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I miserabili PDF Stampa E-mail
Scritto da Ciro Andreotti   
lunedì 01 giugno 2020

I miserabili (Les Misérables) Francia, 2019 Regia di: Ladj Ly Genere: Drammatico Durata: 119' Cast: Damien Bonnard, Alexis Manenti, Djibril Zonga, Issa Perica, Al-Hassan Ly, Steve Teintcheu, Almamy Kanouté, Jeanne Balibar, Jaihson Lopez, Luciano Lopez, Raymond Lopez, Nizar Ben Fatma.
Nelle sale dal:
19/05/2019
Recensione di: Ciro Andreotti Voto: 7
L'aggettivo ideale: Intenso...

L’agente Stéphane Ruiz, appena arrivato nella Brigata anti-criminalità di Montfermeil, viene affiancato a Chris e Gwada, agenti esperti che pattuglianoi-miserabili.jpg da molti anni le strade del quartiere. Da subito Ruiz s’accorge che le tensioni fra le varie minoranze e la polizia potrebbero facilmente sfociare in violenza.

A oltre vent’anni da L’odio il cinema d’oltralpe fornisce una nuova perla che attraversa le banlieue della metropoli fermandosi per in un piccolo sobborgo di una capitale in festa per i mondiali appena vinti, unica fonte d’unione per una nazione divisa in quartieri borghesi e dormitorio, e luogo letterario narrato da Victor Hugo nel suo romanzo più celebre.

Lo sceneggiatore Ladj Ly, nato e cresciuto da genitori originari del Mali, proprio a Montfermeil e che quindi ben conosce le tensioni presenti nel territorio, trae spunto da un suo cortometraggio del 2017 per narrare eventi normali per chi vive la periferia di Parigi, ma riuscendo comunque a mantenere sempre molto alte la tensione e l’attenzione di chi osserva pur stereotipando personaggi che vanno dal poliziotto sbruffone a quello di colore in cerca del dialogo con le bande del luogo, dall’ultimo arrivato, inevitabilmente vittima dei colleghi più esperti, fino agli abitanti del quartiere che cercano di accettare la coesistenza con altre minoranze e con una polizia sgradita e sempre troppo dedita a soprusi necessari per il mantenimento dell’ordine.

Rispetto all’opera di Kassovitz il primo lungometraggio di Ly si differenzia sia per presentare tutti i punti di vista presenti e perché risulta una via di mezzo fra un mockumentary e il cinema noerealista in cui non si riesce a trovare un protagonista univoco, anche se l’ottimo Damien Bonnard si staglia fra colleghi avvezzi alla violenza e autoctoni poco disponibili, in cui gli eventi degenerano in scontri di piazza causati da una normale routine e dove, a visione ultimata, si fanno sempre più vere le parole tratte dal romanzo di Hugo: “non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi.
Ci sono solo cattivi coltivatori”.

 
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