo spettatore una personale interpretazione.
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