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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 26 gennaio 2009

Revolutionary Road
Titolo originale: Revolutionary Road
USA, Regno Unito: 2008. Regia di: Sam Mendes Genere: Drammatico Durata: 119'
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Kathryn Hahn, Michael Shannon, Zoe Kazan, Ryan Simpkins, Ty Simpkins, Kristen Connolly
Sito web: www.revolutionaryroadmovie.com
Nelle sale dal: 30/01/2009
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi

revolutionaryroad_leggero.jpegFrank e April Wheeler si trasferiscono da Manhattan nel Connecticut suburbano.
Frank lavora nella stessa azienda del padre, facendo un lavoro che non ama, mentre il sogno di April, che ha abbandonato le sue velleità di fare l’attrice ma non si rassegna ad un futuro da casalinga, è quello di partire per Parigi e di iniziare una nuova vita.
Due figli, adulteri incrociati e una gravidanza indesiderata porteranno a una conclusione diversa.
Tratto dall’omonimo romanzo di Richard Yates del 1961, “Revolutionary Road” è una chirurgica quanto distaccata disamina dell’altra faccia del Sogno Americano e del dorato conformismo degli anni dell’amministrazione Eisenhower (il romanzo si svolge nel 1955). Che l’America dipinta da Norman Rockwell non fosse tutta rose e fiori si era già intuito da tempo, e Sam Mendes, dopo “American Beauty”, torna sul luogo del delitto.
Tragicamente ironico il trasferimento della giovane coppia alle Revolutionary Hill Estates, immoto palcoscenico che di rivoluzionario ha solo il nome. La linda America suburbana in cui si consuma il silenzioso olocausto delle illusioni dei Wheeler, cavie da laboratorio intrappolati in un cul de sac, è infatti una terra desolata di ipocrisia, rassegnazione e stolida osservanza delle convenzioni sociali, una trappola da cui non c’è via d’uscita, che non sia quella dell’accettazione delle regole e della morte interiore, come poi accadrà a Frank, il cui destino è quello di diventare l’immagine speculare di suo padre.
Aldilà del contesto storico, che impone di accentuare alcune dinamiche comportamentali, la situazione ritratta è però universale: il gioco al massacro tra Frank e April, quando l’amore soccombe all’abbandono delle loro patetiche velleità e dei sogni di evasione irrealizzabili, passando attraverso un coacervo di menzogne, compromessi, frustrazioni, meschinità e tradimenti, non ha età.
Il vero dramma dei Wheeler, come sottolinea lucidamente Mendes, risiede però altrove, ovvero non tanto nel doversi piegare alle convenzioni e nell’essere costretti ad una vita che non desiderano, quanto nel credersi diversi senza esserlo veramente. A loro si adattano perfettamente dei versi di Sandro Penna, che recitano: Felice chi è diverso/Essendo egli diverso/Ma guai a chi è diverso/Essendo egli comune.

La sceneggiatura dell’inglese Justin Haythe è molto rispettosa dell’originale, da cui riprende diversi dialoghi, e, pur nella sua aderenza, riesce nell’arduo compito di non essere troppo letteraria, mentre Mendes gioca di sottrazione con molta classe, lasciando il mèlo fuoricampo e asciugando satira o sentimentalismo, mantenendosi a debita distanza dai fatti narrati e lasciando campo libero ai suoi attori.
E bisogna dire che, a parte il blatericcio pubblicitario sull’accoppiata DiCaprio/Winslet dopo “Titanic”, la chimica tra i due attori è straordinaria.
DiCaprio si conferma attore maturo, come già s’era annusato in “The departed”, e il suo ritratto di Frank, un uomo in fuga dalla “hopeless emptiness of the life” ma che preferisce scegliere la strada, enormemente più facile, della rinuncia ai suoi stessi sogni, è di grande intensità drammatica, pieno di sfumature e di mezzitoni. Nonostante questo la magnifica Kate Winslet se lo mangia in un boccone.
Anche se ormai abbonata a ruoli di moglie frustrata (vedi l’inedito “Little Children”), la Winslet in “Revolutionary Road” è emotivamente devastante senza mai essere manierata, tanto che la sua interpretazione di April le ha già fatto guadagnare un meritatissimo “Golden Globe”. Ai protagonisti si aggiungono un ottimo Michael Shannon nei panni di  John Givings, il figlio mentalmente disturbato di Helen (una pettegola Kathy Bathes), che, come il fool shakespeariano, è l’unico che si permette di urlare la verità, anche se questo può condurlo solo verso l’emarginazione e l’ennesimo elettroshock.

Il regista sceglie di sottrarre incandescenza alla maniera trattata, niente melodramma fiammeggiante alla Douglas Sirk insomma (come aveva fatto Haynes in “Lontano dal paradiso”), scelta che si riflette anche nell’astratta luminosità e nell’impasto cromatico delle scenografie di Kristi Zea.
Mendes satura le inquadrature con i corpi degli attori, e, aiutato dall’ossessiva colonna sonora di Thomas Newman e dalla smagliante fotografia di Roger Deakins, stila con clinico e gelido rigore una diagnosi il cui referto è dolorosamente negativo.

 
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