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Valutazione utente: / 8
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Scritto da Francesca Caruso   
lunedì 20 ottobre 2014

Titolo: Kundun
Titolo originale: Kundun
USA: 1997. Regia di: Martin Scorsese Genere: Drammatico Durata: 133'
Interpreti: Tenzin Thuthob Tsarong, Sonam Phuntsok, Tenzin Lodoe
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 1998
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Visivo
Scarica il Pressbook del film
Kundun su Facebook

kundun_leggero.pngNel 1997 con “Kundun” e nel 1999 con “Al di là della vita” Martin Scorsese realizza due film che non trovano il favore del pubblico, ma che gli permettono ancora una volta di destreggiarsi con genere diversi, dimostrandosi una regista in continuo movimento e curioso del mondo. “Kundun” è stato apprezzato dalla critica ed oggi è riedito in Dvd e Blu-ray Pulp Video, distribuito dalla Cecchi Gori Home Video.

Vi si racconta la storia della scoperta e crescita dell’attuale quattordicesimo Dalai Lama del Tibet, Tenzin Gyatso. Lahmo è un bambino di due anni, che vive in seno ad una famiglia contadina, in un piccolo villaggio al confine con la Cina.
Un giorno un lama travestitosi da servitore – in cerca della reincarnazione del tredicesimo Dalai Lama – viene accolto in casa sua. Questi rimane colpito dal fatto che il bambino dichiari che il rosario adornante il proprio collo sia suo.

Dopo questo primo indizio, il lama torna nuovamente in visita da Lahmo per capire se sia la persona che sta cercando. Capita spesso che i film biografici manchino di una tra le qualità più importanti: quella di soffermarsi a descrivere il protagonista nei suoi aspetti emotivi, non facendo percepire al pubblico i suoi stati d’animo, le sue lotte interiori – come accade in qualsiasi altro genere.
Così facendo si perde l’empatia, la riconoscibilità, l’identificazione del pubblico con il personaggio propulsore della storia, facendogli vedere una serie di riferimenti storici freddi ed elencativi. “Kundun” ha certamente tante qualità: i costumi e le scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, la fotografia di Roger Deakins, la descrizione dei rituali, i fatti che attraversano la vita del bambino, ragazzo e giovane uomo, trovatosi a dover affrontare una situazione incresciosa, delicata e pericolosa come l’annessione del Tibet alla Cina di Mao Tse-tung.
Scorsese non mette in scena la violenza dell’oppressione cinese, ma i discorsi che si sono fatti a riguardo. Risolve il conflitto tra le mura della dimora del Dalai Lama e quella (un paio di volte) di Mao Tse-tung. Il film è permeato magistralmente dai colori primari quali il rosso e il giallo.
La macchina da presa posa il suo sguardo su immagini che sembrano essere dipinte, tanta è la loro bellezza.

È la storia a peccare di fluidità e unicità dell’argomento. Si passa da una situazione all’altra saltando spiegazioni e lasciando lo spettatore con dei punti interrogativi ai quali non dovrebbe rispondere da solo. Il racconto è organizzato schematicamente per ciò che riguarda i risvolti storici, e i dialoghi – a volte – mettono in evidenza ciò che non sembra fondamentale per il suo sviluppo. Scorsese dà spazio egregiamente all’aspetto visivo.

Il risultato è un film meritevole di essere visto e apprezzato, nonostante le imperfezioni. È una pellicola da riscoprire e da avere, in particolar modo per chi ama il genere e il cinema di Martin Scorsese. “Kundun” (in tibetano la Presenza) permette di osservare un po’ più da vicino un universo con i suoi riti millenari a molti ancora sconosciuti e fa conoscere una figura che ha promosso il credo della non violenza, come Gandhi in India.

 
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