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Scritto da Francesca Caruso   
martedì 10 febbraio 2009

Ti amerò sempre
Titolo originale: Il y a longtemps que je t'aime
Francia, Germania: 2008. Regia di: Philippe Claudel Genere: Drammatico Durata: 115'
Interpreti: Kristin Scott Thomas, Elsa Zylberstein, Serge Hazanavicius, Laurent Grévill, Frédéric Pierrot, Claire Johnston, Catherine Hosmalin, Jean-Claude Arnaud, Olivier Cruveiller, Lise Ségur, Souad Mouchrik
Sito web: www.ilyalongtempsquejetaime-lefilm.com
Nelle sale dal: 06/02/2009
Voto: 8,5
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso

tiamerosempre_leggero.jpegDopo il grande successo ottenuto con i suoi romanzi, Philippe Claudel si cimenta nel suo primo lungometraggio di cui è anche sceneggiatore, realizzando un lavoro di qualità, un film intenso, intimo, lacerante, speranzoso e ottimista al tempo stesso.
Il regista mette sotto la lente d’ingrandimento la ricostruzione di un rapporto tra due sorelle, Juliette uscita di prigione dopo una detenzione di 15 anni, viene accolta in casa dalla sorella minore Léa, che vive insieme a suo marito Luc, al suocero e alle loro bambine. Juliette, respinta per tutti quegli anni dalla propria famiglia, inizialmente sente il vuoto intorno a lei, sentendosi, intimamente, ancora in prigione.
Léa cercherà di trovare qualsiasi spiraglio per ricomporre il rapporto spezzato e riprendere il percorso della vita insieme.
Il regista ha voluto realizzare una pellicola che mostrasse la complessità della vita, non c’è solamente la storia di due sorelle che cercano di riavvicinarsi, ma vengono cristallizzate numerose tematiche che fanno parte del vivere quotidiano di ognuno di noi.
Il ritorno alla vita di una donna che è morta dentro, l’isolamento, i diversi modi in cui ci si può approcciare ad una persona che esce dal carcere, una famiglia apparentemente perfetta che mostrerà le sue debolezze, il confronto fra due donne su segreti inconfessati e taciuti per troppo tempo, la malattia, il sentimento di inadeguatezza che si prova nel momento in cui ci sente sconfitti e la speranza che le situazioni possano evolvere al meglio. Philippe Claudel ha raccontato la storia in modo tale che lo spettatore si ponga delle domande su temi delicati, “l’opera d’arte può servire ad aprire un dibattito” ha dichiarato.
Il regista si è interessato molto ai danni collaterali che la situazione di Juliette ha creato, delineando non dei semplici personaggi, ma degli esseri umani ognuno con un diverso bagaglio di sofferenze, tutti in momenti differenti hanno subito delle sconfitte, provato dei vuoti esistenziali, delle perdite affettive, di come a volte si rimane ingabbiati nel passato, o traumatizzati da un evento, di contro mostra la loro forza e la loro capacità di resistere, di ricominciare ad avere fiducia nella vita.

Juliette (Kristin Scott Thomas) è una persona a cui è stato tolto tutto, ha subito la perdita di un figlio, rinchiudendosi nel silenzio, senza dare spiegazioni e senza mai parlare dell’accaduto.
Una donna lacerata dal dolore, che l’ha portata ad allontanarsi dal mondo, quando esce di prigione sembra un fantasma, infagottata sotto un soprabito oramai troppo largo e fuori moda. Il percorso che intraprende da quel momento è una lenta rinascita, un ritorno al mondo e alla parola.
Léa (Elsa Zylberstein) si è chiusa in una prigione mentale, ossessionata da una sorella che non era presente, anche se, nella sua mente, è stata con lei ogni giorno, lo si riscontra quando Léa mostra a Juliette i diari della sua adolescenza, il trauma subito le ha fatto rifiutare un figlio nel suo ventre.
Michel (Laurent Grevill), collega di Léa, ha insegnato in prigione, conosce il mondo da cui giunge Juliette, proprio per questo durante la cena tra amici, che sono interessati a conoscere la sua provenienza, Michel è l’unico a capire che ciò che la donna dice è la verità, un uomo che poco a poco è in grado di toccare le sue corde più segrete e che si rivela una persona ferita dentro, proprio come lei.
Il capitano Fauré (Frédéric Pierrot) è un’altra anima lacerata, diversamente da quanto il suo ruolo da poliziotto farebbe pensare, lui non giudica mai la donna, altri personaggi esprimono giudizi affrettati su di lei, e anche questo sentimento è umano, lui, invece, si comporta normalmente un po’ come fa la piccola Lys, la figlia maggiore di Léa, che pone le domande che gli altri non osano, ma in fondo vorrebbero sapere come siano andate le cose.

La famiglia che il regista mette in scena sembra un idillio, un coppia felice, con due splendide bambine, una bella casa, accogliente, dove vivono con il padre di Luc, un anziano silenzioso e sorridente, con la venuta di Juliette, però, vengono a galla tanti piccoli attriti che la destabilizzano, un disaccordo sottile si viene a creare tra marito e moglie riguardo il tipo di persona che si trovano di fronte, Luc afferma che nonostante sia la sorella, Juliette è un’estranea, Léa non può sapere che persona è diventata.
Dall’altra parte Léa non fa che dedicarsi a quella sorella che la vita le aveva sottratto, la detenzione di Juliette e i tabù familiari le hanno lasciato una destabilizzazione profonda che si è portata dietro durante l’adolescenza e poi nella vita di donna, moglie e madre, rimanendo per alcuni versi una bambina.
Tutti aiutano Juliette a ritornare dalla parte giusta della vita, restituendole la luce.
Juliette si trasforma col passare del tempo e attraverso di lei il mondo che la circonda si evolve.
Il tempo è una parte integrante della storia, il tempo che scorre lento, all’inizio, sottolinea il letargo dal quale poco a poco la donna si ridesta, inoltre questo scorrere per gradi è “il tempo che ho concesso allo spettatore affinché scopra man mano i personaggi” – ha affermato il regista.
Un film di forte impatto emotivo, che farà riflettere.

 
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