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Hannah Arendt PDF Stampa E-mail
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Scritto da Daria Castelfranchi   
mercoledì 22 gennaio 2014

Titolo: Hannah Arendt
Titolo originale: Hannah Arendt
Germania, Lussemburgo, Francia: 2012. Regia di: Margarethe von Trotta Genere: Drammatico Durata: 114'
Interpreti: Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen, Michael Degen, Megan Gay, Nicholas Woodeson
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 27/01/2014
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Daria Castelfranchi
L'aggettivo ideale: Impegnativo
Scarica il Pressbook del film
Hannah Arendt su Facebook

hannaharendt_leggero.pngIn occasione della Giornata della Memoria, uscirà al cinema come evento unico il nuovo film di Margarethe Von Trotta, Hannah Arendt. Nei cinema di tutta Italia il 27 ed il 28 Gennaio.
L’elenco delle sale sul sito www.nexodigital.it
Il nuovo lavoro della regista tedesca è impegnativo, potente, doloroso. Non è un film per tutti, questo va detto, senza alcuna presunzione ma semplicemente con la consapevolezza che i contenuti sono fruibili principalmente per chi vuole accostarsi alla filosofia, al pensiero tedesco della seconda metà del Novecento e alla Shoah, affrontata in maniera del tutto nuova e originale.

Fuggiti dalla Germania nazista, Hannah e suo marito trovano rifugio negli Stati Uniti.
Qui Hannah diventa tutor universitario e collabora con alcune testate giornalistiche tra cui il prestigioso The New Yorker, per il quale segue il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichman. Recatasi in Israele, Hannah ascolta per giorni le parole dell’uomo che ha provocato la morte di sei milioni di ebrei e prende spunto per scrivere il suo nuovo libro, La banalità del male, che susciterà molte controversie.

Il film andrebbe visto anche solo per l’interpretazione di Barbara Sukowa, quasi una Meryl Streep tedesca. Un’attrice nata con Rainer Werner Fassbinder, da sempre incline ad interpretare ruoli complessi ed impegnativi. Una donna che ha saputo calarsi perfettamente nel personaggio di Hannah, rivelandone la vitalità, la tenacia e sì, anche la presunzione e l’arroganza che la condannarono al momento dell’uscita del suo articolo sul processo ad Eichman.
Hannah ama suo marito, è stata l’amante del filosofo tedesco Martin Heidegger, è legatissima al suo amico Kurt e a Mary. Hannah vuole capire. Va oltre l’apparenza. Studiando attentamente le parole del nazista, vede in lui un essere umano che ha rinunciato alla sua peculiarità, ovvero il pensare.

Eichman non ha coscienza, non ha morale, non ha idee. Non è più un essere umano. E’ una persona che ha messo l’obbedienza ad un capo – Hitler – al di sopra del suo essere pensante. E’ un nessuno, un mero burocrate. Ed il male peggiore è commesso proprio da questi “nessuno”. Quello di Margarethe Von Trotta è un film da seguire con attenzione: la filosofia, rimasta sui banchi del liceo, torna in maniera prorompente ma non astrusa né tanto meno noiosa.
Ci avviciniamo al pensiero tedesco del secolo scorso pur non condividendone ogni aspetto. Ed il bello del film e del personaggio che la regista ha voluto rappresentare sta proprio in questo.

Possiamo essere o non essere d’accordo con Hannah, possiamo accusarla come fecero i lettori del New Yorker, possiamo biasimarla per aver fatto di un processo ad un nazista un trattato di filosofia o possiamo provare a capirla, capire che forse quello che ha scritto corrisponde a verità. Chi non ha vissuto in prima persona gli orrori del Nazismo non potrà certo sbilanciarsi ma una cosa è certa: con questo film, Margarethe Von Trotta ha rappresentato la Shoah in maniera differente, rivelandone alcuni fattori storici e filosofici finora inesplorati.
Il crimine contro l’umanità, come la stessa Arendt lo definì, è stato esaminato sotto nuovi aspetti. Non l’orrore in sé ma ciò che ha rappresentato. Regia attenta e curata, ritmo fluido, fotografia che sfrutta il chiaro scuro per cogliere l’intimità dei personaggi: dal punto di vista prettamente tecnico, Hannah Arendt è girato senza fronzoli e si concentra sui protagonisti, senza perdersi in virtuosismi o scelte stilistiche che avrebbero sovrastato la narrazione e la stessa Hannah.

L’unico vezzo sono certe inquadrature perfettamente simmetriche che sembrano simboleggiare la vita della protagonista: pragmatica, attenta e passionale al tempo stesso. A luci spente, sul divano, la donna fuma e si perde tra i suoi pensieri.
Noi la osserviamo e non possiamo fare a meno di pensare alla sua caparbietà, alla sua genialità, alla sua arroganza e alla sua vulnerabilità. Un personaggio unico, nel bene e nel male.

 
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