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Valutazione utente: / 7
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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 13 giugno 2011

The Fourth Portrait
Titolo originale: The Fourth Portrait
Taiwan: 2010  Regia di: Chung Mong-hong Genere: Drammatico Durata: 102'
Interpreti: Bi Xiao-hai, Leon Dai, Hao Lei, King Shih-chieh, Terri Kwan, Na Dow
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Estraniante
Presentato all'Asian Film Festival

The Fourth PortraitAll’improvvisa morte del padre, il piccolo Xiang si ritrova solo. Il custode della scuola lo prende in simpatia e lo tiene con sé finchè, avvertita dai servizi sociali, non si ripresenta la madre Chun-lan, la quale vive a Taiwan con un altro uomo.
L’inserimento di Xiang nella nuova famiglia non sarà facile, mentre sulla sua vita aleggia come un’ombra la misteriosa scomparsa, avvenuta anni prima, del fratello maggiore.

Se nel precedente “Parking” (2008) predominavano toni grotteschi, in “The Fourth Portrait” questi ultimi sono circoscritti ad alcune schegge isolate, eppure contribuiscono in misura sensibile a rendere più estraniante quella che, sulla carta, poteva restare una vicenda di aridità sentimentale e incomunicabilità alquanto convenzionale.
Distacco ed estraniamento sono infatti le armi usate dal taiwanese Chung Mong-hong per raffreddare quella che poteva essere materia da melodramma: un bambino abbandonato, una madre che si prostituisce nei locali notturni, un patrigno violento, un fratello scomparso. In filigrana, il tema dell’immigrazione dalla Cina continentale a Taiwan, presunto paradiso che non si rivela tale. E invece quello che ne vien fuori è tutt’altro.

Il primo ritratto, con tocco delicato e assieme patetico, è quello del padre, che Xiang disegna quando si trova senza avere a disposizione la fotografia necessaria per il servizio funebre, e da lì incomincia un apprendistato alla vita che, di ritratto in ritratto, conduce il bambino alla faticosa acquisizione di un’identità individuale. Quattro ritratti che, con segni nitidi, congelano quattro momenti di un’esistenza senza troppe prospettive.
Chung non segue gli stilemi del classico romanzo di formazione, dato che quello di Xiang è in realtà un movimento illusorio. Il bambino non evolve, i suoi rapporti con la madre e il patrigno non mutano, semplicemente arriva a riconoscersi. Attraverso il tratto della matita isola, definisce, cerca di attribuire un significato a un mondo fatto di povertà e violenza domestica, ma dove forse è possibile trovare amore, anche se non dove ci si aspettava di trovarlo, e qualcosa a cui appartenere.
Nel corso del film Xiang si imbatte in figure sostitutive che sono in grado di sopperire ad una famiglia assente, come il custode della scuola che si trova a ricoprire un ruolo genitoriale, o Big Gun, un ragazzo disadattato che per lui diventa una sorta di fratello maggiore, che Xiang aiuta a compiere piccoli furtarelli nelle case e, in una scena surreale, a rapinare di pochi spiccioli gli alunni della sua classe.

La regia è scevra da sentimentalismi, le figure sono spesso isolate in campi lunghi a rimarcare la distanza, minimizzate dal paesaggio naturale o dalle fatiscenti architetture urbane che li ospitano.
Secondo lo stile terso di Chung, c’è un’attenzione estrema riservata alla composizione dell’inquadratura, e l’accurata calibrazione degli spazi ha come risultato uno splendore formale che non è mai calligrafia, mentre la smagliante fotografia di Nagao Nakashima annega i paesaggi in una luce giallo-dorata, riservando agli interni freddi toni bluastri.
La sceneggiatura, firmata dal regista e da Tu Hsiang-wen, contrappone momenti ora intimisti, ora drammatici, ora grotteschi (l’irresistibile monologo sul rapporto tra crescita del mercato immobiliare e frequenza dei rapporti sessuali) e costruisce grazie a dialoghi intelligenti due momenti di grande intensità: la conversazione tra Huang, l’insegnante di Xiang, e la madre del bambino, in cui Chun-lan esprime tutta la sua disillusione per la nuova vita che aveva sperato di iniziare a Taiwan, e il monologo-confessione fatto dal patrigno al fantasma di Yi, il fratello scomparso.
Eccellenti tutti gli attori, tra cui Terri Kwan (Prince of Tears) e i premiatissimi (ai Golden Horse Awars 2010) Bi Xiao-hai (Xiang) e Hao Lei (Chun-lan), mentre Chung si è aggiudicato il premio come miglior regista.

 
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