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Scritto da Alessandro Beria   
sabato 08 novembre 2008

Un gioco da ragazze
Titolo originale: Un gioco da ragazze
Italia: 2008. Regia di: Matteo Rovere Genere: Drammatico Durata: 95'
Interpreti: Filippo Nigro, Chiara Chiti, Desiree Noferini, Nadir Caselli, Valentina Carnelutti, Valeria Milillo, Stefano Santospago, Elisabetta Piccolomini
Sito web: www.myspace.com/ungiocodaragazze
Nelle sale dal: 07/11/2008
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Alessandro Beria

ungiocodaragazze_leggero.jpegUNO - Ok, facciamo il loro gioco. Sì, perché “Un gioco da ragazze”, di sicuro, è prima di tutto il gioco di un regista che, al suo primo lungometraggio, cerca di fare parlare di sé e della sua opera quanto più possibile. Il che è comprensibile. Io qui ne scrivo, dunque mi faccio complice del gioco mediatico intorno e nel quale ogni sacrosanto medium, e il cinema non è medium di poco conto, si trova costretto a giocare ogni giorno…
Premesso questo (breve discorso che poi riprenderò in fondo parlando di “Vietato sì, vietato no”), il film, la cui trama è stata ispirata dal romanzo "Un gioco da ragazze" di Andrea Cotti –che non ho letto, quindi qui scrivo del film e basta-, racconta principalmente di quattro ragazze diciassettenni, Elena, Michela, Alice e Livia, vissute nel mondo, che sicuramente non è il mondo di tutti, dell'alta borghesia di una ricca cittadina italiana (la location è in quel di Lucca). Sono ragazze abituate alla ricchezza se non proprio al lusso (e alla lussuria…), al mondo dei party e delle feste oltre ogni limite, tra casa, locali fashion, discoteche o versioni più moderne di queste, la scuola, perché in Italia, almeno sino alla loro età, è ancora obbligatoria, e via discorrendo. Intorno girano ragazzi e ragazze, chi più chi meno sfigati/e; alcuni professori, chi più chi meno ‘missionari’; genitori uomini e donne, chi più chi meno co-involti nelle vite dei figli/figlie; star del presente e del passato, chi più chi meno presenti nel repertorio enciclopedico dei magazine d’oggi o delle letterature di ieri.
Insomma, a farla breve e per non annoiare con la trama (uno, magari, il film vorrebbe anche vederselo senza sapere già tutto…), quel che il regista Matteo Rovere rappresenta è uno spaccato della vita di adolescenti e adulti “allo sbaraglio”.

Che alla deriva, in questo film, vadano tutti, lo si respira sin dalle prime scene, in cui la festa alto-borghese degli imprenditori di provincia, animata dal suono dei violini, non è poi tanto dissimile, mutatis mutandis, dalla festa alto-borghese delle rispettive figlie, animata dal suono dei bassi di una discoteca. In ambo i casi si vedono “adolescenti” che giocano, pur a giochi diversi: l’opposizione di ambiente, che il regista mette in risalto anche con il colore (colori terra per mondo-villa ‘adulti’; colori freddo acqua per il mondo-disco ‘adolescenti’), è volutamente fittizia. Non a caso la figura del tradimento matura in entrambe le scene, di marito in un caso, di ragazzo ‘della serata’ nell’altro. Sono momenti descrittivi, accostati in modo semplice e lineare, in parallelo, come avverrà poi per tutto il film. Sono scene che volutamente il regista ha riempito di luoghi comuni (mi riferisco al fallimento imprenditoriale, alle scene di sesso, al subbuglio coniugale e così via, per chi avesse visto il film e anche per gli altri), intanto perché propri del mondo che si sta descrivendo, ma soprattutto perché il film si fa carico di portare alle estreme conseguenze il “luogo comune” che si racconta, al fine di segnalare l’abissale stacco di contenuto che lo spettatore vivrà fino alla fine. Entro al cinema e so che “quel” luogo comune ha, in genere, “questa” finalità socialmente nota. Esco per capire che potrebbe non essere più così.
Ho visto lo spostamento del contenuto di un “luogo noto a tutti”, ho visto che può essere ri-definito per qualcosa di dis-orientante, diverso, poco accettabile. Ma di cui devo tenere conto, perché potrebbe essere (oppure è già) reale.   
Ecco che mentre le scene scorrono si prova un certo disagio. Non dovuto al linguaggio forte e volgare o alle scene di “violenza” in senso lato abbastanza esplicite, che sono di gran lunga poca cosa rispetto a quanto di esplicito si può vedere altrove. Si prova disagio per la brutale violenza psico-logica che queste scene mettono in scena. La violenza in questo film non si origina più per uno scopo determinato. È piuttosto un effetto del tutto secondario del processo consistente nell’essersi gettati oltre ogni concezione di offesa, profanazione, contaminazione e coercizione dell’agire proprio ed altrui, e di esserci(si) gettati, questo è il punto cruciale, “consapevolmente”. La “Consapevolezza” nel film è Elena, suadente ed affascinante adolescente che sceglie di devastare e depredare ogni angolo dell’anima umana, non esclusa (anzi tutt’altro) la propria, per… stop! Ecco! qui finisce la frase, nel senso che non è previsto niente dopo il ‘per’, non esiste una finalità, una conseguenza attesa che a ritroso doni senso alle efferatezze progettate. Non c’è niente che dia contenuto all’azione della protagonista e delle cooptate “amiche”, perché semmai il senso sta proprio nel violare e vuotare ogni senso, nel non avercene proprio. E nell’avere, mi si permetta, “le palle” di andare alla deriva fino in fondo, trascinando al limite tutto e tutti con sé. Se poi si sopravvive “agli sfigati” e si può ancora fare un bel tuffo in piscina, con complimenti per lo stile, bé, tanto di guadagnato…

Parentesi:

Ho scritto quanto sopra per fare emergere una mia personalissima opinione in merito ad alcuni commenti che ho sentito sugli effetti che il film potrebbe avere sugli adolescenti. Si dice: gli adolescenti possono vedere il film, magari con il commento di insegnanti o genitori, così possono prendere consapevolezza delle conseguenze cui possono portare certi comportamenti a-morali e a-sociali. Sì, tutto bene. Due cose però.
Uno: gli adolescenti possono sicuramente comprendere che le proprie azioni sono interruttori di conseguenze, e credo che il film sia superfluo per illustrare questo punto, ma credo anche che potrebbero (iniziare a) pensare di desiderare “certe conseguenze”, come leve di potere e di ordine, laddove si abbia una forte percezione di caos e di disorientamento, per i più svariati motivi (famiglia, geografia sociale, gruppo dei pari, personalità, insomma tutto quanto potrebbe far emergere nell’adolescente la riflessione: sono sfigato? Ma allora potrei…). Mo’ purtroppo qui è d’obbligo la seguente frase per eludere a priori un sacco di domande: non generalizzo; nessuno reagisce allo stesso modo allo stesso stimolo; i personaggi del film, se mai dovessero anche rappresentare casi reali (io credo di sì), rappresenterebbero solo una microscopica parte del mondo adolescenziale ed un microcosmo dei potenziali loro problemi (…), insomma, abbiamo capito.
Due: se si inserisce il film in un contesto largamente definibile ‘pedagogico’ (che termine terribbbile!), mi viene da pensare al guanto che si lancia a segnare una sfida. Ora, dico, i giovani vivono in un complicato mondo di sfide, con una miriade di stimoli e un altrettanto malloppo di equilibrismi per convivere con cotanti stimoli. Ma dobbiamo proprio iniettare loro a forza altro stimolante? Se vogliono vedere il film, ci vanno (ora che sto scrivendo ci vanno dai 14 anni in su); se non vogliono, fanno altro. Se il vento di censura non fosse cambiato, allora i minorenni non ci sarebbero andati (o lo avrebbero visto lo stesso attraverso altri media). Con tutto questo gran parlare e questo scrivere (in cui, ripeto, rientra la mia complicità da commento), si è comunque ormai gettato uno stimolo (superfluo?) in più. Il botteghino quantificherà lo stimolo lanciato. Non so quanto sia utile una eventuale ri-quantificazione del tutto, nell’ipotesi illustrata di visione, questa volta, “forzata” nelle scuole o in altre sedi.

Tornado al film, e riallacciandomi al discorso su consapevolezza e conseguenze, quel che si rileva è che il potere che le giovani “giocatrici” hanno rispetto agli adulti (che poi nel film di adulti non ce ne siano, ne parliamo dopo) deriva in gran parte dal fatto che queste possono giocare a rischio zero, cioè non devono rispondere, realmente, alla struttura sociale (neanche alle modalità sanzionatorie eventualmente presenti: del resto, una volta che sei consapevole di accettare ogni conseguenza, che cosa ti importa di quello che può succedere?); invece i finti adulti, se sono così sprovveduti da iniziare il gioco, devono rispondere eccome!, e ad un complesso di cose reali, come una casa, un lavoro, un marito o una moglie, dei figli; insomma, sono soggetti, ed è naturale, a tutta una serie di vincoli da rispettare mica per altro: per sopravvivere e tutelare chi adulto non è. Ne consegue che un messaggio estremamente pericoloso deriva dall’esporre, dal mettere in risalto nel film, questa “sproporzione nel potere di gioco”. L’insegnante di italiano rivela tutta la sua imbecillità nel momento in cui crede di poter giocare (con intenzioni ammirevoli, ben inteso) al gioco da ragazze, lui essendo però (almeno di principio) un adulto. Nel film gli adulti sono bambini, neppure adolescenti, perché non sono in grado di intuire che non possono né devono rispondere sullo stesso piano di gioco degli adolescenti, pena la perdita, a parte del gioco nei vari modi intrapreso, ma di ogni potere di indirizzo o di consiglio o anche solo di convivenza o… fate voi. Con questo non intendo suscitare allarme: è irrealistico. Quel che è realistico è che alcuni giovani spesso riescono con efficacia a cogliere questo sbilanciamento nella relazione con l’adulto e non è escluso che possano trovare conferme anche attraverso un film. Non perché non sono in grado di capire il film, ma proprio in virtù del fatto che lo riescono a capire benissimo!    

Tanto più che il film, sotto questo punto di vista, è realizzato bene. Esso, infatti, identifica alcune attività all’ordine del giorno di alcuni adolescenti (nello specifico quelli che assolutamente non hanno bisogno di lavorare per sopravvivere) e prova a trasformarle attraverso l’interpretazione che delle stesse danno le protagoniste. Tra le attività in oggetto, prendo a caso e non esaustivamente, il regista mette: presentare e ‘curare’ il corpo; vivere a scuola; vivere in casa; usare gli strumenti tecnologici a disposizione organizzandone le modalità di uso; mangiare; bere (non solo acqua, intendo), imparare il sesso; imparare a trarre piacere; sedurre; stimolare gli altri all’azione e alla trasgressione; strumentalizzare per far valere le proprie idee; e via dicendo. Prendiamo, per esempio, una delle attività preferite da Elena (almeno, quando ella non fa di peggio), e cioè il sedurre.
“Se-durre”, letteralmente, significa “condurre a sé”, render-si l’oggetto di desiderio dell’altro. Mica è semplice, tant’è che non a caso si dice che la seduzione è un’arte, da apprendere esercitandosi. E per gli scopi più disparati, dall’amore alla guerra, tanto per capirci. Qui la seduzione ha però uno scopo che è devastante e cioè, come accennato sopra, l’assenza di uno scopo. La protagonista seduce per sedurre. Punto. Per soddisfare il piacere che deriva dalla supremazia sull’altro, piacere altissimo, purissimo, violentissimo, perché privo di senso. Sedurre per sedurre ha un vantaggio: disgreghi anche le seduzioni altrui. Diventi così ‘potente’ da pro-vocare il tradimento, che è tanto più intrigante se si tradiscono tutti, proprio tutti, anche il gruppo dei pari, le amiche intime, la famiglia. Inoltre chi gestisce il tradimento gestisce il potere di relazione, dunque di nuovo ‘controlla’. Nella maggior parte dei casi poi, le persone si seducono per produrre un senso assieme, per costruire un discorso su ed attraverso loro stesse. Qui la seduzione è invece l’estetica del cinismo: neppure quest’ultimo, peraltro, esaltato come (dis-)valore. Fosse, come da definizione, un atteggiamento sprezzante nei confronti di ideali, valori morali e sociali, convenienze, o quant’altro, bé, diciamo che un senso ce lo avrebbe ancora, residuo sì, ma ce l’avrebbe. Qui la protagonista va “oltre”. In lei il cinismo è l’abbattimento radicale ed irreversibile del rapporto con l’essere umano, che diventa un rapporto de-umanizzato, in cui l’umanità non c’è perché ad essa, semplicemente e volontariamente, si rinuncia. Non a caso l’unico pseudo-affetto che appare è quello verso il proprio cagnolino… Nella figura della seduzione, Elena opera come chi invita il sedotto a schiantarsi con la massima lucidità (e velocità…) contro una lastra di cemento. In fondo, la scena dell’auto in corsa esemplifica anche questo. Opera come chi sceglie la deriva totale dell’altro quale climax dell’appagamento personale. Anche distruggere e disgregare sono azioni che perdono del tutto la sfera dell’imprevedibilità: la percezione soggettiva di Elena in maggior misura e delle ragazze che la circondano, è fino alla fine, letterale, del film, integrale disgregazione consapevole. Schizofrenia cosciente. Lacerazione smaniata. Auto ed etero-degradazione dell’organismo umano allo stato puro.
Ecco che nella vicenda raccontata, che è vero-simile, siamo al di là del regime del senso comune (e del buon senso) e questo inquieta, non foss’altro perché è (o può essere, fate voi) reale. Se ciò che accade attraverso i personaggi nel film è potenzialmente ciò che può realizzarsi attraverso le persone che vivono ogni giorno intorno a noi, bé, sicuramente, come dice il regista intervistato al Festival del Cinema, “queste cose per questo le abbiamo raccontate. Anche per disturbare, per far riflettere. Sono personaggi forti e paradossalmente coerenti: e forse è questo che ha dato fastidio alla commissione censura. La protagonista è maledetta fino in fondo, alla fine non si redime”. In effetti lo stile del film sta proprio nella irrimediabilità della situazione. Insomma: la realtà è questa. Vi piace? No? Bene, allora… la realtà è sempre questa. Molto bello per ragionarci su, un tantino pericoloso se non ci si ragiona. Ma anche a questa possibilità il regista offre la sua (a mio dire dribblante e finanche ‘lievemente strafottente’) risposta laddove, in una intervista apparsa su La repubblica (25 ottobre 2008, articolo di Claudia Morgoglione), cito paro paro, […] parlando del tipo di pubblico cui la pellicola si rivolge, il regista dice: “Credo che possa essere un film adatto anche agli adolescenti, i quattordici-quindicenni di oggi sono perfettamente in grado di giudicare. Non credo che queste ragazze possano essere dei modelli. Se non si capisce questo, si sottovalutano i giovani”. Un concetto che il terzetto di protagoniste ribadisce con forza: “Il bullismo esiste, mica se l'è inventato questo film...”. Stessa cosa, con parole simili, il regista ha ribadito all’anteprima di Torino cui ho assistito. E che dire: per carità, parole sacrosante! I giovani giudicano eccome (con il proprio metro di giudizio, per la definizione del quale concorrono età, famiglia e origine, gruppo dei pari, genere, geografia sociale, e tanto altro) ed il bullismo sicuramente esiste da tempo: c’è però da chiedersi se la proposta, non tanto o-scena, quanto proprio messa-in-scena, di queste specifiche e selezionate tipologie di giudizio e di queste specifiche e selezionate dimostrazioni di bullismo, non sia il pre-testo per raccontare (dissimulando) qualcos’altro, che so, la propria sentita competenza di osservatore attento eppur un poco spregiudicato, il tutto tramite l’esposizione, questa sì oscena e pornografica, di ciò che si percepisce ormai accettato dal comune sentire e che, quindi, sta al limite dell’esposizione in un film… senza esporsi troppo! Insomma, ti lascio sul tavolo il bicchiere, sia che per te sia mezzo pieno, sia che sia mezzo vuoto. Per me è indifferente come lo guardi. Come a dire che la vita va così: e che, se è vero che “mal comune –della società-, mezzo gaudio –sempre della società-”, bé, che almeno sia ben “pieno il botteghino”.
(Certo, a voler essere un poco maliziosi. Ma a pensar male ci si azzecca. Qualche volta).


DUE - “Vietato sì, vietato no”

All’inizio ho fatto un rimando qui al lettore che non si è già annoiato prima. Giusto per qualche osservazione, davvero personale.
Intanto, il gioco del “vietato sì, vietato no” ai 18enni è senz’altro servito al distributore del film.
La pubblicità si fa anche così.
Tuttavia, il discorso del divieto ai minorenni, che non è bello chiamare censura perché, nelle intenzioni del nostro ordinamento giuridico, dovrebbe avere una funzione di tutela del minore, è un discorso che esula dal lato meramente economico cui è stato collegato. Credo infatti che questo film debba essere valutato con scrupolo perché i contenuti di violenza psico-logica sono intensi e coordinati bene, nonché ben interpretati dal cast, dunque suscettibili, nella loro coerenza, di essere capiti bene. E, se capiti bene, un adolescente può anche usarli come strumenti, un po’ come vengono usati nel film (in realtà chiunque può farne uso, ma in teoria l’adolescente presenta un maggiore grado di immedesimazione); così come è altrettanto vero che un adolescente può capirli bene e, proprio per questo, distaccarsene. Possono poi non essere capiti bene, e allora ingenerare confusione e inquietudine, senso di inadeguatezza o altro ancora, con le conseguenze soggettive di ognuno. Per quanto detto qui e sopra, io avrei mantenuto la tutela verso i minorenni, cioè l’etichetta “vietato ai minori di 18 anni”.
A fine ottobre u.s., però, il film non lo avevo ancora visto. Ho iniziato a seguire il discorso su questo film con maggiore attenzione per esattezza dal 22 ottobre e, nei giorni 24-28 ottobre, notavo come esso avesse ottenuto spazi un po’ ovunque: reti televisive, quotidiani nazionali e locali, topic in molte discussioni in rete. Insomma, aveva scatenato molte polemiche il fatidico “lo hanno vietato ai minorenni”. Ragionavo in quei giorni: il film ora diviene più interessante da vedere, se non altro perché si è nuovamente innescato un dialogo-fiction tra i media vecchi e nuovi (giornali cartacei, on line, tv, internet blog e siti di cinema vari, non restando fuori, ovviamente e, anzi, proprio non per caso!, i produttori...) e il medium 'cinema' che, tra i media nuovi e vecchi, è sempre stato la boa di riferimento per il sentire comune rispetto ai valori e al pudore (è principalmente con 'atti' del cinema che la società italiana ha negli anni esposto e ‘spostato’ il proprio livello di pudore e di sentire sociale; per es., nel caso dei costumi sessuali, dai baci cattolicamente 'tagliati' ricordati in "Nuovo cinema Paradiso", ai film pornografici in un certo senso ‘sdoganati’ in Italia intorno agli anni ‘60). E mi dicevo: qui, con il film "Un gioco da ragazze", si spara, di nuovo, un segnale marcato di spostamento, perché ora, sono i giovani-giovani adolescenti, gli ex-ragazzine/ragazzini a movimentare (tanto come attori, quanto come personaggi reali intervistati spesso e volentieri nella veste di “marcatori di valori sociali”), un evento/discorso di scaracollata deriva del loro ruolo, sulla scia dell'appagamento senza il tempo del desiderio; della violenza dell'azione che risucchia e risolve senza il peso della medi(t)azione che rallenta, annoia ed avvilisce; del sentimento usato/sfruttato come mezzo per competere, più che come via per comprendere; della velocità oltre soglia della furbizia contro la velocità sotto soglia dell'intelligenza. Discorso/evento pagato profumatamente dal dibattito autoreferenziale che si pubblicizza da sé su carta e tv e internet: dibattito che nasce utile per riflettere ma che, sin dall'inizio, è soprattutto intrinsecamente finalizzato a mostrare ed esporre 'la deriva' (qualunque essa sia, nel caso specifico quella degli (ex-)adolescenti) al fine di generare “scoop” e, qualora ne venga, un poco o un tanto di notorietà. Ecco perché, allora, le dichiarazioni di Matteo Rovere in TV, pur sempre rispettose ed orientate a confermare il valore osservativo/constatativo del suo lungometraggio, mi sembravano piuttosto le dichiarazioni del ‘furbetto del momento’ a caccia dello scoop. Queste dunque le impressioni prima di vedere il film.
Ora il film l’ho visto e ne ho narrato per qualche aspetto. In particolare mi rimane un flash sulla fine (oh! Chi ancora deve vederlo si fermi qui :-) ): lo sguardo diretto in camera, pacatamente arrogante, della protagonista, che sembra voglia estendere la propria irrefrenabile volontà di deriva anche al pubblico, rivendicando la propria vincita su tutto e, nel contempo, dichiarando la totale indifferenza, nel sistema di (dis)valori rappresentato, del vincere o del perdere il gioco. Forse per questo resto del parere di un divieto ai minorenni.

 
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