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Valutazione utente: / 5
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Scritto da Monica Prisco   
martedì 05 gennaio 2010

Welcome
Titolo originale: Welcome
Francia: 2009 Regia di: Philippe Lioret Genere: Drammatico Durata: 110'
Interpreti: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard, Selim Akgul, Firat Celik, Murat Subasi, Olivier Rabourdin
Sito web:
Nelle sale dal: 11/12/2009
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Monica Prisco
L'aggettivo ideale: Pungente

WelcomeAl di là delle possibili, soggettive valutazioni estetiche, è comunque un piacere imbattersi in un film, come questo “Welcome” di Philippe Lioret, realizzato da un produttore indipendente; la prima cosa che vediamo allo spegnersi delle luci è appunto la scritta che ci informa di ciò.
La pellicola ci catapulta poi nell’inferno degli extracomunitari che si ritrovano a ristagnare in quel di Calais, in attesa di riuscire a passare la Manica per raggiungere l’Inghilterra.
Il protagonista, il diciassettenne iracheno Balil, si presenta subito allo spettatore con la sua forte volitività: vuole, deve passare a tutti i costi quel braccio di mare per raggiungere la ragazza dei suoi sogni, Mina, che abita a Londra con la famiglia. Per arrivare in Francia ha dovuto sopportare un viaggio massacrante, catturato e torturato dai Turchi, appeso sotto a un treno in Romania e ora alla mercè dei trafficanti, che impongono a lui e ai suoi compagni di infilarsi un sacchetto di plastica in testa nel momento in cui la polizia sonda l’interno del camion in cui si nascondono, alla ricerca di respiri umani.

E Balil non ce la fa: si toglie il sacchetto, in preda ad una sorta di crisi d’ansia, facendosi così catturare. Seguono poi, per lui e compagni, una barbara marchiatura della mano con un numero progressivo e un sommario processo per direttissima, in cui il giudice, che deve lasciarlo andare perché proveniente da un paese in guerra, gli fa capire, senza mezzi termini che gli conviene tornare a casa, visto che in Francia gli si renderà la vita impossibile.
E la promessa è mantenuta! L’aria che si respira nella cittadina è quella di uno stato di polizia, dove non mancano soprusi vari e pestaggi gratuiti. Anche gli abitanti di Calais non sono certo solidali con questi disperati: al massimo si limitano all’indifferenza, un’indifferenza che si esplica però nel non riconoscergli alcun tipo di diritto, neanche, banalmente, quello di entrare in un supermercato per fare acquisti. Unica eccezione, uno sparuto gruppo di persone che offre pasti caldi al porto; tra di loro Marion, l’ex moglie dell’altro protagonista, l’inquieto istruttore di nuoto Simon che si ritroverà a dare lezioni a Balil, perso nel suo folle proposito di attraversare la Manica a nuoto. Anche Simon inizialmente è come i suoi concittadini: chiuso a riccio nel suo piccolo mondo, nel suo piccolo grande dolore privato, non riesce a vedere cosa sta succedendo e sembra voler aiutare il ragazzo e il suo amico solo per mostrasi migliore agli occhi di Marion, di cui è ancora molto innamorato.
Ma la frequentazione con Balil smuoverà la sua coscienza sopita: il loro rapporto inesorabilmente progredisce verso una relazione simil padre-figlio. La passione che spinge il ragazzo verso la sua Mina porta Simon a rivalutare il suo comportamento nei confronti di Marion e a rituffarsi nella sua vita, privata e sociale, con maggiore energia e convinzione, in un avvincente, e rapido susseguirsi di eventi. Infatti, il film ha un ritmo decisamente incalzante e lo spettatore non riesce a staccarsi, avvolto, coinvolto non solo nelle vicende dei protagonisti ma soprattutto nei loro sentimenti ed emozioni. Perché questo è un film politico, nel senso più ampio del termine, di quella politica che contempla come fatto sociale qualunque tipo di relazione, a cominciare anche, perché no, da un rapporto a due. Così i due piani individuale e pubblico si intersecano perfettamente, l’uno intimamente legato all’altro dal doppio filo che intreccia la vita, le esistenze dei protagonisti, di tutti noi.
Prendere coscienza di sé stessi è tutt’uno con la coscienza politica e sociale, di sé nel mondo.
Questo è il percorso di Simon, da uomo chiuso nel suo disastro sentimentale a persona che riprende in mano il proprio destino di soggetto nella realtà, in un contesto articolato, fatto di dolore si, ma anche di possibilità, di necessità, di azioni che vanno necessariamente esperite, al di là della convenienza del momento: ecco perché non si tira indietro e arriva a farsi additare dai vicini, perseguire dalla polizia, mentire su un furto subito e alla fine incastrare nella gabbia della libertà vigilata con obbligo di firma, che addirittura violerà alla fine del film per andare a parlare con Mina.

Welcome colpisce dritto al cuore, oltre che alla coscienza. Emoziona fino ad una non banale commozione con il suo avvicendarsi rapido e intenso degli avvenimenti e ancor prima delle situazioni, rese con sequenze asciutte ma ben selezionate e montate: le schiere di immigrati irrigiditi dal freddo pungente e dall’impossibilità di muoversi, costretti a vagare nei dintorni del porto, in una sorta di limbo in cui la società li ha confinati, impedendogli qualunque movimento che non sia il fallimentare ritorno alla disperazione domestica dei luoghi di provenienza; il sordo cinismo delle autorità; la cieca indifferenza dei francesi; l’egoismo e i dissapori tra gli stessi extra comunitari, ciascuno interessato esclusivamente al proprio “particolare”, senza alcun pensiero collettivo di rivolta o protesta.In tale quadro non sorprende che le immagini siano prevalentemente scure, girate in interni o in esterni notturni, o comunque poco luminosi: solo le scene sulla spiaggia e in piscina risplendono di una luce più forte; particolarmente belli certi scorci sulla ventosa costa
francese, in cui i personaggi si muovono quasi lateralmente rispetto allo scenario naturale costituito da un’immensa spiaggia chiara e da quel maledetto braccio di mare che mostra, beffardo, le bianche scogliere di Dover come se fossero irrealmente tanto vicine da poterci davvero arrivare a nuoto!
Completa il film un cast tecnico eccezionalmente nutrito e il commento musicale di Nicola Piovani, discreto ma puntuale nell’amplificare la ricchezza emotiva della vicenda.

 
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