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Scritto da Dario Carta   
martedì 19 aprile 2011

The Company Men
Titolo originale: The Company Men
USA: 2010. Regia di: John Wells Genere: Drammatico Durata: 109'
Interpreti: Ben Affleck, Kevin Costner, Maria Bello, Tommy Lee Jones, Chris Cooper, Craig T. Nelson, Rosemarie DeWitt, John Doman, Liam Ferguson, Tonye Patano, Dana Eskelson, Scott Winters, Cady Huffman, Tom Kemp, Kent Shocknek, Lewis D. Wheeler, Frank Ridley, Carrie Ann Quinn, Anthony O'Leary, Angela Rezza, James Colby, Lance Greene, Gary Galone, Brian White, Nancy Villone, Bill Mootos, Terry Conforti, Alex Cash
Sito web ufficiale: www.thecompanymenfilm.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Realistico
Scarica il Pressbook del film
The Company Men su Facebook

The Company MenLa crisi dei mercati mondiali del 2008 ha fatto da sfondo alla pellicola di Stone sul denaro che non dorme,il sequel del primo titolo entrato nelle sale a poche settimane dal Black Monday del 19 ottobre 1987 e ambientando la nuova storia sul palcoscenico di una nazione devastata dallo sfascio di Bernard Madoff,Goldman Sachs e Leheman Brothers.

John Wells,regista di elevata virtù televisiva,ha prodotto,scritto e diretto "The Company Men",ottimo film inserito in quello stesso ambiente di sfida economica ad una società travolta dai venti della recessione.
La prospettiva di Wells prende spunto dal rapporto fra l'uomo e il proprio lavoro,supera i clichès di una ampollosa dietrologia apologistica ed esplora gli effetti di un rovesciamento di situazioni nella sfera delle carriere di tre uomini di questo tempo.

Hollywood è molto attenta a raccogliere gli indizi lasciati dagli accadimenti e tendenze sociali,politiche,lavorative e comunque comunitarie,a beneficio di produzioni emesse in rapida successione spesso di valore inversamente proporzionale al loro numero. "Wall Street - Il denaro non dorme mai","Up in the Air" e questo "The Company Men",sono la risultante della corrente di spettacolo che ha voluto trattare in diverse modalità i fremiti delle fascie sociali investite dalla precarità professionale,nonostante l'incognita di un'audience sovente non disponibile ad accogliere anche nelle sale dei cinema i segnali di una realtà immersa in un clima di debito economico.

Wells parte dalla concreta situazione di una crisi di mercato azionario per sviluppare una storia di identità di uomini e lavoro,indagando nello status nel quale i protagonisti si identificano con l'elemento retributivo in una dipendenza condizionante per sè stessi e la realtà familiare che li accoglie.
Attraverso "The Company Men",Wells sublima un messaggio nella forma di un atto empatico verso una nazione alle prese con un serio problema di stallo economico,particolarmente acuto se pensato nei termini della crisi di una Potenza alle redini dell'equilibrio planetario.
Wells fissa l'attenzione su tre individui della classe elitaria lavorativa,tre esecutivi di una Holding con base a Boston,la GTX,nata come azienda specializzata nei trasporti ma poi estesasi in ogni direzione commerciale.
Quando la crisi obbliga la Compagnia ad una riduzione dell'organico,i tre managers si ritrovano fuori dai cancelli.
Bobby Walker (Ben Affleck) dovrà rinunciare al suo salario stellare,alla sua Porsche,all'iscrizione al Golf Club e alla sua splendida casa,per entrare nel mondo crepuscolare dei disoccupati e formulare troppo spesso la frase più ricorrente nel film:"non possiamo permettercelo".

Inizialmente troppo orgoglioso per accettare un aiuto dal cognato Jack Dolan (Kevin Costner),piccolo imprenditore edile, Bobby abdicherà dal suo amor proprio,a beneficio di una sicurezza economica e familiare,anche se non paragonabile alla sua prima condizione professionale.
A Phil Woodward (Chris Cooper),veterano della vecchia guardia,nonostante si ritrovi a dover tingersi i capelli per apparire meno avanti negli anni e poter competere con l'aggressività delle nuove leve,viene tolta la scrivania,malgrado l'anzianità di servizio.
Il lavoro è tutto per lui e senza l'occupazione la natura dell'uomo si svuota di ogni significato.
Triste e solo,adotterà l'unica soluzione cui la sua amarezza lo potrà condurre.

Gene McClary (Tommy Lee Jones),cofondatore della GTX,amico e socio di Salinger (Craig T. Nelson),CEO della Società,conserva una deontologia professionale non condivisa dal collega.
Gene crede che l'equilibrio di un'azienda sia fondato sul rapporto di sincera lealtà con gli impiegati e la struttura dell’organico,indispensabile per lo sviluppo regolare di ogni sua funzione.
Per Salinger conta solo il reddito e la massimalizzazione dei profitti.
Quando la visione di quest'ultimo prevale sull'idealismo di vecchio stampo di Gene,questi è fuori dal gioco e il concetto dell'impegno a beneficio degli azionisti si riduce al sacrificio del lavoro del prossimo per il bene della Compagnia.

"The Company Men" è un impietoso ritratto di una società impiegatizia ad alto rendimento e basso valore umano,una amara descrizione di un meccanismo lavorativo autoalimentato dai movimenti delle proprie componenti,disabilitate dal processo produttivo quando usurate o poco funzionanti. Il grido è ovviamente d'allarme e l'accusa non è sociale ma morale.
Wells fa uno spaccato di una condizione al collasso economico ma inserisce sul palcoscenico degli eventi la crisi di tre persone duramente messe alla prova dalla privazione di quello che fino a quel momento sembrava dato per scontato.
La morale è altissima e il tessuto è fittissimo.
In trama e catena si intrecciano gli indizi della pecarietà,le incosistenze di una celebrata sicurezza,la provvisorietà di una certezza data per assunta,ma poi sbriciolata dalle regole della vita.

Il lavoro di Wells è stringato ed accorto,misurato in una regia calibrata e ritmica sugli eventi connaturati con la transitorietà delle cose,attentissima a scavalcare ogni forma di retorica e piagnisteo allegorico.
Nell'impianto narrativo condotto in un parallelismo di tre situazione umane,il regista innesta le sottotrame, valore aggiunto al corpo e spessore del mosaico.
A Bobby,Wells affianca la moglie Maggie (Rosemarie DeWitt),figura a latere ma che completa quella del protagonista,nella sua vicenda,nelle sue paure,nella sua tragedia.
Da Maggie,il punto di osservazione si sposta sul fratello Jack,carpentiere rude e umile,unico ritratto completo nel film,un uomo che si realizza nella propria realtà ma sempre vigile sul suo prossimo e attento alle proprie possibilità.

Il rapporto che si intaura fra Bobby e Jack è la struttura portante del film e in'ellissi narrativa,Wells porta a compimento quello che aveva da dire sulle disgrazie di un uomo e una mano tesa.
Gene ha una moglie e una casa insperabile in una vita ordinaria,ma l'uomo cerca un improbabile calore che non trova altrove,nella relazione extraconiugale con l'avvenente responsabile delle risorse umane (Maria Bello),dalla quale si vede presentare il benservito.
Wells sdoppia la vita di Gene nell'indagine sulle cause della sua solitudine e sulla vacuità del suo patrimonio economico.
La tristezza e la rassegnazione pesano sulla vita di Phil,un uomo ormai dai capelli bianchi,cui viene dato breve spazio nel lavoro ma anche nel film. Ciononostante,Chris Cooper non concede distrazione e dà corpo e credibilità allo sconforto del suo personaggio premendo su un aspetto di pessimismo incombente,quasi segno di predestinazione - "La mia vita è finita e nessuno se ne è mai accorto".

Wells imposta il ritmo della narrazione sull'avvicendarsi degli eventi dei tre protagonisti,in un fluido mescolarsi di situazioni,scavando nell'intimo di ognuno di essi e nelle loro realtà e raccontandoli con una scansione prospettica cadenzata e dinamica,tracciando i lineamenti di microcosmi profondi e complessi.
Il linguaggio visivo è trasparente e fortemente evocativo del messaggio che veicola.
Belle in epilogo le inquadrature sulle strutture abbandonate e in disfacimento,vestigia di produttività ormai spente da anni,immagini della provvisorietà di realtà date per scontate ma vive solo per il tempo che l'incertezza concede loro,totem all'llusione di equilibri stabili solo in apparenza ma sempre agitati nel vento dell'aleatorietà cui ubbidisce ogni singola esistenza.

 
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