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Scritto da Denis Zordan   
mercoledì 03 giugno 2009

Vincere
Titolo originale: Vincere
Italia: 2009. Regia di: Marco Bellocchio Genere: Drammatico Durata: 128'
Interpreti: Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Corrado Invernizzi, Michela Cescon, Matteo Mussoni, Elena Presti, Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon
Sito web: www.it.movies.yahoo.com/speciali/vincere
Nelle sale dal: 20/05/2009
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Denis Zordan

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vincere_leggero.jpgStoria di Ida Dalser, la donna che amò appassionatamente un giovane e rampante Benito Mussolini, il quale prima la sposò (ma i documenti che avrebbero provato l’unione non furono mai rinvenuti), quindi riconobbe il figlio primogenito Benito Albino da lei generato, e infine ripudiò entrambi senza altre spiegazioni che non fossero la ragion di Stato.
La donna morì in manicomio, esattamente come il figlio avuto da Mussolini.

La qualità retorica del cinema di Marco Bellocchio è indiscutibile e ormai proverbiale. Nonostante l’apprezzamento della critica, Vincere non ha però ricevuto alcun premio al recente Festival di Cannes, dov’è stato in concorso.
Poco male, se poi sul film ci sarà l’attenzione che si appuntò su Buongiorno, notte dopo la nota (e poco elegante) scenata del regista a Venezia nel 2003. Ma questo, nonostante il tema vagamente pruriginoso, sembra improbabile.
In Vincere pare esserci solo la storia coraggiosa di una donna che si confronta con chi vuole essere La Storia – in un dialogo, il trentenne e impetuoso Mussolini delineato dal bravissimo Filippo Timi le rivela di voler salire oltre Napoleone, che in fondo era “solo un generale” – e non può permettersi di sottilizzare. Non ci viene mai data alcuna precisa spiegazione per il ripudio di Ida e del figlio da parte del Duce, anche se è comprensibile che negli anni successivi all’occupazione del potere Mussolini, interessato a concludere con la Chiesa Cattolica l’accordo dei Patti Lateranensi, abbia tenuto a sbarazzarsi dell’ingombrante fardello rappresentato da quella sua prima famiglia.
Alla macchina da presa di Bellocchio non rimane che concentrare l’attenzione su Ida, sulla “folle” Ida, sul suo amore disperato e rifiutato, e ancor di più sulla verità taciuta e negletta, oscurata dall’immagine ufficiale voluta dal regime fascista e dal Duce medesimo. Una volitiva Giovanna Mezzogiorno (che non teme il nudo, spesso integrale) incarna Ida con tutto l’impeto di cui una donna oltraggiata è capace: e la vicenda, come molti hanno rilevato, acquista così una patina da melodramma alla Matarazzo.

Al quale però sembra difficile appassionarsi: e se il talento di Bellocchio riesce comunque a regalare qualche sussulto d’autore, evitando il rischio-sceneggiato (la scena con Giovanna Mezzogiorno che si aggrappa alle inferriate del manicomio, o la perfetta riproduzione del discorso di Mussolini da parte del figlio), non c’è dubbio che rimanga poco “oltre” la lettera degli avvenimenti.
In Buongiorno, notte, il regista piacentino si liberava dalla cronaca degli eventi (pubblici e privati) riguardanti il rapimento Moro con un onirismo psicanalitico che non diventava mai stratagemma o convenzione narrativa, donando ambiguità e prospettiva al racconto; in Vincere, al contrario pare preoccupato di non muoversi dall’asse del confronto tra ragion di Stato e vita privata, divenendo più monocorde, lontano anche dal compiacimento del (discutibilissimo, per chi scrive) Il Regista di Matrimoni.
Il film storico è quindi dietro l’angolo, e il melodramma “freddo”, del genere che avrebbe girato un Fassbinder (Il Matrimonio di Maria Braun, Veronika Voss), non sembra essere particolarmente nelle corde di Bellocchio.

La questione è in definitiva questa: nella vicenda di Ida Dalser c’è tutto il senso di un mondo in cui il desiderio e la verità erano banditi in nome dell’artificio, della rappresentazione ad uso e consumo della propaganda, di un’ipocrisia di Stato che a tutt’oggi non ha smesso di allignare nella vita pubblica.
Ma se così è, a Vincere manca almeno in parte il senso dell’orrore di fronte alla ferocia del Potere: quando Ida viene interrogata dai medici e la macchina da presa si concentra su di lei, la controparte rimane debole e poco caratterizzata (benché la donna, con le sue dichiarazioni e il suo comportamento rimanga ferma sulle sue posizioni); e il clima oppressivo del ventennio fascista è evocato solo di riflesso.
Sono rilievi che non vogliono disconoscere a Vincere una notevole qualità di scrittura.
Ma il film non è comunque da annoverare tra i più belli del suo regista.

 
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