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The Handmaiden PDF Stampa E-mail
Scritto da Nicola Picchi   
venerdì 30 settembre 2016

Titolo: The Handmaiden
Titolo originale: Agassi
Corea 2016 Regia di: Park Chan-wook Genere: Drammatico Durata: 144'
Interpreti: Kim Min-hee, Kim Tae-ri, Ha Jung-woo, Cho Jin-woong, Kim Hae-sook, Moon So-ri
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Dicembre 2016
Voto: 7
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Irridente
Scarica il Pressbook del film
The Handmaiden su Facebook

handmaiden_leggero.pngPark Chan-wook stravolge il bolso "pastiche" vittoriano "Ladra" di Sarah Waters, una Charlotte Brontë in versione LGBT, trapiantandone l'ambientazione nella Corea colonizzata degli anni '30 e trasformandone il plot in una storia degna di un Edogawa Ranpo. Questo processo di appropriazione è reso esplicito anche da un punto di vista meramente scenografico: l'opulenta magione della facoltosa ereditiera Hideko ha difatti un corpo centrale che segue i dettami dell'architettura vittoriana, accerchiato da due ali laterali in stile nipponico, le quali sono pronte a serrarsi stritolando in una morsa ideale la vocazione ottocentesca e le dickensiane minuzie del romanzo originale.

Pur eliminando il colpo di scena conclusivo, viene rispettata la tripartizione dei punti di vista dei personaggi principali, Hideko, Sook-hee e il fasullo conte Fujiwara, ma l'approccio beffardo e irridente di Park Chan-wook fa implodere la struttura da "feuilleton" d'antan, al netto di agnizioni, travestimenti, fiale di laudano e sigarette esiziali, consegnandoci un provocatorio "divertissement" in sospetto di sontuosa vacuità.

In filigrana, però, traspare un'acuta riflessione sul ruolo dell'artista. Il cinema come dissimulazione, inganno, impostura, non solo degli attori del dramma ma soprattutto del regista-demiurgo, mago e illusionista, il quale si rivela, sulla falsariga del wellesiano "F is for Fake", il principe delle menzogne. Sook-hee, novella "Jane Eyre", si finge spaurita domestica, Hideko recita la parte della sprovveduta, Fujiwara è un truffatore e un falsario, Kouzuki vuole sposare la nipote per impossessarsi dell'eredità, pretendendo di essere giapponese per ragioni esclusivamente estetiche. Il regista, invece, manipola lo spettatore giocando con destrezza sull'alternanza dei punti di vista, alcuni più ingannevoli di altri. Tutti mentono, e in questa intricata ragnatela di falsità e depistaggi l'unico momento di verità è delegato all'eros. Ma anche quello può essere simulato, come nelle letture organizzate da Kouzuki, bibliofilo erotomane, per il suo selezionato pubblico, durante le quali Hideko recita con trasporto brani dal "Ching P'ing Mei" o spiluzzica emuli nipponici del Divin Marchese.

Evidenti i divertiti riferimenti all'"ero guro" degli anni '60, in particolare al cinema di Teruo Ishii, nel sottolineare il lato grottesco della messa in scena attingendo a un vasto repertorio di "paraphernalia", dal manichino di legno usato a fini sessuali alla parrucca palesemente posticcia di Kouzuki, fino ai congegni di tortura e all'enorme polipo ospitato nella cantina, che tira in ballo nientemeno che "Il sogno della moglie del pescatore" di Hokusai, i cui echi si riverberano a tutt'oggi in decine di "hentai", affollati di lascivi mostri tentacolati che sembrano in grado di assicurare una sublime "petite mort".

L'eros è a volte conturbante, come nella sequenza della limatura del dente, a volte ludicamente barocco, incastonato com'è nelle smaglianti scenografie di Ryu Seong-hee. L'accecante perfezione del décor tramuta la casa di Hideko in una casa di bambola, cui sia stata tolta la facciata per sbirciare all'interno con l'occhio partecipe del voyeur. Di qui le frequenti inquadrature di occhi che spiano, incorniciati dai pannelli scorrevoli, e i carrelli ipercinetici di Park Chan-wook, che la percorrono a passo di carica quasi stessero esplorando una "maquette", per poi arrestarsi dinanzi alle erotiche prodezze di Hideko e Sook-hee.

"The Handmaiden" ha già fatto aggrottare le sopracciglia alla critica più pensosa che lamenta una diffusa superficialità, forse perché si aspettava un ibrido innaturale tra "Il servo" di Losey e "Les Bonnes" di Genet, accusando il regista di manierismo. Si potrebbe dargli ragione, non fosse che l'estetica del film si nutre proprio di suddetta, ironica inconsistenza. E la leggerezza che ad essa si accompagna, si sa, è proprio ciò di cui ha bisogno un consumato prestigiatore per i suoi giochi d'illusionismo.

 
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