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Scritto da Francesco Paolo Ferrotti   
giovedì 14 giugno 2007

Rocky Balboa
USA: 2006. Regia di: Sylvester Stallone Genere: Drammatico Durata: 102'
Interpreti: Con Sylvester Stallone, Burt Young, Milo Ventimiglia
Sito web:
Voto: 7
Recensione di: Francesco Paolo Ferrotti e Laura Rugnone

67.jpgTrascorsi ben trent’anni dal primo blasonato episodio e sedici dall’ultimo, Rocky torna per disputare il round finale. “Rocky Balboa” è infatti il capitolo conclusivo, il sesto, della fortunata saga che ha segnato l’immaginario collettivo. Sì, perché Rocky non è soltanto un’icona del cinema, ma addirittura uno dei simboli dell’America nel mondo, di quell’America che sul grande schermo ha trovato linfa vitale per alimentare il proprio stesso “American dream”. Considerato il retaggio che si porta dietro, “Rocky Balboa” è un film coraggioso: non era facile, a distanza di molti anni, recuperare l’icona del pugile senza intaccarne l’aura mitica che l’ha ormai consegnato all’immaginario. Ovviamente, soltanto una persona poteva riuscire nell’impresa: Sylvester Stallone che, ancora una volta, non è soltanto interprete ma anche regista di una pellicola che ha il sapore dell’auto-commemorazione e dell’omaggio al ruolo che ne ha segnato la carriera. Ci si potrebbe chiedere se sia realistico che l’attore, ormai sessantenne, interpreti ancora il celebre personaggio dei suoi anni d’oro, ma la risposta è semplice: così come Stallone, qui anche Rocky è in età avanzata; non soltanto allora il ruolo risulta credibile, ma in qualche modo l’identificazione tra attore e personaggio sembra persino più intensa rispetto ai precedenti episodi. In quest’ultimo capitolo, la fedele Adriana è morta per un tumore e Rocky è ormai una sagoma malinconica che si alimenta di soli ricordi: prega ogni giorno sulla tomba dell’amata, vaga di notte per la città in cerca dei luoghi della memoria, racconta le sue storiche gesta per intrattenere i clienti del ristorante che ha aperto a Philadelphia. Ma dei trascorsi gloriosi adesso è rimasta soltanto la nostalgia e la fama ingombrante per il figlio, ormai alle prese con il mondo del lavoro. Tuttavia, nonostante l’età, un giorno il “vecchio” Rocky scopre di non essere ancora rassegnato e appagato: perché la sfida con se stessi non finisce mai e perché, come spiega al figlio, nella vita la cosa più importante è resistere ai colpi ricevuti, riuscendo sempre a rialzarsi per continuare a lottare.
Come nelle pellicole precedenti, sarà allora il confronto con l’avversario il fulcro intorno a cui ruota tutto il film, affermando anche che nell’era del virtuale, spunto iniziale della vicenda, la vera risorsa restano i sentimenti reali. I valori sono infatti gli stessi di sempre: la tenacia, la resistenza, la caparbietà, il cuore.
Nel plot, l’incontro tra il celebre “Stallone italiano” e il giovane campione Dixon viene escogitato come spettacolo mediatico, dopo il grande successo di una simulazione virtuale, per soddisfare i tanti nostalgici di Balboa (similmente, il film stesso funziona perché punta anche sulla nostalgia degli spettatori). Ma quella che inizialmente sembra solo una messa in scena, dall’esito scontato a favore dell’imbattuto Dixon, si rivela invece un’autentica competizione, lunga e sofferta per entrambi i contendenti. La sfida è a più livelli: l’antica leggenda e il giovane campione, la saggia esperienza e la beffarda boriosità, il sacrificio e la vittoria facile, la potenza e la velocità.
Lo scontro tra i due pugili, nella loro differenza d’età, sottende anche uno scontro generazionale tra due americhe: da un lato quella di Rocky, rassicurante e salda nei propri valori storici; dall’altro lato un’America giovane e piuttosto arrogante, rappresentata da Dixon, ma che forse è ancora in tempo per imparare qualcosa dal proprio passato migliore (così come il giovane pugile trae una lezione di vita dall’incontro con Balboa).
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, ed è questa la novità, Rocky perde l’incontro all’ultimo round, pur senza essere sconfitto sul piano fisico e con un verdetto non unanime. In realtà era già accaduto nel primo episodio della serie, ma lì si era davanti a un esordio promettente, qui a un nobile congedo. In ogni caso, Rocky è il vero vincitore morale: il pubblico, e gli spettatori, sono ovviamente tutti dalla sua parte.
“Rocky Balboa” è un film che sembra conciliare due opposte concezioni: rappresenta la caduta di un eroe e la fine di una leggenda, ma anche la sua estrema e massima affermazione. Rocky si dimostra un eroe a tutto tondo e, soprattutto, umano: invece di restare immortalato in un’olimpica condizione di perenne giovinezza e invincibilità, si misura con il trascorrere del tempo e conquista la gloria attraverso la sua immutata forza interiore, lasciando una più profonda lezione ai posteri.
“Rocky Balboa” è allora una degna e coerente conclusione per la celebre saga del pugile e, d’altro canto, sembra esprimere le inquietudini e le speranze di un paese che non rinuncia a riconoscersi nei propri eroi anche quando sta per celebrarne la fine.

di Francesco Paolo Ferrotti e Laura Rugnone

 
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