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Scritto da Nicola Picchi   
mercoledì 16 giugno 2010

Wheat
Titolo originale: Mai tian
Cina: 2009  Regia di: He Ping Genere: Drammatico Durata: 108'
Interpreti: Fan Binbing, Huang Je, Du Jiayi, Wang Xueqi, Wang Zhiwen, Wang Ji, Li Ge
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Parallelo

Wheat“Wheat” è ambientato durante il periodo degli stati combattenti, prima dell’unificazione della Cina sotto la dinastia Qin. Durante la battaglia di Changping (260 AC), che fa da sfondo alla storia narrata, l’esercito di Qin sconfisse le armate del regno di Zhao massacrando quasi mezzo milione di persone.
Due soldati del regno di Qin, Xia e Zhe, decidono di disertare per tornare a casa in tempo per il raccolto del grano. La pena per i disertori è la morte e, inseguiti da una pattuglia Qin, i due si gettano in un fiume, finendo trasportati dalla corrente nei pressi della cittadina di Luyi, nel territorio di Zhao.
Tratti in salvo dalle donne di Luyi, rendendosi conto di essere in territorio nemico, si spacciano per due soldati di Zhao. Per salvare la pelle inventano un’inesistente vittoria sui Qin, ma non tutte le donne sono disposte a credergli, da Lady Li, la quale attende il ritorno del marito Ju Cong, alla sciamana del villaggio. Quando in città arriva un gruppo di banditi guidati da Lord Chong, Xia e Zhe dovranno decidere da che parte stare.

“Wheat” vede il ritorno alla regia di He Ping a sei anni dal poco riuscito “Warriors of Heaven and Earth”, e si tratta di un ritorno in grande stile. L’intuizione migliore è quella suggerire una dimensione sospesa, arcaica, al di fuori della storia.
Le cose accadono, ma sempre in un altro luogo, in un tempo parallelo, e di esse non giungono che fievoli echi.
Il villaggio di Luyi, abitato solo da donne perché gli uomini sono partiti per la guerra, è un mondo a parte, governato dal ciclo ineluttabile delle stagioni. Isolato anche geograficamente, circondato da vasti campi di grano e da una foresta che costituisce una sorta di barriera naturale, la sua vita segue ritmi dettati dalla natura, quelli della semina e della raccolta del grano, differenti da quelli impermanenti delle vicende umane. Questo elemento è sottolineato dalla decisione di scandire la narrazione in cinque fasi, che corrispondono ai cinque elementi della filosofia cinese, che ritroviamo anche nel “Libro dei mutamenti”: legno, fuoco, terra, metallo e acqua.

I due disertori, un guerriero d’elite e uno sprovveduto sempliciotto, ricorrono all’immaginazione per salvarsi la vita, millantando una vittoria mai avvenuta. Nell’assurdità della guerra civile, che He Ping confina in scarni flashback, la fantasia può essere più forte della realtà, rivelandosi un’arma più potente di qualsiasi carica di cavalleria.
La creatività, anche cialtronesca come quella di Xia e Zhe, è ciò che gli permette di sopravvivere e, se Luyi è al di fuori della storia, nulla impedisce loro di dare una versione alternativa degli avvenimenti. Le donne scelgono di prestare fede alla loro versione dei fatti, un po’ per ingenuità, un po’ perché è quello che vogliono sentirsi raccontare, almeno finchè la realtà non passerà a riscuotere i crediti rimasti insoluti. Anche quest’ultima parte, con il ritorno dei prigionieri di Zhao liberati dai Qin, accade altrove.
Il regista la mantiene ai margini dell’inquadratura, impedendogli, per così dire, di prenderne possesso e negandogli qualsiasi legittimazione.
Nel tempo astorico di “Wheat” noi la osserviamo trasversalmente, consapevoli della sua scarsa importanza rispetto all’immutabilità della natura.

Le masse di donne vestite di bianco sono un evidente riferimento al coro della tragedia greca; tra di loro rimbalzano voci e pettegolezzi, mentre si muovono con medesima la fluidità delle spighe di grano mosse dal vento.
Schiacciate nei campi lunghi mentre raccolgono il frumento o nelle frequenti inquadrature in plongée, sono le vere protagoniste della vicenda, mentre Xia e Zhe sono poco più che effimere comparse.
Ai disertori sono riservati alcuni siparietti comici e un momento in stile western, quando i banditi fanno il loro ingresso nella cittadina, che ha il sapore dell’autocitazione (Swordsman in Double Flag Town), ma sono le figure femminili che definiscono il ritmo del film, vivendo nel tempo sospeso per eccellenza, quello dell’attesa.
He Ping usa magistralmente la macchina da presa, componendo immagini liriche e sensuali con pochissimi movimenti di macchina.

L’impianto è spesso marcatamente teatrale e stilizzato, camera fissa e via, ma il risultato, grazie alla sontuosa fotografia di Zhao Xiaoshi e alla melanconica colonna sonora di Liu Xing, trascende qualsiasi estetismo calligrafico.
Belle nella loro scabra semplicità le scenografie di Huo Tinxiao, collaboratore storico di Zhang Yimou, e in parte tutti gli attori, con un occhio di riguardo per l’ottima Fan Binbing (The Message, Sophie’s Revenge) nel ruolo della tormentata Lady Li. “Wheat” è uno dei migliori film di un’annata già molto positiva per la cinematografia cinese, anche perché, al contrario di tanti altri, non aspira ad essere un blockbuster a tutti i costi.

 
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