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Scritto da Andrea De Luca   
martedì 21 ottobre 2008

L'uomo del giorno dopo
Titolo originale: The Postman
USA: 1997. Regia di: Kevin Costner Genere: Fantascienza Durata: 177'
Interpreti: Kevin Costner (Il portalettere), Will Patton (Generale Bethlehem), Giovanni Ribisi (bandito 20), Larenz Tate (Ford Lincoln Mercury), Olivia Williams (Abby), James Russo (Idaho), Tom Petty (sindaco), Mary Stuart Masterson (Speranza da adulta)
Sito web: 
Nelle sale dal: 1998
Voto: 4
Trailer
Recensione di: Andrea De Luca

luomodelgiornodopo_leggero.jpegNell’anno 2013 il mondo è reduce dagli sconvolgimenti di una guerra nucleare.
Gli Stati Uniti non esistono più e nell’anarchia hanno preso il comando gli Holnisti, capitanati dal generale Bethlehem, un gruppo armato che porta paura tra la gente sopravvissuta, razziando i villaggi e riducendo in schiavitù i maschi più forti.
Nelle lande desolate vaga un uomo, che insieme al suo mulo si guadagna qualche pasto recitando Shakespeare tra le varie tribù primitive.
Un giorno quest’uomo viene catturato dagli Holnisti ed arruolato nel loro esercito.
Dopo essere riuscito a fuggire si imbatte nel cadavere di un postino morto prima della guerra e decide di rubarne l’identità. Spacciandosi per portalettere dei ricostituiti Stati Uniti d’America, l’uomo riporta la speranza nei villaggi e il fervore nei giovani, i quali diventano a loro volta portalettere nel tentativo di creare un mondo migliore, libero dalla schiavitù imposta dal malvagio generale Bethlehem.


L’ambizioso colossal firmato Kevin Costner promette bene. L’idea di un mondo ripiombato nel medioevo a seguito degli sconvolgimenti di una guerra nucleare può suonare familiare ma ha da sempre grande presa sul pubblico. Purtroppo però questo film nulla ha a che vedere con le atmosfere futuristiche degradate di film come Mad Max o Il pianeta delle scimmie. Mentre il paesaggio dovrebbe essere un turbine di polveri nucleari, alberi ed edifici bruciati, qui gli scenari sono talmente inadatti da svelarne subito la finzione.
La vegetazione è rigogliosa e incontaminata, al posto di case distrutte e devastazioni troviamo invece un paesaggio idilliaco ed asettico. L’uomo del giorno dopo non fa altro che inserirsi nel filone dei film celebranti l’America il cui unico fine è esaltare valori come la libertà e la democrazia di cui questa nazione, abusandone ultimamente troppo spesso, si fa portavoce davanti a tutto il mondo.
Tutto il resto è solamente di contorno e costituisce un contesto lacunoso e superficiale. La retorica patriottica è espressa in maniera talmente evidente da aver provocato un effetto di repulsione persino nel pubblico americano. Non a caso il film ha ricevuto, meritatamente, diversi Razzie Award nel 1997: per il peggior film dell'anno, per il peggior attore protagonista e peggior regista, Kevin Costner, e per la peggior canzone originale.
Non mancano buoni spunti, ma tuttavia nessun tema è sviluppato in maniera esaustiva.
Le cause di una guerra che ha devastato la civiltà dovevano costituire una premessa necessaria invece vengono ignorate. Chi è Holn, il fondatore della formazione paramilitare che nel suo nome è intenzionata a depredare la povera popolazione indifesa? Nulla viene approfondito, come ad esempio lo spirito di fondo che anima questo esercito. Quantomeno, se questi avrebbero dovuto rappresentare i moderni Nazisti, si doveva concedere loro un contesto storico e degli ideali su cui fondare il loro codice, per non farli risultare, come succede nel film, una grottesca banda di predoni che non può esser presa sul serio. 
Per quanto riguarda i costumi, non si capisce perché nel modo di vestire la razza umana si sia così involuta. Dovremmo vedere uno stile post-moderno, una specie di arte metropolitana arrangiata, sullo stile delle sfilate contemporanee, invece vediamo solo stracci, niente macchine o armi tecnologiche, niente di niente, ma come è possibile?.

Costner crea la storia facendola ruotare tutta attorno al proprio personaggio; lo si può notare dagli infiniti primi piani e dal fatto che sia sempre in scena. Un Costner che vuol puntare su un personaggio ambiguo e misterioso ma che in realtà si dimostra il più classico degli eroi: è intelligente, bello, idealista ed eroico, un futuristico Robin Hood, buono e misericordioso perfino con i cattivi.
In questa fiera della banalità non può mancare la storia d’amore tra il suo personaggio ed una bella popolana. Siccome Costner non vuole apparire come un “rovina famiglie” bisogna prima far uccidere dai cattivi il legittimo marito della donna così che possa poi trionfare l’amore. Non può mancare nemmeno il giovane ragazzo nero dai genuini ideali, che oltre ad attirare al cinema anche la comunità afroamericana, ha lo scopo di presentare l’America come un paese anti-razzista. Peccato che sembra sia l’unico nero rimasto dopo la guerra nucleare.
L’apice della banalità lo si tocca alla fine con l’insulso monumento che la figlia dedica al padre dove viene riprodotta un’immagine del film che evidentemente voleva essere significativa, estrapolata da una precedente sequenza al ralenti, dove Costner raccoglie dalle mani di un piccolo fan una lettera, al che un uomo in lacrime afferma commosso: “Quel bimbo ero io”. Come facessero a sapere questo i costruttori del monumento non ci è dato saperlo…
Molte cose non si spiegano e non legano col contesto e con i fatti narrati. Un film costruito male che, incapace di emozionare, si trova costretto a puntare su una retorica patriottica affetta da una strana forma di gigantismo che spesso fa perdere la razionalità a chi ne soffre. Per toccare i cuori dello spettatore ci vuole ben altro, tanto per cominciare basterebbe un briciolo di coerenza: per tutto il film dice che non ci saranno più nazioni e politica e poi alza la bandiera degli Stati Uniti che probabilmente sono stati la causa della distruzione del mondo. Il regista si è sicuramente impegnato con gli effetti speciali e tutto, ma le tre ore di film stancano, non si vede l’ora di arrivare al finale già scritto, con tanto di duello finale talmente prevedibile da risultare imbarazzante, forse perfino allo stesso Costner che lo liquida in una sequenza cortissima. Ma in definitiva cosa voleva dire? Che l’america risorgerà dalle sue ceneri come un araba fenice perché loro sono i più forti?
Il continuo insistere sulla bandiera e non sulla libertà è un messaggio che riesuma vecchi scheletri dall’armadio, un ritorno a un regime totalitario firmato, stavolta, USA che francamente desta un po’ di preoccupazione.

Costner si dimostra svogliato e disattento, troppo ambizioso ed occupato ad esaltare se stesso e la sua nazione per aver una mente lucida e creativa. La circolazione delle notizie permette la democrazia? Il messaggio è banalissimo. Se ciò fosse vero oggi con internet vivremmo in un mondo perfetto, privo di illegalità e totalmente democratico, invece, purtroppo, la causa di tutto è sempre l’uomo che, in questo caso, piega il potere della comunicazione e se ne serve come strumento per aumentare illegalmente il potere di pochi (vedi creazione di false notizie, intercettazioni, truffe ecc.). Un film che sembra più una pubblicità al sistema postale americano, ma come si può credere che dei portalettere ricostruiscano il mondo? Se in Italia facessero questo discorso con Poste Italiane si scatenerebbe un’ondata di ilarità che trasformerebbe subito il film in parodia invece che in colossal, una parodia con il più alto budget mai avuto a disposizione

 
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