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Qualcosa nell'aria PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
giovedì 17 gennaio 2013

Titolo: Qualcosa nell'aria
Titolo originale: Après mai
Francia: 2012. Regia di: Olivier Assayas Genere: Drammatico Durata: 122'
Interpreti: Clement Metayer, Lola Creton, Felix Armand, Carole Combes, India Menuez, Hugo Conzelmann, Martin Loizillon, Mathias Renou, Léa Rougeron, Victoria Ley, Dolores Chaplin, Nathanjohn
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 17/01/2013
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Cristallino
Scarica il Pressbook del film
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“Tra noi e l’inferno o tra noi e il cielo c’è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo” Pascal

qualcosanellaria_leggero.pngParigi, 1971. Dopo i violenti scontri di febbraio tra polizia e manifestanti, Gilles e i suoi compagni si mobilitano in sostegno degli attivisti arrestati, ma durante un raid notturno al liceo feriscono una guardia giurata.
Costretti alla fuga, Gilles, la sua ragazza Christine e il suo amico Alain partono per l’Italia, dove si uniscono a un collettivo che si propone di documentare le lotte operaie.

Personalissima “madeleine” che alterna il sapore acre dei lacrimogeni a quello agrodolce dei baci rubati, “Qualcosa nell’aria” si muove con mirabile leggerezza tra autobiografia e romanzo di formazione. Contraltare simmetrico alla miniserie “Carlos” (2010), in parte ambientata negli anni ’70 del terrorismo e della lotta armata, e speculare al bellissimo “L’Eau Froide” (1994), da cui riprende i nomi dei protagonisti Gilles e Christine nonché la lunga sequenza della festa notturna, quest’ultimo film di Olivier Assayas è impeccabile per limpidezza di sguardo, addirittura cristallino nel restituire il clima e lo spirito di un tempo infinitamente più vivace dell’attuale.

Il regista segue Gilles, il suo Antoine Doinel, con tutta l’obiettività data dalla maturità e dal distacco temporale, senza mai cedere a facili tentazioni nostalgiche o precipitare nel memorialismo retorico. Gli adolescenti di Assayas, meno impastati di estetismo e cinefilia da Cinémathèque dei “Dreamers” bertolucciani, meno solipsistici degli “Amants Règuliers” di Philippe Garrel, si dividono tra innamoramenti, interessi artistici e attivismo politico. Gilles, come si è detto alter ego del regista, è un artista la cui principale aspirazione è quella di dedicarsi al disegno e alla pittura.
Pur essendo contagiato dal clima di radicalismo politico di quegli anni, lo vive più che altro da testimone, sia pure assai partecipe. Abbandonato dalla sua ragazza Laure, la quale si trasferisce a Londra, Gilles intreccia una relazione con la più solida Christine, che segue durante il viaggio in Italia, ma in seguito la lascia per dedicarsi ai suoi studi. Lo status dell’artista lo relega nel ruolo dell’osservatore, non solo nei confronti dell’impegno politico ma anche in relazione alle due donne della sua vita, che lo eludono costantemente.
Come dichiara efficacemente Gilles: “Vivo nella mia immaginazione. Se la realtà bussa alla porta, io non apro”. L’arte, ci dice Assayas, è (come la morte) un affare solitario, e l’individualismo dell’artista lo pone in conflitto forzato con qualsiasi esigenza collettivistica. L’arte, soprattutto, non è mai dogmatica, e se c’è una cosa da rimproverare ai movimenti dell’ultrasinistra degli anni ‘70, maoisti, leninisti o trotzkisti che fossero, è proprio un eccesso di dogmatismo.

E allora ecco Gilles leggere il libro di Simon Leys che per primo denunciò in occidente gli eccessi della Rivoluzione Culturale, all’epoca quasi un peccato mortale, per poi farsi tacciare dai compagni di ingenuità, o sollevare quesiti inopportuni durante la proiezione fiorentina di un film che documenta le lotte contadine nel Laos.
Un cinema che si voglia rivoluzionario, non dovrà adottare una sintassi rivoluzionaria? La risposta non potrà che essere negativa, perché il cinema militante deve utilizzare un linguaggio comprensibile agli operai, e non certo perdersi in considerazioni di natura estetica, chiaro sintomo di individualismo (borghese).
Qui Assayas ci strizza l’occhio, eppure l’ironia non è mai distruttiva o demistificante. Nel frattempo Alain e la sua ragazza Leslie partono per il Nepal, il Tibet e l’Afghanistan, seguendo la grande attrazione per la spiritualità orientale che coinvolse migliaia di giovani.
E proprio il restituire sullo schermo l’idealismo, il fervore, l’energia di ragazzi destinati a bruciare in una vampata che scosse il mondo, prima di spegnersi nell’eroina o nella lotta armata, ci fa misurare la diversità con quelli attuali, che al massimo farebbero la rivoluzione per assicurarsi l’ultimo modello di IPhone.

La sequenza ipnagogica della festa in cui Gilles reincontra Laure, mentre i falò ardono nell’oscurità e il blues sghembo di Captain Beefheart strazia il cuore, è insieme l’apoteosi di tutta una generazione e il suo lamento funebre. Poi resta ancora spazio per il disincanto, per il viaggio a Londra durante il quale Gilles persegue la sua decisione di diventare un regista, per l’esilarante sequenza ai Pinewood Studios che coinvolge nazisti e dinosauri. Ma la fiamma si è consumata e a Gilles non resta che sprofondare in una sala cinematografica, l’unico luogo in cui l’immaginazione può davvero andare al potere.
Perché, per dirla con le parole del regista, lo schermo è “l’unico luogo dove il ricordo può rivivere, dove ciò che è perso può essere ritrovato, dove il mondo può essere salvato”.
Gli attori, impressionanti per mimetismo e aderenza, sono tutti esordienti tranne Lola Crèton (Christine), già vista in “Un amore di gioventù” di Mia Hansen-Løve, ed altrettanto impressionante è il certosino lavoro di ricostruzione svolto dallo scenografo François Renaud Labarthe e dal costumista Jurgen Doering.

Molto curati sono i riferimenti iconografici, dai nerissimi disegni al tratto di Edward Gorey ai fumetti di Robert Crumb, all’epoca icone della controcultura, fino alle opere di Alighiero Boetti o al “Joe Hill” di Widerberg, le cui immagini si intravedono fugacemente.
In “Qualcosa nell’aria” è impossibile rintracciare una singola nota dissonante, se non quelle, dolcissime, di una delle più belle colonne sonore degli ultimi anni, che mescola Soft Machine e Syd Barrett, l’ultimo dandy Kevin Ayers e i Tangerine Dream.
Si consiglia di attenersi strettamente alla versione originale, sempre distribuita dalle Officine Ubu, perché vedere “Qualcosa nell’aria” nella versione doppiata sarebbe, per restare in tema, come sparargli un lacrimogeno in piena faccia.

 
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