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Taxi Teheran PDF Stampa E-mail
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Scritto da Domenico Astuti   
giovedì 10 settembre 2015

Titolo: Taxi Teheran
Titolo originale: Taxi Teheran
Iran 2015 Regia di: Jafar Panahi Genere: Drammatico Durata: 82'
Interpreti: Jafar Panahi
Sito web ufficiale:
Sito web italiano: www.taxiteheran.it
Nelle sale dal: 27/08/2015
Voto: 6
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Zavattiniano
Scarica il Pressbook del film
Taxi Teheran su Facebook

taxi_2015_leggero.pngUna buona parte del Cinema di Panahi, di come viene giudicato e premiato nei vari Festival del Cinema, sta in quello che ha detto il Presidente della giuria del Festival di Berlino 2015, Darren Aronofsky: : “ … a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema.
Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico “.

Torniamo un attimo indietro, accenniamo a Panahi, al suo Cinema e alla sua lotta con il regime iraniano, forse qualcuno non la conosce ancora. Panahi dopo essersi laureato presso l'Università del cinema e della televisione di Teheran, ha lavorato in televisione ed è stato per anni assistente e collaboratore di Abbas Kiarostami ( Sotto gli ulivi , e con Kiarostami ha scritto Il palloncino Bianco, suo primo lungometraggio, e il suo miglior film Oro Rosso ), dopo il film Il Cerchio, realizza il suo film più importante Oro Rosso, una storia di una rapina girato in stile rosselliniano e neorealista.

E qui iniziano i suoi problemi con il regime, infatti il film non verrà mai proiettato in Iran. Stessa sorte subisce il suo successivo lungometraggio Offside, in bilico tra commedia e documentario, in cui si raccontano le vicende di un gruppo di ragazze che si travestono da uomini per cercare di assistere a una partita della nazionale di calcio a Teheran: un piccolo film, importante solo come valore di testimonianza. Ma il peggio per Panahi avviene successivamente, è arrestato mentre si trova al cimitero dove si era recato per una visita funebre il 2 marzo 2009 a causa della sua partecipazione alle manifestazioni e ai movimenti di protesta contro il regime. Grazie alle organizzazioni in difesa dei diritti umani e del mondo del cinema, viene rilasciato. Ma Il 20 dicembre 2010 viene condannato a 6 anni di reclusione e gli viene preclusa la possibilità di dirigere, scrivere e produrre film, viaggiare e rilasciare interviste sia all'estero che all'interno dell'Iran per 20 anni.
Non dopo aver dichiarato davanti al giudice “ Io non comprendo l'accusa di oscenità diretta ai classici della storia dei film, né capisco il crimine di cui sono accusato. Se queste accuse sono vere, voi non state mettendo sotto processo solo noi ma il cinema iraniano socialmente impegnato, umanistico e artistico, un cinema che prova a stare aldilà del bene e del male, un cinema che non giudica, né si arrende al potere o ai soldi ma prova a riflettere onestamente un'immagine realistica della società “. Questo lo rende un paladino delle lotte in Iran e un regista perseguitato ma anche un autore che ottiene premi ed è osannato ( come in questo caso, ottenendo l’Orso d’Oro all’ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino ) anche oltre il suo merito innegabile.

Taxì Teheran nasce da queste premesse e ottiene giudizi troppo positivi dalla critica internazionale. Viene giudicato “ una lettura profonda della società “, “ un ritratto della capitale iraniana ambientato in un taxi di Teheran “ oppure “ racconta la realtà che lo circonda in modo neorealista facendo uso della finzione In realtà “.
Il realtà Panahi e la censura iraniana sono un caso raro del cinema contemporaneo, condannato a non poter fare film, ne ha già diretti clandestinamente tre, ed è riuscito a farli arrivare ai festival internazionali e ottenere riconoscimenti prestigiosi e mandarli in giro per il mondo. Sarebbe questa una storia da raccontare, un film da fare.

In realtà Taxi Teheran, non ci sembra che voglia raccontare la realtà di questo Paese importante, multiforme, pieno di civiltà e contraddizioni, dove la sua capitale ha una popolazione di 13.500.000 di abitanti ed è in alcuni quartieri modernissima e in altri di un’arretratezza degna della peggiore Asia centrale; da alcune realtà sembra si possa trarre un film alla Inaritu o alla Wenders, in altri film tipici del Terzo Mondo arretrato e khomeinista. Risulta quasi palese che la piccola storia giri intorno a Panahi e alle sue difficoltà di realizzare film, e Panahi ( un signore che assomiglia a Prodi ma anche ad alcuni personaggi di Almodovar ) è il protagonista di questo film, si mette alla guida di un taxi e attraversa le strade della capitale dell’Iran in un qualsiasi giorno dell’anno. Ha messo una telecamerina in auto e riprende se stesso e i passeggeri che salgono anche per brevi tratti ( ma in realtà sono tutti degli attori ).
Sale un cliente che condannerebbe a morte i ladri di auto e c’è la signora che è in fondo contro le condanne a morte, c’è chi invece difende delle giovani donne ' colpevoli ' di essersi fatte trovare nei pressi di uno stadio ( il cui accesso è consentito solo agli uomini ), c’è un venditore di dvd che riconosce Panahi ed è convinto che stia girando un film, ci sono due anziane signore che portano i pesci rossi nella vasca di vetro e si lamentano per come guida l’autista, c’è la nipotina che deve girare un film ed ha appreso le logiche dell’ipocrisia e della censura dalla sua maestra, e poi c’è un amico che è stato picchiato e derubato da qualcuno che conosce ma che non ha denunciato per evitargli una condanna esemplare, fino ad un’avvocatessa dei diritti civili, amica sorridente del regista, che termina dicendo che bisogna pazientare e vedere come va a finire. Panahi ascolta tutti, sorride e sembra di buon umore mentre “ gira “ un altro film proibito, ma verrebbe voglia di chiedergli, ma da dove nasce tutto questo tuo buonumore ?
La scena finale, girata anche questa, dall’interno del taxi, vede Panahi e la sua nipotina scendere dall’auto per andare a cercare qualcosa e contemporaneamente due poliziotti in borghese su una moto rompono il vetro dell’auto alla ricerca di materiale “ girato ” da sequestrare o distruggere o di cui servirsi contro il regista.

Cosa aggiungere ? Panahi è un uomo coraggioso che ha deciso di continuare a vivere in Iran e a sfidare il divieto impostogli, realizza a suo rischio opere che sono destinate a rimanere una testimonianza di un cinema resistente e militante ma che a differenza di questo Cinema stesso non fa proclami né proponimenti ideologici ma mostra una quotidianità del vivere con bonomia e leggerezza. Non c’è la controprova, ma non sarebbe meglio vivere all’estero e poter realizzare film pieni e più complessi ?

Trailer



 
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