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Alien: La clonazione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Biagio Giordano   
martedì 20 ottobre 2009

Alien: La clonazione
Titolo originale: Alien Resurrection
USA: 1997 Regia di: Jean-Pierre Jeunet Genere: Fantascienza Durata: 108'
Interpreti: Sigourney Weaver, Winona Ryder, Dominique Pinon, Ron Perlman, Gary Dourdan, Michael Wincott, Kim Flowers, Dan Hedaya, J. E. Freeman, Brad Dourif, Raymond Cruz, Leland Orser, Carolyn Campbell, Marlene Bush, David St. James
Sito web: 
Nelle sale dal: 1997
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Biagio Giordano
L'aggettivo ideale: Inquietante

alienlaclonazione_leggero.jpgAlien: la clonazione,  di Jean Pierre Jeunet esce dopo Alien 3, un film quest’ultimo molto dibattuto,  diretto da  David Fincher  ambientato nel 2525, la cui conclusione sembrava aver posto fine anche alla serie con l’inaspettato suicidio dell’eroina Ellen Ripley (Sigourney Weaver), che per eliminare definitivamente la prole aliena che teneva in grembo decideva di buttarsi in una fornace di piombo fuso.

Il giovane regista francese Jean Pierre Jeunet riapre un po’ temerariamente la serie-Alien, proponendo con questo  film, da considerare per inciso molto più ambizioso degli ultime due, una tematica di grande e affascinante attualità: La clonazione umana.
L’opera ha un bel ritmo ed è ottimamente sostenuta da  una efficace sequenza di immagini-simbolo, ricche di  sfumature visive che ne amplificano il senso rendendo la trama meno banale.
Un film  di classe, dove la regia assume sempre una parte di primo piano, contribuendo al  divertimento narrativo con  riprese di alta suggestionabilità, ben dettagliate, animate da particolari visivi molto studiati,  originali, capaci nell’insieme  di  smentire  tutti coloro che vedono nei film di serie solo sbrigative  fotocopie dell’opera prima. Jeunet mette al centro del racconto, a volte in  modo spettacolare e visionario a volte in una forma più compassata e seriosa, il tema dei rischi derivanti dalla clonazione,  come l’abnormità che ne può conseguire per l’impossibilità di controllarne tutte le applicazioni, sopratutto quelle militari che come è risaputo soggiacciono a procedure segrete.
Il regista francese si  muove su un terreno prevalentemente filosofico, dai tratti fortemente moralistici che conduce gli spettatori a interrogazioni sul bene e sul male di nuova portata storica, lo fa  abbozzando  complessità  e  inquietudini non proprio avveniristiche, che già esistono e che riguardano il potere tecnologico-genetico dell’oggi, da tempo  in forte crescita, allarmante perché pressato ormai da ogni parte da interessi egoistici di varia natura.
Alien: la clonazione uscito nel 1997 è una  produzione tutta USA, la pellicola pur avvalendosi di noti e complessi meccanismi psicologici, si caratterizza per il suo originale e grande impatto visivo dominato dalle raffigurazioni di un orrido commisto all’umano per via di una clonazione militarmente forzata.

Il film svolge, senza dare vere e proprie soluzioni, un enigmatico gioco di rappresentazioni del giusto e dell’immorale poste su un crinale un po’ onirico che non dà tregua allo spettatore costringendolo a prender parte alle varie coniugazioni letterarie del tema proposto dall’autore. Un argomento difficile che a volte costringe gli spettatori, per la sua complessità, ad entrare in un ordine di idee troppo sfumate, molto astratte.
Tra le varie coniugazioni spiccano per intensità emotiva e intelligenza analitica, quelle che rimangono intrecciate al rapporto tra follia e normalità, come il delirio di onnipotenza che nel film dopo varie peripezie confluisce improvvisamente nella morte o il suo contrario il delirio di impotenza, che  strettamente legato all’etica  sfocia a un certo punto, lungo un gioco di trasfigurazioni mirabilmente dirette, nella  rivalutazione, un po’ masochistica,  di alcuni valori presenti nella semplice e luminosa  vita terrena.
Alla sua prima apparizione, nonostante la  sua indiscutibile qualità,  il film di Jeunet non ha avuto l’affluenza  che i produttori  e alcuni critici speravano, forse a causa della sua eccessiva raffinatezza che  sembra esigere  dagli spettatori un senso estetico superiore alla media, difficilmente reperibile all’epoca in cui fu girato.
Le diverse logiche che si intrecciano nel film, alcune dinamicamente costitutive dei desideri umani più oscuri e contradditori, non portano mai, a differenza delle così dette pellicole commerciali, a un approdo semplice e risolutivo delle azioni, ma preparano un finale lontano dalla banalità e da ogni forma di consolazione, che per certi aspetti rimane sospeso, aperto, suscitando per il futuro nuovi e complessi problemi di etica.

Il film da parte dei media ha avuto il confortante riconoscimento storico di opera cult solo in questi ultimi  anni, e forse in virtù dell’interesse che  la pellicola ha suscitato nelle nuove generazioni attraverso le riedizioni televisive e i dvd.
Questo trasporto giovanile verso il film  ha fatto ricredere anche gli spettatori precedenti che lo avevano in buona parte bocciato;  l’entusiasmo dei giovani di oggi per l’opera del francese Jeunet è probabilmente interpretabile come un apprezzamento dell’azione frenetica e dell’intelligenza tematica che il film propone, prese in uno stile invidiabile.
Questi aspetti non sono mai disgiunti da una narrazione colta, densa di messaggi etici sagacemente affabulati e lontani da ogni falsa retorica.
Il film è privo di pause, risultando nel suo complesso esteticamente  attraente e suggestivo, anche se qua e là compare  in qualche scena qualcosa di già visto;  il tenore recitativo e il montaggio sono costantemente di alto livello, tale a volte da far venir in mente film come il grande Robocop o il primo Alien. Le invenzioni sceniche  lasciano stupefatti per la suspense  progressiva che li caratterizza, che appare ben costruita, costantemente al servizio di un finale ad alta tensione. Indubbiamente anche l’originalità della trama contribuisce a creare un notevole interesse di fondo per tutta la narrazione.
Il film, ambientato nel 2725, inizia con una lunga inquadratura in primo piano di Ripley (Sigourney Weaver), dominata da uno sguardo serioso, assorto, meditativo che dice: “La mia mamma diceva sempre che i mostri, quelli veri, non esistono. Invece esistono!”. Poi viene presentata l’attività nello spazio svolta dalla grande astronave Auriga, facente parte dei Sistemi uniti, composta da 42 militari e 7 ufficiali medici, comandati dal generale Perez.
I medici sono impegnati nell’ottavo tentativo di clonare Ripley, l’eroina di Alien 3 morta duecento anni prima in tragiche circostanze, l’intento dei militari è di estrarre l’embrione alieno che porta in grembo e allevare così una nidiata di mostri da utilizzare, previo addestramento, per scopi bellici.
La clonazione di Ripley e l’estrazione dal suo corpo dell’embrione alieno riesce perfettamente, il xenomorfo, molto vivace, viene rinchiuso in una cella  robusta controllata visivamente attraverso una finestra di grandi dimensioni; l’alieno cresce sotto la continua minaccia della potente e devastante arma  a vapore  del freddo, appositamente studiata per lui in grado di spezzare ogni arto del corpo.
L’unico problema che sgomenta il generale Perez (Dan Hedaya) è che Ripley conserva nella memoria tracce del suo passato, anche se esse appaiono ancora labili e logicamente molto disordinate.
Probabilmente  nella sua psiche sono trapassate attraverso il DNA ereditato numerose raffigurazioni della vita precedente. Perez teme che Ripley a un certo punto possa riacquistare tutta la memoria e riprendere la lotta contro gli alieni che per il generale sono un vero e proprio affare, vanificando  la missione dell’astronave Auriga.  
La proposta e la volontà di Perez di eliminare Ripley non incontra  l’approvazione degli scienziati medici che sono molto incuriositi dall’eccellente risultato della clonazione e desiderano vedere come si comporterà scientificamente Ripley nelle settimane successive.

Nel frattempo gli esperimenti si allargano su più vasta scala; giungono sull’astronave Auriga, con la navetta Betty, dei contrabbandieri di corpi umani criogenizzati, sistemati incoscienti in appositi tubi del freddo;  sono operai cui è stato promesso un lavoro nello spazio ubicato   a una distanza dalla terra proibitiva, ma che in realtà i contrabbandieri vendono come merce al miglior offerente, in questo caso al generale Perez per i suoi esperimenti di biotecnologici.  
La testa dei malcapitati operai, impossibilitati con il corpo  a compiere qualsiasi movimento, viene sistemata a pochi centimetri dalle spore, le quali, una volta avvertita una presenza umana nelle vicinanze, attaccano, con un’accurata preparazione,  il volto dei  prigionieri, facendo saltare sul loro viso una varietà di sanguisughe dai  tentacoli robusti, che si asserragliano violentemente  sulle teste degli operai iniettando nel loro corpo il germe di un alieno.
L’embrione  crescendo sfonderà a un certo punto lo stomaco delle vittime diventando in brevissimo tempo  un mostro spaventoso dai poteri sovraumani.
Tra i contrabbandieri si nasconde però una spia, è Annalee Call (W. Rider), una giovane donna che è in realtà un robot costruito da altri robot, appartenente all’ultima generazione, la più avanzata tecnologicamente, quella che sembra provare anche emozioni vere amando addirittura la propria vita. Il suo scopo è di contrastare l’azione del generale Perez e contribuire all’eliminazione degli alieni impedendo che possano raggiungere la terra.
Il film prosegue quindi in modo originale con due protagoniste, Ripley e Call che, seppur all’inizio sembrano andare in opposte direzioni, trovano a un certo punto solidi motivi di alleanza, soprattutto quando Ripley visita inavvertitamente gli orrori presenti nel laboratorio dell’astronave in cui venivano fatti gli esperimenti di clonazione umana, in esso Ripley scopre anche se stessa, l’essere-sosia della sua precedente fallita clonazione, un corpo che vive in uno stato vegetale, in agonia per l’eccessiva deformazione dei suoi arti. Ripley accoglie la pietosa richiesta della donna-sosia di essere uccisa e piangendo la elimina con un lanciafiamme.

Nel frattempo l’astronave è già popolata da 12 mostri alien, tutti inferociti, riusciti a fuggire dalla prigione grazie al sangue acido di un alieno ucciso da un suo compagno che ha perforato il pavimento metallico della cella creando un grosso buco.
Liberi, i mostri  uccidono il generale Perez e altri membri dell’equipaggio.
I contrabbandieri e le due eroine capiscono che per avere salva la vita e preservare il pianeta Terra dall’invasione dei  mostri devono fuggire su una navetta di salvataggio e far esplodere l’astronave Auriga con tutti i suoi alieni.
Ripley seppur amareggiata per dover lottare contro  la regina aliena estratta dal suo ventre, che nel frattempo si è evoluta in senso umano producendo un figlio dalle sembianze semiumane direttamente dall’utero, usa la sua seduzione di madre contribuendo insieme a Call alla distruzione totale degli alieni. Il salvataggio sulla navetta riesce all’ultimo minuto dopo numerose peripezie di gran valore visivo ed emotivo, così pure le manovre per far esplodere l’Auriga.

Il film termina in modo inquietante, con la navetta di salvataggio sospesa sopra il pianeta terra  pronta a compiere le necessarie manovre per entrare nell’atmosfera ed  atterrare sul pianeta.  
Straordinaria l’inquadratura delle acque della terra con le nuvole sopra di esse, il tutto, posto in primo piano  sembra preannunciare all’equipaggio la possibilità di una nuova vita.  
Ripley è stupefatta da tanta bellezza ma sembra presagire  un nuovo pericolo, una minaccia oscura, forse teme nuove e devastanti applicazioni bio-tecnologiche e ciò la porta a dire, come se volesse chiarire a se stessa  un’impossibilità di integrazione sulla Terra e la necessità quindi di rimanere in uno stato di allerta combattiva, “Io qui sarò una straniera”.

 
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