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Scritto da Marco Fiorillo   
martedì 31 gennaio 2012

L'arte di vincere
Titolo originale: Moneyball
USA: 2011. Regia di: Bennett Miller Genere: Drammatico Durata: 126'
Interpreti: Brad Pitt, Jonah Hill, Robin Wright, Philip Seymour Hoffman, Chris Pratt, Kerris Dorsey, Kathryn Morris, Stephen Bishop, Ari Zagaris, Sergio Garcia, Olivia Dudley, Erich Hover
Sito web ufficiale: www.moneyball-movie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 27/01/2012
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Marco Fiorillo
L'aggettivo ideale: Sontuoso
Scarica il Pressbook del film
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moneyball_leggero.png1979. Billy Beane (Brad Pitt), già stella del baseball scolastico e promettente talento del circuito professionistico, è chiamato a scegliere tra la carriera sportiva e il proseguimento degli studi all’Università di Stanford.
2001. Molte partite dopo, Billy Beane, ormai General Manager degli Oakland Athletics, si prepara ad affrontare una nuova stagione, dopo aver perso i tre giocatori migliori.
Con un budget da media classifica, decide di affidarsi a Peter Brand (Jonah Hill), giovane economista della Yale e teorico d’una nuova filosofia del baseball: costruire una squadra senza dar conto a nomi e cartellini ma valutando solo gli standard di rendimento dei giocatori. Dopo aver concesso metà della sua vita al baseball, Beane affronta l’ennesima sfida.

Dopo la riduzione su celluloide del suo “The Blind Side: Evolution of a Game” nella quasi omonima pellicola del 2009 “The Blind Side”, il saggista e giornalista statunitense Michael Lewis regala una nuova storia al Grande Schermo, il suo ultimo romanzo “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game”.
Trasformato in “Moneyball” (questo il titolo originale) dal regista Bennet Miller, quella che ci si para davanti ad una prima occhiata è la classica storia sportiva americana, in cui a vincere sono gli sfavoriti, quelli con tanto cuore e pochi soldi per intenderci. Niente di più sbagliato, dal momento che “Moneyball” è prima di tutto la parabola di un uomo, Billy Beane. Sarebbe meglio dire di tre uomini che hanno dedicato la propria vita al baseball: è la storia di un giovanotto che vede nascere e morire il proprio sogno di successo, che vede sfiorire col passare degli anni il proprio talento; è la storia di un General Manager cinico e spocchioso, convinto e deciso a vincere ciò che il campo non gli ha concesso; è la storia di un uomo che del baseball è ancora innamorato, quello che festeggia in una palestra vuota, che scappa dallo stadio perché convinto di non portar fortuna alla squadra, dell’uomo che riesce ancora a dire “Difficile non fare i sentimentali col baseball”.
È la storia di un uomo che, ancora prima della sport, ha fatto della vittoria l’unica ragione della propria vita.

Parlare di capolavoro sembra più che doveroso, considerate le sei nominations agli Oscar, ricevute proprio la scorsa settimana.
Protagonista e perno del girato Brad Pitt, ormai maturo e serioso, si lascia scrutare dalla cinepresa più interiormente di quanto non abbia mai fatto: gli sguardi, i gesti e qualche nuova ruga non fanno che esaltare un talento non più esclusivamente muscolare ma più vicino al cuore. Gli fa da spalla Jonah Hill in un’inedita veste seriosa: fa sfoggio di un’ottima interpretazione legandosi perfettamente al senatore che affianca. Meno spazio viene concesso, invece, a Philip Seymour Hoffman, “relegato” ad un ruolo marginale.

Al suo terzo lungometraggio Miller si affida agli ottimi sceneggiatori Steven Zaillian e Aaron Sorkin, espertissimi nella riduzione cinematografica di storie cartacee: vincitore dell’Oscar nel 1994 per “Schinder’s List”, il primo, fresco di statuetta con “The Social Network”, il secondo. A completare il ricchissimo entourage Wally Pfister,magistrale direttore della Fotografia, e Christopher Tellefsen, addetto al Montaggio.
Se le nominations a Miglior Attore, Miglior Attore non Protagonista, Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Montaggio e Miglior Missaggio Sonoro sottolineano lo spessore tecnico dei singoli, la candidature a Miglior Film ne consacra definitivamente la fattura eccellente.
Se le vicende sportive mirano spesso al dramma,  “Moneyball” emozione come poche.

 
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