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Scritto da Dario Carta   
giovedì 29 agosto 2013

Titolo: Una fragile armonia
Titolo originale: A Late Quartet
USA: 2012. Regia di: Yaron Zilberman Genere: Drammatico Durata: 90'
Interpreti: Catherine Keener, Christopher Walken, Philip Seymour Hoffman, Mark Ivanir, Imogen Poots, Madhur Jaffrey, Liraz Charhi, Wallace Shawn, Megan McQuillan, Marty Krzywonos
Sito web ufficiale: www.alatequartet.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 12/09/2013
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Armonico
Scarica il Pressbook del film
Una fragile armonia su Facebook

unafragilearmonia_leggero.pngCinema caldo e quasi nobile come uno strumento musicale di valore che regala armonia,"A Late Quartet" diretto dall'isra-americano Yaron Zilberman su un suo script steso a quattro mani con Seth Grossman,abbraccia come una accogliente boisserie la storia di un nucleo di musicisti che conoscono la sofferenza della sensibilità artistica ma anche patiscono la fatica di essere uomini.
E' una storia di anime,di cuori,di mani che suonano,di note così leggere da sfidare l'aria come le farfalle di Beethoven,la brezza quieta e potente della Opera 131 in DO diesis minore,ma è anche profondamente una vicenda umana snocciolata come un rosario silenzioso tra le dita dell'arte più elevata,un empireo spietato che cattura chi se ne innamora per farlo suo per sempre.

Zilberman modella un cinema gentile come una composizione musicale,lo mette nelle formidabili mani di quattro cantori di pathos e racconta le complesse emozioni che avvinghiano fra loro i quattro artisti narrandone un frammento di storia professionale e sviscerandone debolezze,amori,passioni ed ego,fino al volo finale di rara raffinatezza.
"A Late Quartet" sfiora un brano della vita dei "The Fugue",un quartetto d'archi di Manhattan,in procinto di celebrare la loro 25a stagione insieme. Peter (Chistopher Walken) è il veterano del gruppo,un violoncellista intenso e pacato che ha riposto nelle proprie mani e nella musica il significato della sua esistenza. Robert (Philip Seymour Hoffman),secondo violino,vive male la sua posizione rispetto al violino solista Daniel (Mark Ivanir) e poco gli giova la vicinanza della moglie Juliet (Catherine Keener), viola del quartetto,profondamente legata professionalmente a Peter,suo mentore da sempre.
Quando quest'ultimo avverte i sintomi di una forma iniziale del morbo di Parkinson,il quartetto si stringe nella speranza e nella fiducia,ma l'egotismo di Robert e le conseguenze della relazione fra Daniel e Alexandra,figlia inquieta di Robert e Juliet,mettono a dura prova il legame del gruppo,l'unità dei due coniugi e la stessa vibrante passione per un'arte che accomuna i quattro protagonisti. Il regista permea il suo lavoro dello sguardo caldo della musica da camera:gli strumenti guizzano ovunque come preziosi monili,tesori per i sensi,araldi delle note classiche come regali di Muse,catturati in tiepide tonalità cromatiche e fotografati in luce pregiata e soffusa,con la delicatezza rispettosa dello studioso di cose antiche.

Gli esterni sembrano comporre il contrappunto in un gioco garbato di contrasti al tepore sopito degli ambienti racchiusi. Manhattan,rubata con grazia ai ai virtuosismi istrionici di Woody Allen,è più un silenzioso mondo teatrale,che il palcoscenico delle bizzarre nevrosi e delle frenesie della middle class d'assalto e si dispone,in squarci di parchi innevati,incroci deserti e quadri notturni,ad accogliere la quieta storia dove il regista convoglia le gocce magiche della genialità,la condizione umana e la sacralità artistica. Tutta la narrazione è scandita da un timing lento e metodico come il movimento che lo regge,come il respiro profondo e generoso di un cinema che non si presume e racconta senza gridare. "A Late Quartet" non celebra una tessera di vita di un quartetto d'archi,ma è piuttosto una schiusa sulle relazioni che agitano le debolezze,le speranze,gli amori,le passioni,i peccati e le fatiche che accomunano ogni uomo,qualsiasi sia il suo talento. Zilberman compone questo piccolo mosaico in una armonia lirica e fragile,coniugando estro,genio,miseria e ambizione in una danza naturale e gentile di emozioni offerte ai sensi e allo spirito. Christopher Walken offre una performance che giustifica ogni brivido.

La sua lezione in apertura agli allievi del suo corso è la lezione che regge tutto il film. Peter approccia l'argomento parlando dell'Opera 131,la preferita di Beethoven,che contiene sette movimenti anzichè i quattro canonici dell'epoca e che sono tutti connessi fra loro,senza offrire la possibilità di romperne la continuità fermandosi fra un movimento e l'altro. Può capitare,dice Peter,che lo strumento si scordi o che si sbagli nota. La sua domanda è la metafora discriminante della storia:ci si deve fermare,oppure si deve continuare fino alla fine,anche fuori tonalità,fino alla conclusione del pezzo?
Il Robert di Seymour Hoffman scopre il fianco alla debolezza,cedendo al fascino di un'ambizione che lo fiaccherà anche nella fedeltà alla moglie a beneficio di una lusinga a lungo cercata e mai raggiunta.

La sua mimica e le sue espressioni spiegano i prolungati primi piani di un volto inquieto e fortemente empatico. Mark Ivanir,con il viso masticato dalle esitazioni per le scelte fatte,patisce le lacerazioni che lo affliggono:l'amore per Alexandra e la passione per la sua arte,realtà che non ha mai avuto modo di poter conciliare fra loro.
Catherine Keener,moglie di Robert,non lo asseconda,mettendolo di fronte ad una verità scomoda e ne subirà il tradimento e la successiva crisi coniugale,ma qui il regista si ferma,per procedere verso l'epilogo. Il film si apre e si chiude con un concerto,sullo stesso palcoscenico,gli stessi colori e le medesime arie. Ma fra i due concerti è trascorsa una vita intera e forse nulla è più lo stesso,o forse tutto è come prima.
Perchè fra gli sguardi e i silenzi preziosi rotti solo dall'eleganza delle note eteree e leggere del nuovo quartetto,ognuno dei musicisti chiuderà il suo spartito e suonerà solo con l'anima.

 
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