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The Rover PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 52
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Scritto da Dario Carta   
lunedì 24 novembre 2014

Titolo: The Rover
Titolo originale: The Rover
Australia, USA: 2014. Regia di: David Michôd Genere: Drammatico Durata: 103'
Interpreti: Robert Pattinson, Guy Pearce, Scoot McNairy, Nash Edgerton, Anthony Hayes, David Field, Susan Prior, Gillian Jones, Samuel F. Lee, Tawanda Manyimo, Scott Perry, T. Stinga, Jamie Fallon, Matt Connelly
Sito web ufficiale: www.therover-movie.com/#home
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 04/12/2014
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Western Post-Apocalittico
Scarica il Pressbook del film
The Rover su Facebook

the_rover_leggero.pngNel fitto vocabolario dei titoli del cinema post-apocalittico,quello della società regredita o del futuro distopico,”The Rover” del regista australiano David Michod spende qualche parola in più sull’argomento umano e chiede un migliore ascolto da una prospettiva che prende le distanze dagli effetti scenici dello spettacolo blockbuster.
Michod è quel regista che nel 2010 si era meritato il plauso della critica e del pubblico per il suo “Animal Kingdom”,un crime movie australiano che si sentì elogiare come il meglio della produzione cinematografica del Paese.

In “The Rover” Michod,anche autore della sceneggiatura, non si contraddice e senza dimenticare il suo passato di reporter d’inchiesta di Melbourne,compone un road-movie intenso e forte con l’occhio sempre fisso su e dentro l’uomo e un pennello d’autore sul muto e inerte palcoscenico dell’entroterra australiano.
Non viene spiegato nei dettagli cosa sia successo al mondo,ma l’epoca descritta è quella che segue di una decina d’anni un non precisato “collasso” che ha trasformato la Terra – o almeno una parte di questa – in un territorio desolato e frequentato da bande di razziatori e mercenari della sopravvivenza.

Fin qui Michod non accenna a novità e si rifà un po’ alla saga dei “Mad Max” di George Miller,ma nel contempo si allontana dai titoli di genere,da “Codice Genesi” al triste “Waterworld”,al traballante “Io sono leggenda”,per assumere un più sobrio tono introspettivo e interessarsi,più che agli effetti dei cataclismi planetari,alla calda psicologia di due uomini che si incontrano e fanno una parte di strada insieme.
A Eric (Guy Pearce),taciturno e introverso loner,interessa solo riprendersi la sua macchina (The Rover) che un trio di disperati in fuga dopo aver commesso un crimine gli aveva rubato.
Per cui,messosi al volante del furgone che i delinquenti avevano abbandonato,l’uomo parte all’ inseguimento nella desolazione del deserto australiano,su una strada che si allunga infinita fino all’orizzonte. Durante il viaggio,è in una fattoria semi abbandonata che Eric incontra Rey (Robert Pattinson),fratello di uno dei tre fuggitivi,ferito e lasciato per morto dalla gang.

Lento in parole e mente,dapprima Rey è riluttante a collaborare con Eric,ma dopo essere stato curato accetta di condurre l’uomo nel nascondiglio dei malviventi,dove entrambi potranno avere modo di affrontare le proprie situazioni.
Michod e la fotografa Natasha Braier riprendono il paesaggio infinito e desertico immerso nel muto nichilismo che avvolge il territorio dopo una sciagura e dove gli uomini che restano sono privati della propria dignità. Su questo sfondo il regista scontorna i tratti dei protagonisti traendone una fotografia che beneficia del senso del rilievo.
Appare ovunque il segnale stridulo del contrasto fra l’ambiente immutabile e la realtà malata che lo innerva,un’umanità violenta e deviata che ne abita gli innaturali silenzi. Michod ricorre a diversi linguaggi per esprimersi e mescola segnali visivi e sonori in formule inquiete di percezioni e indizi. Ne è un esempio la scena in apertura,quando Eric entra nel diner invaso dalle querule note di una melodia asiatica,simbolo ricorrente nella sintomatologia post-apocalittica del cinema di questa generazione.

Se si prescinde dalla composizione del lavoro e dall’architettura della regia che lo ha formato,il film trova tre solide fonti d’identità,come tre sono i punti per cui passa un piano. Da una parte c’è la geometria immobile della performance di Pearce scavata nello scenario muto e invariabile del territorio,tratti in cui si compendiano la chiusura di un futuro senza più nome e la durezza che ne deriva nell’uomo che lo abita.
A latere c’è il contraltare,la fragile umanità ferita e dolente di chi è debole e vittima e Pattinson,mettendo da parte la saga “Twilight”,è il turning point di questo drammatico viaggio attraverso le sabbie della sopravvivenza. Le suggestioni di una fotografia di merito e gli studi di luci e colori si completano nell’affascinante partitura di Antony Partos,evocativa e vibrante di accordi in sospensione e note intense,dove tonalità classiche e suoni sintetizzati si inseguono su un pentagramma dal fiato forte e potente che rimanda a volte alle voci ferite del Blues del Mississippi.

Pattinson fa lavorare occhi e voce in una malinconica sinergia che apre una performance che va subito al centro del palcoscenico. I sordi silenzi e i dolenti pensieri di Guy Pearce tessono una trama che non si cura di troppi dialoghi o superflue parole sbucciate a casaccio. E in epilogo,mentre il fuoco di una pira illumina solitudine e malinconia,la sepoltura di un cane sotto le pietre secche del deserto si offre in riscatto per una pietas forse perduta,forse ritrovata.

 
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