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Valutazione utente: / 30
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Scritto da Dario Carta   
lunedì 30 gennaio 2012

L'arte di vincere
Titolo originale: Moneyball
USA: 2011. Regia di: Bennett Miller Genere: Drammatico Durata: 126'
Interpreti: Brad Pitt, Jonah Hill, Robin Wright, Philip Seymour Hoffman, Chris Pratt, Kerris Dorsey, Kathryn Morris, Stephen Bishop, Ari Zagaris, Sergio Garcia, Olivia Dudley, Erich Hover
Sito web ufficiale: www.moneyball-movie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 27/01/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Intelligente
Scarica il Pressbook del film
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moneyball_leggero.pngNon importa entrare in sala impreparati su un gioco pressochè sconosciuto in Italia.
Non è importante conoscerne le regole,perchè la magia,in "L'arte di vincere",è tutta del cinema. Nel 2002,dopo un disastroso inizio di stagione,la Oakland Athletics,squadra debole e perdente nella Major League Baseball,mise insieme 20 vittorie consecutive,conquistando la più lunga striscia vincente negli ultimi 25 anni di gioco e catapultandosi in vetta alla Al West,quasi in un appuntamento con il Destino e il sogno americano.

Quello che capitò è raccontato in "L'arte di vincere",un film intenso e profondo,dove lo sport alimenta aspirazioni,speranze e ideali,lasciando l'ultima parola all'uomo e ai suoi sogni.
Billy Beane (Brad Pitt),ex giocatore di baseball cui è mancato lo smalto per una carriera nella Lega,finisce col fare l'allenatore degli Oakland Athlethics ,squadra poco brillante,troppo propensa a perdere partite e con pochi soldi in cassa,al punto che l'allenatore si vede portar via senza potere farci niente tre dei migliori giocatori,passati a squadre più ricche.

Uomo solo,agitato e inquieto,tanto da non potere sopportare di presenziare alle partite della sua squadra e neppure di poterle guardare in televisione,Billy si trova costretto a rivederne l'organico,seguendo le regole di un'economia più contenuta. Il suo cammino incrocia quello di Peter Brand (Jonah Hill),neolaureato di Yale,dal quale Billy si lascia convincere su teorie numeriche e statistiche che possano fare luce nuova sul rapporto costo/benefici di nuovi eventuali giocatori.
Pete illustra a Billy come l'allenatore debba scegliere i giocatori in base ad un'analisi statistica che indirizzerebbe la scelta su giocatori poco quotati sul listino,ma di fatto matematicamente vivi in termini di punteggi.
Puntando sui consigli di Pete,Billy mette insieme una nuova squadra,dapprima ostacolato e inviso a tutto l'organico,con in testa il manager Art Howe (Philip Seymour Hoffman),ma al deludente esordio stagionale fa seguito la più lunga serie di vittorie in fila dopo molti anni di storia del baseball.

"L'arte di vincere",modellato sul libro di Michael Lewis "Moneyball:The Art of Winning an Unfair Game", non è il tradizionale film sullo sport,ma una storia che coglie gli uomini del baseball,il respiro di una Nazione radunata negli stadi e sulle pagine dei quotidiani,un diario di un'avventura fantastica che rapisce la fantasia americana e regala i frutti dei desideri di un popolo.
Il regista Bennett Miller,che ha già diretto Seymour Hoffman in "Capote",fissa lo sguardo sullo splendido dialogo fra i due protagonisti,Billy e Pete,nei quali incarna il rapporto e la sfida fra intuizione e statistica.
L'intera sceneggiatura stesa dalle quattro mani di Aaron Sorkin ("The Social Network") e Steven Zaillian ("Gangs of New York"),si spalanca sul colloquio fra esperienza ed astrazione empirica,collaudando una narrazione pulita e brillante,fitta di spunti eleganti e momenti cruciali con un obiettivo fisso sull'indagine sull'uomo.
Il linguaggio visivo è fresco,scattante e l'intera pellicola gira attorno alle splendide conversazioni fra due uomini che,come due poli opposti,configurano il magnetismo del lavoro,completando due visioni in un'unica prospettiva e un unico traguardo.

La performance di Jonah Hill è affascinante. Hill si muove immobile davanti alla telecamera con totale padronanza del suo ruolo,con una mimica raccolta ed essenziale e un'economia di movimenti di sorprendente credibilità.
L'attenzione gravita attorno al suo personaggio fin da quando Pete incontra Billy,descrivendogli una natura del gioco che l'allenatore ignora,parlandogli del rumore contagioso che riempie il baseball,portando la gente che lo guida a giudicare male i giocatori e a dirigere male le squadre,seguendo la linea di comprare i giocatori anzichè le vittorie e chi le procura,cioè chi fa davvero i punti.
E' seducente sentire parlare Pete di quanto sia rozza la filosofia del baseball e di come i numeri possano condurre alla scelta del giocatore,leggendo statistiche e ragionando sul meccanismo che porta alla soluzione.
Il conflitto fra competenza esperita e calcolo aritmetico si allarga alla sfera delle amicizie e all'organico della squadra e Miller dilata il senso di scontro nell'episodio che vede Billy confrontarsi con Grady,in un faccia a faccia fra la conoscenza di uno scout di 29 anni di lavoro sul campo e le teorie di un neolaureato,un Google Boy.
All'alterato scout che gli fa notare quanto sia sbagliato prescindre da 150 anni di storia di gioco e insegnamenti,Billy risponde con l'eterno assioma "adattati o muori".

Il film gira qui e questo è il cardine della storia. La squadra fatta al computer e nata dai numeri è il dono della fiducia caparbia nel cambiamento e nei propri ideali,la speranza fertile di impegno e ricerca dell'alternativa,contro ogni previsione contraria. "L'arte di vincere" è un film intelligente e profondo che spicca il volo dalle basi di un campo di gioco,per finire nell'uomo e parlare di lui,dei suoi sogni,delle sue speranze,delle fatiche di un mondo fotografato forse alla luce malinconica della disillusione per un gioco cui viene portata via la dimensione irreale,per trasformarlo in un giro d'affari. Nelle sale gli spettatori potranno continuare a vederlo come solo un gioco.

 
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