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Scritto da Biagio Giordano   
martedì 11 marzo 2008

Dune
Titolo originale: Dune
USA: 1984. Regia di: David Lynch Genere: Fantascienza Durata: 137'
Interpreti: Kyle MacLachlan, Brad Dourif, Francesca Annis, Linda Hunt, Sting, José Ferrer, Virginia Madsen, Silvana Mangano, Jack Nance, Kenneth McMillan, Jürgen Prochnow, Dean Stockwell, Max von Sydow, Patrick Stewart, Sean Young
Sito web:
Nelle sale dal:
Voto: 7
Recensione di: Biagio Giordano

dune_leggero.jpegIl film prodotto nel 1984 è tratto dal capolavoro letterario di fantascienza di Frank Herbert: Dune. Un libro che è uscito nel 1963 ed ha conquistato subito un gran successo di lettori.
Il testo scritto è tuttora considerato negli Stati Uniti un Cult.
L’opera di Linch, ambientata nel 10191, rappresenta un vero e proprio universo letterario di cultura fantascientifica. E’ costituito da molteplici e fitti temi legati in qualche modo, per proiezione drammatica, alla vera storia dell’umanità e alle sue ipotetiche nuove possibilità di sviluppo. Il deserto, i nomi arabi dei personaggi, la lunghezza dei vermi che appaiono all’improvviso insieme a un forte campo elettrico dando l’impressione per un attimo di essere simili ai lunghi oleodotti dei paesi arabi (da un lavoro on line di Aldo Grasso), fanno pensare a un parallelismo tra le battaglie armate per il possesso della spezia nel pianeta Dune e le nostre guerre legate alla questione del petrolio. La spezia è una sostanza preziosa, un gas di colore giallo che tra numerose proprietà ha anche quella di consentire un viaggio interstellare senza spostarsi mai con dei mezzi a propulsione più o meno evoluti. E’ presente solo nel pianeta di Arrakis (Dune). I viaggiatori che usufruiscono di questa preziosa risorsa naturale vengono sistemati accuratamente in un opportuno vano, tecnologicamente predisposto per il viaggio e saturo di spezia. Dopo alcuni istanti di concentrazione nervosa i passeggeri vengono a trovarsi nel pianeta di destinazione: in una sede tecnicamente idonea per la ricezione.
Il film è ricco di problematiche profonde e intelligenti. Esse prendono via via varie e diverse direzioni articolandosi lungo un binario costituito da solidi codici di spettacolo: quelli che le esigenze di una trama filmica impone con rigore come ad esempio la maturazione al punto giusto delle grandi battaglie tecnologiche nel deserto di Dune tra i Fremen e gli uomini invasori del barone cattivo.
In questo film Linch sembra mettere da parte la sua nota ribellione ai codici costituiti del cinema seguendo un percorso solo a tratti sperimentale: mai eccessivo anche se per certi aspetti fortemente innovativo.
E’ un’opera ricca di pagine visive particolarmente poetiche e creative.
I temi e gli ingredienti del racconto sono sempre di estrema importanza e complessità. Si collegano di riflesso, ma con un filo robusto, a tratti enigmaticamente legati con il mondo moderno in cui siamo coinvolti.
Ne sono un esempio: la grave crisi ecologica sul pianeta Dune caratterizzata dalla desertificazione per carenza d’acqua; le opprimenti gerarchie sociali e politiche presenti in tutto l’universo noto presentato nel film: un ordine sociale carente anche dei più elementari diritti umani. Inoltre fa riflettere nel racconto l’uso abnorme delle nuove e straordinarie scoperte scientifiche e tecnologiche sviluppate nei quattro pianeti del film che fanno pensare alle nostre battaglie politiche e ideologiche avvenute nel ’68: nelle quali il denominatore comune era rappresentato da una profonda critica alla tecnologia del profitto.
E per finire da sottolineare anche l’impatto visivo che lo spettatore ha con le cupe atmosfere delle città e fortezze dei pianeti. Una cupezza di cui è responsabile un’architettura vetusta, già vista.
Le forme architettoniche dei fabbricati dei pianeti sono il frutto insano di una cultura di morte e richiamano, per una misteriosa associazione, il mondo arabo intorno al 1.000 d.C. Da sottolineare anche nella trama del film il ritorno di ideologie simili a quelle naziste: evidenti quando entrano in scena i culti legati alla manipolazione genetica finalizzata alla selezione della razza.
Questo film viene accuratamente sceneggiato dallo stesso Herbert, sotto la guida attenta e competente del regista David Linch. I due in verità fanno un tentativo un po’ audace. Convinti di portare un’innovazione efficace, senza sperimentalismi, riguardante non il linguaggio filmico ma l’intreccio narrativo, applicano un metodo assolutamente nuovo: seguono fedelmente l’andamento del libro, sia sui contenuti di chiara interpretazione che in quelle numerose pagine ritenute idonee alla traduzione visiva. E tralasciano quelle costruzioni descrittive di personaggi che appaiono frutto di pensieri e monologhi filosofici: un’astrattezza che avrebbe contributo a rendere ancora più complessa e verbosa la trama.
Linch ed Herbert selezionano quindi opportunamente il libro ma senza rinunciare a quelle sottigliezze psicologiche dei personaggi che danno sapore al film. Eliminano le numerose relazioni di attesa, i rapporti secondari tra i personaggi e alleggeriscono la narrazione più sul versante filosofico che psicologico. Il libro Dune si rivelerà comunque assolutamente non idoneo a suggerire un film che lo interpreti e lo traduca nella sola possibilità delle due ore e mezza.

La pellicola montata inizialmente durava infatti più di cinque ore.
Alla fine del loro lungo lavoro si presenta un risultato filmico inedito, professionalmente accettabile ma con risultati non brillanti di cui i due pagheranno in seguito le conseguenze a causa degli scarsi risultati dati dal botteghino rispetto ai 40 milioni di dollari investiti (per la verità non molti viste le ambizioni dei produttori).
Linch accortosi di non poter dire molto del libro e bene, e questo per le ovvie ragioni legate alle caratteristiche dello spazio-tempo cinematografico che è diverso dal libro, innesta nel finale e in alcune pieghe particolari del film episodi in chiave figurativa diversa, dando più risalto alle proprie idee inventive.
Linch ad un certo punto cerca di essere complementare al libro, portandosi, grazie alla tridimensionalità dell’immagine in movimento su un piano altamente creativo e poetico, rimanendo fedele alla propria esigenza di personalizzare aspetti centrali del film. Ne scaturisce un film complesso, originale, tuttavia per certi aspetti ancora molto lontano dal libro. L’opera cinematografica risulterà ibrida, con tecniche di narrazione troppo dissimili e spesso non conciliabili tra loro, un film di difficile integrazione con il libro e perciò a volte confuso.
Fallisce il nobile tentativo, caratteristico anche di molti film, di diventare un’opera complementare al libro.
Di dare cioè quello che manca al libro da cui ha tratto ispirazione e sostegno tecnico.
Di soddisfare quindi il desiderio visivo del lettore nel vedere il contenuto del libro amato in una versione di immagini in movimento accompagnate dalla musica. E’ come se nel film si avvertisse qualcosa che risente di un’imitazione forzata, a tratti indecisa dello scheletro testuale dell’opera di Herbert. Sembra quasi che non si sia attinto con il coraggio necessario a chiavi narrative più modeste e semplici, vagliate con più cura per trovare quelle maggiormente idonee ad ottenere spettacolo. Come dire che si avverte una crepa nell’intrattenimento di base, lungo uno sfondo culturale intenso e pur ricco di erudizioni, manca qualcosa in grado di scaturire solo in virtù di una congenialità collaudata delle tecniche d’intreccio.
Forse è per questo che il pubblico e gran parte della critica cinematografica anglosassone non hanno apprezzato molto Dune.
Alle masse occidentali dedite al cinema non è piaciuto inoltre l’impatto visivo avuto con l’architettura cupa presente nel film. Essa per certi aspetti richiama, come accennavo prima a figure medioevali-arabe ed è animata al suo interno da tecnologie poco appariscenti seppur ben presenti e funzionali alla narrazione. A tutto ciò va probabilmente anche aggiunto il problema estetico creato dalla scarsa luminosità delle scene.
Queste ultime si svolgono spesso in condizioni di penombra, o luce pallida come se il chiarore provenisse da delle lune.
E’ risaputo come i gusti estetici delle masse siano semplici nella fantascienza e per lo più legati a scenari luminosi della modernità, o ad un neofuturismo ad essa collegato e tuttora in formazione evolutiva fantastica, vedi Alien di R, . Scott, 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, etc. opere con architettura moderna tra l’altro ricche di colori ben contrastati, forti, chiari e luminosi.
Le critiche più frequenti al film Dune riscontrabili nella stampa riguardano gli aspetti della comunicazione, intesa come lo scorrimento del significato scenico attraverso la narrazione.
Queste critiche fanno notare in particolare come sia impossibile nel film seguire con prontezza di riflessi cognitivi sia i numerosi episodi densi di dialogo che parte dell’insieme degli intrecci.
Questi ultimi rimangono per certi aspetti oscuri proprio nella fase centrale del film quella decisiva alla preparazione del finale. Anche alcuni simboli chiave non sono ben approfonditi, sembrano monchi del loro significato originario, come ad esempio “l’acqua della vita”. Chi beve l’acqua della vita, un liquido che deriva dalla bile dei vermi del deserto del pianeta Dune, muore, solo il messia atteso potrà berla acquisendo nuovi poteri, costui sarà riconosciuto proprio dalla capacità misteriosa donatagli da Dio di rimanere in vita dopo averla ingerita. Nulla viene detto intorno all’origine più profonda di questo mito legato alla volontà divina.
Né vengono descritte le principali caratteristiche del Dio ricercato e rappresentato dai Fremen e dalla famiglia Atreides.
Mancano dei raccordi didascalici-visivi che rafforzino la presenza cognitiva dello spettatore nelle scene.

 
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