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Scritto da Domenico Astuti   
martedì 03 novembre 2015

Titolo: Mustang
Titolo originale: Mustang
Francia 2015 Regia di: Deniz Gamze Ergüven Genere: Drammatico Durata: 94'
Interpreti: Günes Sensoy, Doga Zeynep Doguslu, Elit Iscan, Tugba Sunguroglu, Ilayda Akdogan, Nihal G. Koldas, Ayberk Pekcan, Bahar Kerimoglu, Burak Yigit, Erol Afsin, Suzanne Marrot, Serife Kara, Aynur Komecoglu, Serpil Reis, Rukiye Sariahmet, Kadir Celebi, Müzeyyen Celebi
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 29/10/2015
Voto: 5
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Banale
Scarica il Pressbook del film
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mustang_leggero.pngMustang, come sappiamo un po’ tutti, è una razza di cavalli che vive spesso in libertà nel Nord America e il cui significato è non domato. Sceglie questo titolo la debuttante regista turca Deniz Gamze Ergüven per raccontarci di 5 sorelle ( non quattro come in Piccole Donne, non sei come Nella Gatta Cenerentola ma cinque come nel racconto di Bukowski di Ordinaria follia ) giovanissime che vivono nel Nord della Turchia, in un paesino sul mar Nero. Un film che ha partecipato alla Quinzaine des Réalisateurs del festival di Cannes e che ha vinto il premio Label Europa Cinemas, e immaginiamo farà il giro dei Festival nel mondo. La trentenne regista turca vive stabilmente dal 1980 in Francia e quindi la giuria francese ha deciso di candidarla ai prossimi Oscar.

Naturalmente la critica italiana ha ripreso stancamente il solito blablablà, i commenti sono stati del tipo “ Un inno alla libertà “, “ Un’opera prima dalla mano e dalla mente ispirate “, “ Un saggio in cui tutto è sfumato, con tocco lieve ‘problematizzato’, mai definitivo e professorale nella visione “, e ci fermiamo qui. Sarebbe anche da queste affermazioni, e da altre scritte per altri film, che potremmo giudicare lo stato in cui si trovano gli intellettuali ( come sono i giornalisti di Cinema ) del nostro Paese alla deriva.

Mustang è poco più di un’operina di stampo televisivo, superficiale e carina, diretta con la presunzione borghese di chi tratta luoghi comuni e viene presa sul serio solo per il cognome etnico che porta. In cui non c’è un vero interesse antropologico-culturale verso un popolo con le sue bellezze e le sue contraddizioni, in cui tutto viene dato per dato e si segue lo spunto di fondo e ci si costruisce una storia in cui ci si adagia anche sulle gambe delle belle ragazze da marito e non si ha il coraggio di mostrare se non con troppo pudore l’oscenità delle molestie sessuali in famiglia.
Il dubbio iniziale è, come sia possibile che solo queste cinque sorelle che vivono in un paesino sperduto della Turchia abbiano la voglia ( oltre che il portamento, la sfrontatezza e l’eleganza metropolitana alla francese ) di ribellarsi ad assurde ( per noi ) tradizioni, mentre tutto il resto del paesino, le ragazze, le donne ed anche le nonne restino nel solco della tradizione.
E in fondo la ribellione può consistere solo nel fatto che si vogliano frequentare dei ragazzi e semmai farci sesso ? Va bene che siamo in un’altra epoca, ma questa ragazza dovrebbe vedere meno televisione e foto di David Hamilton e riguardarsi il Cinema di Germi, e se non vuole, almeno dei film come Il giardino delle vergini suicide della Coppola, tanto per citarne uno.

Ci troviamo in un polveroso e solitario villaggio del nord della Turchia che si affaccia sul Mar Nero. E’ l’ultimo giorno di scuola e le ragazze in divisa scolastica vanno con dei loro compagni di studio al mare, si tuffano assieme a loro, si mettono a cavalcioni sulle loro spalle in acqua e tornano a casa bagnate e felici. Cinque sorelle, che avranno tra i diciotto e i dieci anni, orfane dei genitori, vivono con la nonna e uno zio cinquantenne non sposato in una villetta solitaria nella campagna.
L’unica un po’ triste per la fine della scuola – per aver dovuto salutare l’insegnante preferita che tornerà a Istanbul – è la più piccola, Lale ( il suo nome si traduce tulipano ), ma è anche in fondo la più determinata e cocciuta tra le cinque ragazze. La notizia della piccola trasgressione al mare giunge subito alle orecchie della nonna che le rinchiude in casa e le malmena una ad una, quando sopraggiunge lo zio la punizione diventa segregazione in casa per raddrizzare il carattere ribelle e strafottente delle cinque ragazze. Naturalmente da un lato le ragazze vogliono libertà e dall’altra il mondo degli adulti vuole riallinearle ai codici sociali che vigono in quello spicchio di terra.
E per un’intera estate c’è la battaglia tra questi due mondi che consiste nel fortificare la villetta con sbarre alle finestre e al cancello principale, e da parte della nonna di insegnare alle ragazze le buone maniere, a cucinare e a rassettare in casa.
Ma tutti i tentativi non vanno a buon fine, gli ormoni femminili delle più grandi non resistono e scappano per la notte per poter stare con i ragazzi amati o per sfregio hanno un rapporto veloce in auto in pieno giorno. E lo zio allora decide che, per il buon nome della famiglia, è meglio liberarsene facendole sposare.
La prima, forse la più ribelle, accetta di sposarsi ma con il ragazzo che ama, e quindi tutto va a buon fine; la seconda invece è costretta a sposarsi con un ragazzo che non ha mai visto e che deve partire per il servizio militare, quindi non dovrà fare altro che cambiare casa e aspettare che torni dopo un anno e mezzo dalla naia il marito. La terza invece non c’è la fa a sopportare la nuova condizione e senza alcun preavviso si toglie la vita.
La quarta, il giorno del matrimonio, sotto la spinta della sorella più piccola, si barrica in casa e poi scappano assieme; e finalmente le ultime due sorelle riusciranno nel sogno ( non certo cechoviano: A Mosca, a Mosca ) di giungere a Istanbul…

In Mustang ci viene raccontato un microcosmo di una piccola realtà sociale in cui cinque sorelle fanno fatica ad accettare i codici morali, familisti e sessuali che il mondo degli adulti vuole loro imporre. Niente di nuovo, nemmeno per certe realtà provinciali e marginali anche in Italia. Ma la regista non sceglie di fare un film all’iraniana, come ci hanno abituati alcuni grandi registi persiani o mediorientale e non ha nemmeno scelto il tono duro e secco di alcuni registi turchi, è partita da una storia abbastanza reale e con grandi possibilità e ne ha tratto un film a mezza strada tra la commedia e il dramma senza tuttavia scegliere e restando in mezzo al guado. Sembra quasi che la Erguven sia troppo lontana personalmente ed emotivamente da certi drammi del suo Paese d’origine ma li voglia raccontare con un occhio da signorina francese educata.

Trailer



 
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