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Qui non è il paradiso
Titolo originale: Qui non è il paradiso
Italia: 2000. Regia di: Gianluca Maria Tavarelli Genere: Drammatico Durata: 100'
Interpreti: Fabrizo Gifuni, Erika Bernardi, Antonio Catania, Valerio Binasco, Ugo Conti, Riccardo Zinna, Riccardo Montanaro, Cesare Apolito, Roberta Lena, Adriano Pappalardo
Sito web:
Nelle sale dal: 15/09/2000
Voto: 7
Recensione di: Elena Di Nardo Fusaro
Gianluca Maria Tavarelli ci propone, in questo film, il binomio fuga-alienazione nel contesto del nord industrializzato.
Il regista è cosciente dal principio che “Torino non sia il paradiso”, e non è questo che si accinge a dimostrare.
Tavarelli adatta un episodio di cronaca che appassionò l’opinione pubblica nel 1996, e la scelta risulta adeguata, poiché la stessa partecipazione è risvegliata nello spettatore del film: due postini, comuni autisti di furgoncini portavalori, organizzano un furto da professionisti e fuggono, miliardari, in Costa Rica.
Interessanti le caratterizzazioni dei due personaggi, molto diversi ma con la comune passione per una vita al di sopra delle proprie possibilità; l’uno più riservato e meno bello, ma improvvisamente intraprendente con qualche sorso d’ alcol di troppo, l’altro corteggiato, poeta e sognatore incallito ma all’occorrenza anche vacuo chiacchierone. Il sognatore per eccellenza si convince e convince il suo amico della necessità di una svolta radicale, estrema come estrema è la loro attuale condizione di insoddisfazione, dalla quale, anche col rischio di sprofondare, vale la pena tentare di liberarsi.
Il regista ci immerge nel cuore dell’ azione, ci racconta con inquietudine e speranza la storia avvincente dei due piccoli postini alle prese con la svolta della loro vita, i perché ma anche i come della rapina, i ripensamenti, gli slanci e l’amicizia –soprattutto l’ amicizia.
La vicenda sembra concludersi nel migliore dei modi, l’ abbraccio dei due uomini elevati a qualcosa di più dal Dio Denaro commuove perché è impossibile non sentirsi partecipi di questa storia che è sintesi delle utopie di un’epoca, ma anche dell’umanità di sempre.
Eppure il meccanismo, cui tutto è concesso perché basato sul principio umanissimo della ricerca della felicità , si inceppa.
Dietro i volti di due “complici per caso” (al primo tentativo fallito di furto i due postini sono costretti ad annetterli al piano dopo che li hanno scoperti), si cela la morte delle utopie.
Dopo mesi in cui le persone comuni gioivano per quella piccola parte di loro che ce l’ aveva fatta, ecco il ritrovamento dei due cadaveri dei postini in avanzato stato di decomposizione, uccisi dagli altri due complici nell’ attimo immediatamente successivo alla vittoria sulla mediocrità.
La morte del postino è evidente citazione di “Carlito’s way”, e come per Carlito la circolarità (il film inizia con il flash- forward della rapina, di cui il resto del film ci racconterà cause e protagonisti) non è solo espediente narrativo, ma spiegazione ideologica.
Come Al Pacino non può fuggire da un passato criminoso, l’uomo comune non fugge dall’ ordinario, e nel caso in cui o l’uno o l’altro evento eccezionale avvengano, la punizione per la violazione di questa legge universale è la morte.
L’ interpretazione di queste morti è complessa: crollo delle illusioni, da una parte, ma soprattutto volontà di preservarle intatte, poiché la vera caduta dei sogni è la realizzazione di questi, il vero crollo delle utopie è viverle e accorgersi che la felicità non è un luogo, ma un luogo dell’anima.
La contemporaneità ci ostenta ogni giorno che dal circuito chiuso, oggi, per la prima volta nella storia dell’ umanità, per tutti è ipoteticamente possibile uscire.
Ma è questa stessa contemporaneità che allo stesso tempo ci bisbiglia tra le righe, in sordina, che “Qui non è il paradiso”, ma forse “Li” non è poi così diverso.
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