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Scritto da Nicola Picchi   
giovedì 25 marzo 2010

Searching for the Elephant
Titolo originale: Pen-teu-ha-woo-seu Ko-kki-ri
Corea: 2009  Regia di: Jeong Seung-goo Genere: Drammatico Durata: 146'
Interpreti: Jang Hyeok, Jo Dong-hyeok, Lee Sang-woo, Lee Min-jeong, Jang Ja-yeon, Hwang Woo-hye
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Pachidermico

Searching for the Elephant“Searching for the Elephant” esplora vita e comportamenti di alcuni professionisti trentenni nell’odierna Seoul. Protagonisti tre amici d’infanzia: Hyun-woo, fotografo ciclotimico che è appena stato abbandonato dalla fidanzata; Min-suk, chirurgo estetico di successo che soffre di sex- addiction; Jin-hyuk, consulente finanziario coinvolto in affari poco puliti.
Ognuno di loro è invischiato nei propri problemi personali e nelle proprie dipendenze, mentre le relazioni con l’universo femminile, contraddittorie e provvisorie, complicano un quadro complessivo già compromesso. Quando Soo-yeon, sorella di Hyun-woo e moglie di Min-suk, intreccerà una relazione con Jin-hyuk, il quale era stato una sua vecchia fiamma prima del matrimonio, le reciproche ipocrisie, menzogne e infedeltà si avviteranno in una spirale fuori controllo.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito a una certa normalizzazione dei contenuti all’interno del cinema coreano, fatti salvi i grandi autori e qualche rivelazione. Commedie, horror, thriller e film drammatici facevano mostra di una serie di ingredienti accuratamente dosati, anche giustapposti e eterogenei ma lontani dal sorprendere. Ben venga allora un’opera di estrema libertà espressiva come “Searching for the Elephant”, esordio di Jeong Seung-goo, che dimostra come il fenomeno dell’“hanryu”, la new wave sudcoreana, sia lontano dall’esaurirsi.
I mali della società dipinta da Jeong non sono certo patrimonio esclusivo della Corea: cinismo, materialismo e angoscia esistenziale ci riguardano da vicino, anche se il nostro cinema preferisce declinarli nelle forme agonizzanti e piuttosto infantili della commedia all’italiana. In questo caso, invece, non esistono comode scappatoie autoassolutorie, anche se la crudezza delle tematiche è stemperata dallo stile sfavillante e da un humour autenticamente sovversivo.
Il regista si prende molto tempo per delineare i suoi personaggi e per approfondirne le motivazioni, mettendo bene in chiaro come l’unica reazione consentita a questo tipo di società sia quella di escogitare una qualche forma d’evasione. Min-suk trova una via di fuga consumando sesso compulsivamente con qualsiasi donna gli capiti a tiro, il soave e ostinato Jin-hyuk si illude di poter ricominciare una nuova vita con Soo-yeon,  Hyun-woo, il più spaesato del gruppo, si rifugia invece nella droga.
Ma anche questa soluzione si rivela esile e illusoria, destinata a sfaldarsi a meno di non “cercare l’elefante”, come insiste a dire Hyun-woo, l’unico che conservi memoria dell’episodio, accaduto molti anni prima allo zoo di Seoul: i tre bambini erano stati esortati, nel caso si fossero persi, a cercare la gabbia con l’elefante.
Adesso che sono persi davvero, nessuno di loro riesce a trovarlo tranne Hyun-woo che, sotto l’effetto dell’erba, lo vede prendere forma dalle sue fotografie o materializzarsi tra le nuvole. Non a caso sarà proprio lui a chiudere il film su una relativa nota di speranza lasciando la città al fianco di Min-jung, una psicotica convinta di venire dall’anno 2088.
Del resto, in un universo in cui le tigri siberiane prendono il Viagra e vengono costrette a visionare “film porno con tigri”, la cosa appare tutt’altro che insolita.

A parte la metafora, Jeong orchestra brillantemente generi diversi concedendosi molte digressioni, alternativamente comico-grottesche (Hyun-woo che si trancia le dita, il cecchino che spara sulla folla) o surreali (l’elefante) e qualche fulminante parentesi di stampo fantascientifico (il delirio di Min-jung), come ad attenuare la crudezza di alcune scene (il sesso, la reazione di Min-suk al suicidio di una sua amante). La preoccupazione del regista-sceneggiatore non è certo quella di trinciare giudizi, ma di aggredire una materia di per sé non esaltante, quella dell’affresco generazionale, con un taglio inedito, giocato su costanti cambi di ritmo. Dark e con una forte vena antiamericana (“Conoscono il prezzo di tutto e il valore di niente”, dirà Hyun-woo in uno dei suoi monologhi), “Searching for the Elephant” è ottimamente servito da tre attori in stato di grazia, Jang Hyeok, Jo Dong-hyeok e Lee Sang-woo, i quali, assieme alle insane evoluzioni della macchina da presa di Jeong e agli ottimi effetti CGI, non fanno avvertire la sproporzionata lunghezza di 146 minuti.
Nota macabra, l’attrice Jang Ja-yeon, che nel film si suicida nella vasca da bagno, si è effettivamente tolta la vita qualche mese dopo la fine delle riprese.

 
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